Cultura e Società

“Diventare umani” Roma, 26/09/2026. Report di Silvia Mondini

Convegni
Giornata scientifica della SPI Diventare umani Roma, 26 settembre 2026

Parole chiave: umanizzazione, psicoanalisi, ibridazione tecnologica, non-appartenenza, desiderio

Sabato 26 settembre si è svolto al Palazzo delle Esposizioni di Roma il convegno Diventare umani, ideato e curato da Lorena Preta e inserito all’interno delle Giornate della Società Psicoanalitica Italiana.

Sin dalle prime battute si è avvertita una consonanza non frequente tra il titolo e quanto accadeva in sala. Il Diventare umani prendeva forma nel movimento del pensiero, nello stile di ciascun relatore, nella capacità di usare parole semplici, parole che toccano (Quinodoz, 2004), anche in questioni complesse e nel potere, infine, di catturare l’attenzione e tenerla viva. Non solo un titolo, dunque, ma il rilancio di un’esperienza che si alimenta nei passaggi, negli intervalli tra le voci permettendo così al diventare umani di mostrarsi per ciò che è: un processo continuo, un farsi, che per accadere ha bisogno dell’altro, della sua diversità, della sua storia, della sua presenza, delle sue pause.

A dare vita a questo movimento, innanzitutto, la passione di Lorena Preta per il sapere e per Geografie della Psicoanalisi: inizialmente un numero di Psiche nato dal desiderio di captare i mutamenti e le ibridazioni generati dal contatto tra culture e mentalità diverse (2008), poi un gruppo di ricerca (2013) in cui dare spazio, tempo e forma a quelle contaminazioni feconde (2004) divenute, ormai, espressione del linguaggio comune, non solo della psicoanalisi. Ma anche passione condivisa, alimentata dalla storia, dagli interrogativi e dalla cifra personale di ciascuno. E così, in un movimento speculare alla natura di questi legami, i vari interventi della giornata hanno consentito l’emergere di punti di contatto, zone di sovrapposizioni, nuove aperture grazie, anche, ai preziosi elementi di raccordo proposti da Alfredo Lombardozzi e Virginia di Micco.

Ma che cosa accade oggi al processo mai concluso del diventare umani, se la consustanziale debolezza con cui veniamo al mondo si integra con gli effetti di un’esponenziale crescita tecnologica?  Se diventiamo umani proprio nel rapporto con l’altro, la cultura e l’ambiente che ci circonda, quali cambiamenti incontra questo processo nel momento in cui la tecnologia modifica i limiti della nostra umanità, sino a render il confine tra umano e non umano sempre più sfumato. Così sfumato da far perdere d’efficacia all’immagine della chimera (Preta, 2019) – quel mostro con testa di leone, corpo di capra e coda di serpente ma pur sempre e soltanto di natura animale – divenuta ormai metafora insufficiente a restituire la fantasmagoria di protesi, innesti e connessioni che compongono il soggetto dei nostri giorni. Più appropriato pensare, allora, ad un umano non solo ibridato con il digitale ma anche costantemente in una relazione con “oggetti carnivori” che pur privi, almeno al momento, di una loro propria carne sembrano attirare a sé qualcosa della nostra. A loro affidiamo dati, parole, ricordi, operazioni del pensiero. Dinnanzi a questa ineludibile connessione, non resta chance migliore che progredire insieme, pensare ad una possibile coevoluzione che ci consenta di osservare non solo ciò che le macchine possono diventare, ma anche ciò che, insieme a loro, noi stiamo diventando.

E’ qui, forse, che la domanda sul diventare umani si impasta con quella sul restare umani; è questo il livello che ci impone di riconoscere la tentazione sempre in agguato di scivolare nella disumanità, in quel rovescio della medaglia che, in ogni caso, ci appartiene e che solo il lavoro della cultura (Freud, 1932) può arginare. “Diventare umani”, dunque, non solo per differenziarci dalle macchine o ibridarci con loro ma anche per riconoscere la nostra innata distruttività.  L’umanizzazione diviene così il lavoro incessante della nostra ri-messa in gioco.

