Parole chiave: Umano; Intelligenza artificiale; Alterità; Corpo; Interdipendenza
In occasione del convegno “Diventare umani”, promosso dalla SPI e in programma il 26 settembre 2026 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Alessandra Pigliaru intervista su il manifesto Lorena Preta, curatrice della giornata di studi.
Al centro del dialogo, l’umano come processo mai concluso, costruito nelle relazioni, nella cultura e nell’ambiente.
Le trasformazioni tecnologiche e l’intelligenza artificiale interrogano oggi i confini dell’alterità, del corpo e della soggettività.
Sullo sfondo, la necessità di un nuovo lavoro della cultura capace di abitare complessità e interdipendenza.
Le connessioni che ci abitano
Un’ intervista con la psicoanalista Lorena Preta, curatrice del convegno «Diventare umani», sabato a Roma
di Alessandra Pigliaru
«Diventare umani» è il titolo del convegno promosso da Geografie della psicoanalisi, nell’ambito della Spi (Società psicoanalitica italiana), e curato da Lorena Preta. Sabato 26 settembre, a Roma (Palazzo delle Esposizioni), psicoanalisti, antropologi e studiosi provenienti da diversi Paesi si incontreranno per interrogare un’espressione dalle molte implicazioni.
Ne abbiamo parlato con Lorena Preta, direttrice della rivista «Psiche» dal 2001 al 2009, ideatrice e curatrice per diversi anni di Spoletoscienza, oggi direttrice della collana «Geografie della psicoanalisi» per Mimesis e di «Geographies of Psychoanalysis» per Mimesis International.
Da anni Preta si concentra su alcune istanze del presente. Tra i suoi libri più recenti: La brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà (2015), Cartografie dell’inconscio. Un nuovo atlante per la psicoanalisi (2016), Dislocazioni (2018), Prendersi cura (2020), Still Life. Ai confini tra il vivere e il morire (2023).
Che cosa significa «diventare umani» e perché dedicare un simposio a questo tema?
Significa interrogarsi su che cosa intendiamo per «umano» e considerare che si tratta di una condizione che non è data immutabile fin dall’inizio ma di un processo. Si diviene umani attraverso l’accudimento iniziale e, durante la crescita, nel rapporto con la cultura, con la società e con il mondo che ci circonda. È un processo in continua trasformazione che contiene al suo interno la possibilità di uno scivolamento nella dimensione opposta che è quella della disumanità. Specialmente in momenti come quello che stiamo vivendo assistiamo a un precipitare verso forme di disumanità sempre più ingovernabili, a un collasso del senso.
Il processo teso a costruire umanità va dunque nuovamente qualificato e ridefinito, soprattutto oggi di fronte alle novità introdotte dalle tecnologie. Ci troviamo di fronte ad una commistione sempre più confusiva tra figure arcaiche e novità spiazzanti che sembrano occupare la scena senza ancora la possibilità di essere pensate.
Basti citare una tra le tante, la notizia di qualche tempo fa dell’apertura in California del carcere per migranti voluto da Trump, chiamato Alcatraz degli alligatori in una palude infestata da serpenti e coccodrilli… sembra un videogame o la puntata di una serie filmica che ripropone un immaginario arcaico medioevale mentre allo stesso tempo in continuità ci dobbiamo confrontare con le novità introdotte dalle nuove tecnologie come l’Intelligenza artificiale.
Oggi dobbiamo comprendere perché e in quale senso questi arcaismi tornino a essere così funzionali alla società. Sembra che nel momento attuale si assista ad una sorta di persistente «stato allucinatorio» dove nella continua sovraesposizione a immagini e notizie, il contatto con la realtà è alterato e rimandato in maniera confusiva. Il divenire di cui parliamo ci invita allora a chiederci quale direzione possa assumere l’umanità in questo contesto.
Va tenuto presente che l’umanità è fatta della continua composizione tra Eros e Thanatos, tra vita e morte, distruzione e amore. La violenza e la distruttività che ci circondano attingono anche a questo travaglio psichico.
Freud, che rifletteva ed era continuamente sollecitato dal mondo culturale del suo tempo a dare una spiegazione alla barbarie che la guerra comportava, riteneva che la dinamica tra queste forze psichiche dovesse essere continuamente ricomposta attraverso il Kulturarbeit, il lavoro della cultura. D’altronde sono queste contrastanti dinamiche che ci permettono di essere vitali e di affrontare la morte, la vita, il lutto, l’amore e la sessualità. Questo è decisivo quando si parla di diventare umani: l’umanizzazione è il lavoro incessante di questa messa in gioco e di questa costruzione.
A proposito della intelligenza artificiale, come pensa si modifichi il senso della relazione e dell’alterità?
Il problema è capire se andiamo incontro a una «coevoluzione» dell’umano e della macchina, insieme all’intelligenza artificiale, oppure se dobbiamo pensare che la macchina conservi un’estraneità e rimanga un altro nel senso classico, con il quale confrontarsi, anche se in un rapporto molto addomesticato dal compito che le abbiamo assegnato.
