Parole chiave: nostalgia, adolescenza, identificazione
Autore: Angelo Moroni
Titolo: Stranger Things – Stagione 5 – Finale
Dati sulla serie TV: Creata da Matt Duffer, Ross Duffer (The Duffer Brothers), USA, 2025,
21 Lapse Entertainment, Upside Down Pictures, Netflix. Quinta Stagione, Vol. I: 4 episodi;
Vol. II: 3 episodi. Finale: 1 episodio.
Genere: drammatico, fantasy, horror
Nella mia recensione alle prime tre stagioni di questa serie, scrivevo, già nel 2019 su Spiweb, che “È certamente la nostalgia la cifra stilistica su cui fa leva questa serie TV visionabile sulla piattaforma digitale Netflix, e ormai diventata un cult a livello mondiale”[1]. Arrivati dunque alla stagione finale di quest’opera cinematografica, a cavallo tra il genere sci-fi e quello horror, divenuta con gli anni davvero monumentale, semioticamente pluristratificata, e mitopoietica quant’altre mai, mi sento di confermare il parere di quella prima recensione. E mi sento di aggiungere qui alcune considerazioni ancor più positive, a fronte della visione, appena ultimata, dell’ultima Stagione, vero commiato, intenso e commovente, dei Duffer Brothers e di tutto il cast, da un pubblico affezionato e sempre coinvolto in una storia che in dieci anni di vita non hai mai perso il suo smalto e il suo potere di fascinazione onirica, poetica e narrativa. Il primo volume, composto da quattro episodi, è stato pubblicato il 26 novembre 2025, il secondo volume, composto da tre episodi, il 26 dicembre 2025, mentre il Finale, composto da un unico episodio della durate di circa due ore e un quarto, è stato visionabile dal 1 gennaio 2026. In quest’ultima stagione rimangono tutti stilemi tipici degli anni ’80, addirittura accentuati e resi volutamente eccessivi da parte dei due fratelli Duffer. Azione e coinvolgimento emotivo, lavoro sull’immedesimazione del pubblico con i personaggi e racconto fantascientifico che divide il mondo, in modo quasi infantile e fiabesco, in un Bene che lotta contro il Male, sono gli ingredienti principali dei due creatori: sapientemente dosati, mescolati e distribuiti, e questa volta dinamizzati da una spinta che porta tutto lo script sul piano della commozione per una separazione definitiva dal pubblico. Una separazione che assume però il significato positivo di crescita, di cambio generazionale, come indica molto bene una delle sequenze finali, in cui i bambini più piccoli di Hawkins prendono il posto degli ormai tardo-adolescenti protagonisti, al tavolo da gioco di Dungeons & Dragons, nella cantina della casa dei Wheeler. Costruzione della storia, dialoghi – a volte lunghi ed estenuanti nel loro essere struggenti – tipologia degli effetti speciali e del make up, possono apparire a tratti imperfetti, se non addirittura mal gestiti, ma tutti questi aspetti dell’allestimento hanno l’evidente, volontaria funzione di mantenerci ancorati ad un’atmosfera anni ’80, cioè molto lontana da noi, un’epoca non ancora iper-tecnologica come la nostra, della quale, quindi, non possiamo che provare nostalgia, e che i Duffer vogliono farci percepire come ingenua. È l’ingenuità della nostra stessa infanzia, della nostra adolescenza, ciò che i due autori vogliono farci assaporare nel loro girato, e senza dubbio riescono in questa impresa, immergendo lo spettatore in quadri emotivi viventi ma pieni di sbavature, cioè proprio come quando rivediamo dei vecchi filmini Super 8 che abbiamo girato tanti anni fa. L’etimologia di “ingenuo” deriva dal latino ingenuus, composto da in- (in) e gignere (generare/partorire), significando letteralmente “nato da dentro” o “indigeno” (nato nel proprio paese). Nell’antica Roma, ingenuus indicava i nati liberi, non schiavi, e per estensione assunse i significati di “nobile”, “onesto”, “leale”, “schietto” e, soprattutto, “candido”, “puro”, proprio perché non ancora contaminato dalle astuzie