Francesco Remotti nel suo intervento Diventare umani, divenire dei. L’Hybris dei bisogni e il male dell’infinito introduce una riflessione da un versante opposto: i progressi della tecnologia consentono agli umani di soddisfare sempre più quell’aspirazione innata a diventare dei, teogenesi, peraltro e per certi versi, sostenuta da alcune pratiche della religione cattolica, che ci costringe a interrogarci se, proprio nel momento in cui ci chiediamo come diventare umani, non ci ritroviamo ad essere sempre più impegnati a diventare dei? Oggi, l’antica aspirazione a diventare dei si è trasformata in una richiesta che si autoalimenta: aumentano i mezzi, si moltiplicano i bisogni, ogni conquista ne genera di nuovi. Fermarsi, sottrarsi alla necessità di andare oltre diventa difficile tanto quanto stabilire chi domina questo andamento: l’uomo o il progresso stesso. In questa corsa, il desiderio di diventare umani rischia di essere soppiantato dalla fantasia di diventare dèi.

A questa spinta della teopoiesi, Remotti contrappone il compito più modesto e al contempo più arduo dell’antropopoiesi: non un’ascesa senza limiti ma un esercizio di misura; non l’accelerazione delle possibilità ma la possibilità di creare interruzioni, isole esistenziali, spazi di sospensione, luoghi di convivenza di cui il concetto di con-dividuo è figura: non più un individuo che tende ad accrescere la propria potenza, ma un soggetto che diviene nell’essere parte. Ed è proprio qui, in questi interstizi del progresso, peraltro messi in relazione alle pause scandite e imposte dalla religione e da alcune antiche civiltà, che può riprendere il lavoro del diventare umano.

Una proposta, questa di Remotti, che nel gioco dei miei ricordi associativi risuona con parte dell’intervento di Mariano Horenstein, Istruzioni per praticare la psicoanalisi nell’ultramodernità gassosa. Un lavoro che, nel suo originale procedere, suggerisce anch’esso la necessità di una pausa, di un movimento di latenza, per offrire al pensiero l’occasione di non coincidere immediatamente con le richieste del presente. Immersi nel vortice di un cambiamento di cui siamo parte, possiamo soltanto recuperare il valore dello scarto tra ciò che accade e il pensiero, recuperare, così, l’anacronismo intrinseco della psicoanalisi.

Che cosa può fare, in questo paesaggio, la psicoanalisi? Nata in un mondo lontanissimo dal nostro, continua a offrirci uno degli strumenti più radicali per pensare la mente umana. Per evocare la distanza tra l’epoca di Freud e la nostra, Horenstein utilizza la metafora dei passaggi di stato della materia: dal solido in cui la psicoanalisi è nata, al liquido della modernità, sino al gassoso dei nostri tempi. Uno stato che ben si accorda con quello dell’inconscio: più leggero dell’Io, meno disposto a lasciarsi trattenere, continua a muoversi, a trovare passaggi inattesi, a scivolare tra le maglie della rete, talvolta a impigliarsi, talvolta a scomparire, sempre a portarci altrove in una tensione originaria che interessa l’individuo, il gruppo, le istituzioni.

E in questo stesso movimento si colloca, forse, una delle tensioni originarie dell’istituzione psicoanalitica: laddove essa offre un centro intorno a cui gravitare, l’inconscio tende a portare altrove. Nel movimento tra queste due spinte, nella possibilità di avere un luogo in cui trovarsi e nella spinta a prenderne le distanze, il pensiero psicoanalitico conserva qualcosa della propria specificità: la possibilità di contrastare l’iperadattamento e di contribuire alla formazione di soggetti capaci di pensare e di assumersi la responsabilità del proprio pensiero, di soggetti costantemente impegnati a diventare umani.

Una considerazione, quest’ultima, che nel mio sentire riprende l’intervento di Gohar Homayounpour, Toward a Politics of Un-Belonging: la non-appartenenza non è solitudine né rinuncia alla relazione, ma la possibilità di stare con gli altri senza coincidere interamente con un gruppo, una provenienza, una teoria. La sua esperienza conferisce a questa posizione una particolare consistenza e, insieme, permette alla questione di eccedere la vicenda personale, sino ad interrogare più in generale le forme dell’appartenenza e, tra queste, anche quelle proprie delle istituzioni psicoanalitiche.

Quanto spazio lasciamo, nelle nostre appartenenze, alla libertà, alla curiosità, alla creatività? Come conservare un legame senza rinunciare alla possibilità di pensare diversamente, anche criticamente? E che cosa chiediamo, in fondo, agli oggetti ai quali apparteniamo? Forse anche la difficoltà a separarcene, a rinunciare ai nostri oggetti edipici, può trasformare un’appartenenza in qualcosa che rassicura ma finisce per stringere. Qualsiasi legame resta vivo soltanto se lascia respirare il pensiero.