Pensiamo a ciò che sta accadendo con alcuni robot in Cina e in Giappone, per esempio al robot che ha preso a calci il proprio istruttore. L’IA si basa su un addestramento alimentato da informazioni provenienti da ogni parte del mondo: acquisisce la capacità di tenere insieme una quantità enorme di dati e di restituirli nella relazione con l’essere umano. Ma quando risponde in maniera sbagliata, o quando un robot agisce in modo incongruo, non sappiamo se ciò dipenda da un difetto di addestramento o di comunicazione o addirittura non sia una allucinazione pure in questo caso.
È qualcosa che fa molta paura, perché richiama l’antico tema dell’autonomia delle macchine: possono autonomizzarsi da noi oppure rimangono sempre in relazione con noi?
Un congegno potrebbe non rispondere più all’altro e partire per una propria tangente, attingendo informazioni sbagliate, collocandole là dove non sono appropriate. Il robot destinato a fare compagnia potrebbe andarsene, diventare violento o comportarsi in un altro modo.
C’è poi una fantasia assai potente e prepotente. Ho molto lavorato su questo tema ispirandomi a Liminal, la mostra di Pierre Huyghe a Punta della Dogana, a Venezia. Vi si rappresentava la trasformazione e la generazione continua di forme inconsuete prodotta dalle macchine nel rapporto con l’essere umano e con l’ambiente. L’umano in sostanza non era più presente ma era una delle variabili dell’ambiente: tutto ciò che si vedeva era generato dal rapporto delle IA con il contesto.
Dobbiamo allora chiederci se le macchine siano generative perché possiedono un principio di generatività, oppure perché la relazione con l’ambiente, compreso l’essere umano, le induce a reagire, trasformare e generare oggetti per noi impensati, che non conoscevamo e che non sappiamo decifrare.
Sono alterità? Sono combinazioni nuove uomo, macchina, ambiente? Sono costruzioni di un nuovo campo di esperienza dove realtà diverse si intrecciano ma a cui non sappiamo ancora dare un nome e una collocazione? Liminal ipotizzava o metteva in scena proprio l’estinzione dell’umano: come se la trasformazione dell’ambiente, della macchina, dell’essere umano e del groviglio delle loro relazioni diventasse tanto radicale da rendere l’umano non più «percepibile».
Se l’intelligenza artificiale è un prodotto umano è anche vero che esistono altre forme di intelligenza, quella degli animali non umani e anche quella del mondo vegetale. Se, di fronte all’estinzione, abbandonassimo la pretesa di assolutezza di ogni singolo sistema, forse riusciremmo a percepire meglio l’umano, la sua parzialità e la nostra interdipendenza.
Esiste un’intera tradizione antropologica che lo racconta. Penso a Gregory Bateson, per esempio,
quando parlava della «struttura che connette» intendendo il legame profondo e comune che lega tra loro tutte le forme viventi che risultano parte di una struttura di connessioni.
Oppure al «rizoma» ipotizzato da Deleuze e Guattari, un sistema polimorfo fatto di molteplicità dove qualunque elemento può influenzare un altro elemento della sua struttura. La coscienza di questi tipi di funzionamento è ormai imprescindibile ma bisogna anche lavorare sulle problematiche della separazione, della definizione, dell’unicità che hanno partecipato alla costruzione della cultura umana.
Perdiamo anche il nostro stesso corpo: il pericolo è l’indifferenziazione, in cui ogni cosa è equivalente.
Credo che pensare ad una fluidità dispersiva che privilegi le possibilità trasformative senza un ancoraggio alla realtà del corpo umano così come lo conosciamo con tutti i suoi limiti e senza una possibilità di «pensare» il corpo stesso e la realtà sociale che contribuisce a definirlo, renda ancora più complessa la possibilità non solo di definire cos’è l’umano ma anche la direzione in cui andare.
Forse bisogna fare appello a quell’istinto di conservazione, collegato alla nostra stessa distruttività, mobilitando quelle «forze vive della complessità» come ci ricorda Mauro Ceruti per costruire un nuovo umanesimo che ci consenta di «abitare la Terra».
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SCHEDA. La Spi sceglie Palazzo delle Esposizioni
«Diventare umani» è la giornata di studi promossa dalla Spi sabato 26 settembre 2026, dalle 9 alle 18, al Palazzo delle Esposizioni a Roma. Sabato si indagherà la costruzione dell’umano attraverso psicoanalisi, antropologia e letteratura. Dopo l’introduzione della presidente Ronny Jaffé, Lorena Preta presenterà il tema, i relatori e le relatrici. Interverranno Francesco Remotti, Nadia Fusini, Gohar Homayounpour e Mariano Horenstein. I contributi affronteranno l’hybris dei bisogni, il potere della parola, le politiche del disappartenere e la pratica analitica nell’ultramodernità «gassosa». Interventi anche di Virginia De Micco e Alfredo Lombardozzi. In programma «Totem», recita a tre voci di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani; con Maria Libera Ranaudo, Leonardo Albrigo e Domenico Chianese. L’evento si svolgerà in presenza e online su Zoom, previa iscrizione. Per informazioni si può consultare il sito www.spiweb.it