del mondo. Un vocabolo che potrebbe ben riassumere tutto l’alone semantico di ingenuus potrebbe essere l’aggettivo “autentico”: Stranger Things e tutti i suoi personaggi, come un coro greco, ci fanno sentire la profonda nostalgia per questa autenticità, nonché ci ricordano quanto ce ne siamo allontanati, come esseri umani, come umana specie. La maestria dei Duffer, così come la bravura dell’intero cast, stanno poi nel mantenere un tenore emotivo costantemente coerente rispetto alle quattro stagioni precedenti, centrando tutta la storia intorno al tema dell’autenticità emotiva,relazionale, amicale, e della sua perdita/trasformazione nel corso della storia dell’umanità, sviluppando tale tema nel tempo della crescita dei personaggi stessi. Anche la scelta del cattivo di turno, il villain, Vecna, alias Henry Creel, interpretato da uno straordinario e inquietante Jamie Campell Bower, va nella stessa direzione mitopoietica. Il disegno maligno di Vecna-Creel è infatti a sua volta legato ai temi del trauma, della colpa, dell’ambiguità alienante di un “adulto” che si prende gioco del Sé autentico, nascente e “ingenuo” di un bambino. Visto da una prospettiva psicoanalitica, Vecna è la personificazione cinematografica di quel fenomeno clinico che Bollas (1987) ha definito ”introiezione estrattiva”: modalità relazionale patologica, attraverso cui l’adulto invade lo spazio di gioco del bambino e rompe la magia dell’area transizionale che si sta creando tra realtà interna del Sé e realtà esterna. Non dimentichiamoci peraltro che la serie ha inizio, nel 2016, con l’immagine dei protagonisti bambini ripresi mentre sono alle prese con un gioco da tavolo. E’ proprio questa filosofia meta-discorsiva che presiede alla sceneggiatura e la informa, a giustificare l’apparente goffaggine di molte sequenze, l’imperfezione di molte scelte stilistiche che sembrano non calibrate – vedi ad esempio la improbabile scoperta da parte di Dustin dei quaderni con le formule matematiche che descrivono la “materia esotica”, nel laboratorio distrutto da Undici. Si tratta si una “goffaggine” in realtà funzionale all’intero disegno della serie tv: quello di mostrarci parti di noi fragili, bambine, preadolescenti, alle prese con la scoperta del Male che attraversa il mondo e i sentieri di tutte le nostre vite, durante il doloroso processo della crescita psichica.
Saggiamente, per farci sentire gli anni ‘80 ancora più lontani dall’oggi, i Duffer si dilungano, in una delle ultime sequenze, sul gruppo dei “più grandi”, ormai ultraventenni, e fratelli dei protagonisti più giovani – che all’inizio della serie erano bambini -. Riuniti sul terrazzo, si confrontano sul loro futuro. Jonathan parla di matrimonio, di lavoro, di figli, come di veri e propri “garanti metasociali” (Kaës, 2009) in quegli anni ancora ben saldi e presenti nel tessuto socio-culturale, e utili a vivere il “disagio della civiltà” (Freud, 1929) di quel tempo. Ben difficile pensare a un dialogo simile tra ventenni o anche trentenni nella nostra epoca: quei garanti, quelle istituzioni sociali e valoriali di allora, non sono più affatto scontate per le nuove generazioni. Il futuro, infatti, non sembra più essere oggi un contenitore abitato da senso di sicurezza e di speranza, come negli anni ’80. Stranger Things, Quinta Stagione, ci spinge dunque ad una profonda riflessione sul nostro futuro, sulle sue incertezze, sul bisogno di rinnovare il desiderio di nuove potenzialità da promuovere e costruire.
Riferimenti bibliografici
Freud, S. (1929), Il disagio della civiltà, O.S.F. 10
Bollas, C. (1987), L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989.
Kaës, R. (2009) Le alleanze inconsce. Roma, Borla.
[1] https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinema/stranger-things-tre-stagioni-recensione-di-moroni/. Ultima consultazione: 2 gennaio 2026.