Anche alcune delle riflessioni di Alfredo Lombardozzi sui funzionamenti del gruppo riportavano a questa alternativa: se nel Freud di Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) l’identificazione con il capo può comportare che il singolo si sciolga nella massa, in Bion incontriamo una posizione diversa, nella quale il gruppo può diventare anche luogo di cooperazione. In gioco non è soltanto il bisogno di appartenenza, ma la possibilità di mantenere la propria soggettività e il proprio pensiero anche partecipando a un progetto comune.

Nadia Fusini, con La parola che costruisce la nostra umanità, riporta esplicitamente la parola al centro della scena. La parola letteraria, anzitutto: viva perché capace di prendere corpo e di rivolgersi a un altro; una parola che tenta di avvicinarsi anche a ciò che lascia storditi, alla ferocia, alla morte. Alla morte inflitta dalla disumanità dell’altro, ma anche a quella che appartiene, ineludibilmente, alla vita stessa: Mr Death, come la chiamava Emily Dickinson.

Nel fitto, quasi pirotecnico intreccio dei suoi riferimenti, da Freud a Gaza (il volume curato da Marco Francesconi e Dana Scotto di Fasano) a The Voice of Hind Rajab, ascoltare e testimoniare coincidono con il misurarsi con il loro limite più doloroso: si può tendere l’orecchio verso una voce, cercare di raggiungerla con la propria, e tuttavia non riuscire a salvarla. Fusini non chiede alla parola di consolarci di questa impotenza, né di colmare la distanza tra ascoltare e poter agire; sembra – piuttosto – ricordarci che forse proprio là, dove la parola scopre di non poter salvare, diventa ancora più necessario non sottrarsi all’ascolto.

Fusini non sembrava chiedere alla parola di consolarci di questo fallimento. Ci ricordava, piuttosto, quanto sia difficile e necessario non smettere di ascoltare.

Fin qui ho seguito gli interventi nell’ordine in cui sono tornati alla memoria. Ora, però, vorrei collocare l’ultimo proprio là dove è accaduto, alla fine, come si fa con un sogno quando si gli si concede la libertà di accompagnarci per il tempo che vorrà.

Fatico un po’ nel trovare le parole per parlare di Totem – rappresentazione con recita, di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani. Forse, chissà, è anche giusto così. Accenno soltanto al fatto che si tratta di una pièce – recitata da Maria Libera Ranaudo nel ruolo della voce principale e da Leonardo Albrigo e Domenico Chianese nel ruolo del coro (o dei gatti) – estratta da una storia cyberpunk originata dal fantasticare dei due autori e attraversata a vari livelli dal passaggio di Eros.

In pratica potrei dire che Totem, a modo suo, è una storia erotica che dà (o prende) il nome di una città del futuro e richiama un celebre scritto di Freud privato, però, dei suoi tabù o in cui i tabù vengono annullati, fatti scomparire dal controllo. In quel di Totem tutto è previsto, misurato, assegnato al suo istante: perfino l’eccitazione, perfino il piacere, almeno fino al momento in cui compare edipo.exe. Un malware, forse, che porta con sé una parola, eppure. Una parola breve che, nella sua congiunzione avversativa, ha il potere di aprire uno spiraglio e introdurre il desiderio con i suoi congiuntivi “Vorrei che tu fossi qui”. Un’espressione che i due autori ci hanno fatto sentire molto prima ancora che pensare.

E’ davvero emozionante riconoscere che – in questi tempi bui– per fortuna esiste ancora il coraggio di affidarsi al potere rivoluzionario degli strumenti che abitano il buio: sognare, fantasticare, lasciare che il già noto si allenti per indovinare tra le sue incrinature, un legame con l’altro, un altro legame. E così, al termine della giornata del 26 settembre 2026, diventare sembra essersi posto accanto ai tre verbi delle origini – fantasticare, tradurre, indovinare – per farci sentire l’importanza delle isole esistenziali, della libertà, della non-appartenenza. Diventare, forse, anche amare.

Bibliografia

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. O.S.F., Vol. 9. Bollati e Boringhieri.

Freud S. (1932). Perché la guerra. O.S.F, Vol.11. Bollati Boringhieri.

Preta L. (2019) Chimere. Ospitare l’irriducibile. https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/geografie-psicoanalisi-menti-migranti/chimere-ospitare-lirriducibile-lorena-preta/

Quinodoz D. (2004). Le parole che toccano. Una psicoanalista impara a parlare. Roma, Borla, 2004.

Silvia Mondini

silvia.mondini36@gmail.com

“Diventare umani” Roma, 26/09/2026. Report di Silvia Mondini Monica Castellini

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