Cultura e Società

“Un’isola” di K. Jennings. Recensione di D. Federici

16/11/23
"Un’isola" di K. Jennings. Recensione di D. Federici

Un’isola

di Karen Jennings (Fazi Ed., 2023)

Recensione di Daniela Federici

Parole chiave: #riconoscimento, #alterità, #migrazione

Lo straniero ci abita:

è la faccia nascosta della nostra identità,

lo spazio che rovina la nostra dimora.

Kristeva, Stranieri a se stessi

Samuel è un guardiano di faro che da più di vent’anni vive solo su una piccola isola al largo della costa africana. È un uomo ormai anziano, che ha costruito una barriera fra sé e il mondo, ben oltre i muretti a secco che continuamente rinforza contro il vento. Un giorno il mare lascia riverso sulla spiaggia un corpo che, a differenza dei tanti che ha già sepolto, ha sul collo una vena che pulsa ferocemente viva. È l’incontro con l’altro, fra solidarietà e paura.

Questo romanzo raffigura con acume l’inquietante estranietà vissuta dal protagonista, a un tempo possibilità di apertura al nuovo ed esperienza di sconfinamento che può far sentire violato e in pericolo il proprio spazio interno. Perché lo straniero mette sempre in un contatto più o meno perturbante con ciò che è più estraneo dentro ciascuno, con quella differenza che Freud ci ha insegnato essere innanzitutto interna, di parti espulse o relegate ai margini delle rappresentazioni con cui rinsaldiamo l’idea di noi.

Samuel soccorre e rifocilla il giovane uomo, muovendosi fra curiosità e diffidenza, cura e ripulsa. Gli spiega a gesti gli usi della sua modesta dimora, patendone l’invasione, e in quella mano tesa e nella sua voracità, ritrova il ricordo di un sé bambino ridotto a mendicare, dopo che la sua famiglia era stata scacciata dai campi espropriati dai colonizzatori. Un moto identificatorio che è ancora al sicuro nei contorni di ciò che Samuel prefigura essere un ospitale interludio nel suo isolamento, perché immagina di affidare il naufrago a chi viene tutte le settimane a portargli i rifornimenti dal continente.

Ma quando la barca appare all’orizzonte, il giovane invoca il suo aiuto terrorizzato, e per lui è come guardarsi in uno specchio: Nella supplica di quell’uomo, nel suo uso implorante della parola, Samuel riconobbe la propria paura, la paura che si era portato dietro per tanti anni.

Lo nasconde, ma la sua presenza ormai lo carica di fantasmi. La mente di Samuel è travolta dai ricordi, un rigurgito che riporta a galla un passato di miseria e sconfitte. Le case bruciate e le famiglie in fuga, l’infanzia alla ricerca di un luogo dove sentirsi al sicuro, il padre attivista per l’indipendenza che sognava un riscatto, la rivolta, il nuovo governo che non aveva cambiato nulla delle sorti dei poveri e che negli anni si era trasformato in una dittatura, l’opposizione a quel regime che alla fine gli era costata più di vent’anni di prigione. La violenza, le umiliazioni, il ritorno in un mondo trasformato, corrotto e brutale, in cui il figlio, che aveva lasciato neonato fra le braccia della madre al momento del suo arresto, era morto senza che lui sapesse nemmeno come. Gli era rimasta solo la sorella, ma quando era andato a cercarla non aveva trovato altro che nuove mortificazioni, fino a quell’inserzione per un lavoro su una minuscola isola pietrosa spazzata dal vento, lontano da quel mondo che lo aveva avvilito e rigettato, cui non voleva più tornare.

Ora quelle due piccole stanze accanto al faro, l’orto, le galline con il loro chiocciare, erano tutto ciò che considerava suo. Ma quel nuovo odore nella sua casa, il pulsare di quella giovinezza, gli facevano mancare il fiato.

Dentro di lui qualcosa di piccolo e ripiegato cominciò a mutare. Si aprì verso l’esterno, diventando sempre più grande, finché il suo petto, le braccia, la gola non ne furono avvolti completamente. Finché non si sentì fragilissimo e scricchiolante.

Nel confronto con l’alterità anche il tempo riprende a fluire, quel tempo che Samuel aveva tenuto sospeso e che a un tratto pareva potergli riportare il figlio che non aveva mai visto crescere, in quel giovane uomo che lo aiutava a spaccare le pietre e a concimare l’orto, che gli squadernava davanti un nuovo scontro fra le generazioni com’era stato con suo padre, dove stavolta era lui quello destinato a essere ‘fatto fuori’ da chi viene dopo.

Così lo straniero, con la sua gioventù e la sua forza, diviene anche presagio di morte.

Era intrappolato da quell’odore. Da qualche luogo del passato, il ricordo… l’odore di bruciato era venuto a prenderselo… Era di nuovo un bambino, nella vallata …arancione e nera di fiamme… gli animali che soffocavano in un singulto di sangue… fiamme e cenere… Coloro che li avevano precedutinella fuga, devastanti come locuste, avevano raccolto tutto ciò che potevano, lasciandosi alle spalle solo gambi, ossa, nidi svuotati, uno strascico di fame insaziata.

Quel flusso intrusivo e inarrestabile di ricordi ed emozioni, è un crescendo tensivo che rappresenta bene il ritorno prepotente delle aree profonde e non soggettivate, con il loro detonare traumatico, che infragilisce la tenuta identitaria e disorganizza il sé. Nell’assottigliarsi del confine fra realtà e immaginazione, sulla tela cangiante delle proiezioni, si assiste al lento scivolare nel clima paranoico che può liquidare lo psichico e disorganizzare il somatico.  

Se pensava a qualcosa che non fosse casa sua o il suo letto, anche la mente gli faceva male. Tutto gli sfuggiva, era diventato inafferrabile, un sogno. … non avrebbe rinunciato alla sua terra: non se ne sarebbe andato, non se ne sarebbe andato mai. La terra era sua, sempre…

Quando Samuel comprende l’intenzione del giovane di rimanere lì, comincia a temere che ogni cosa gli possa essere di nuovo tolta. Sono incubi che riprendono vita, il perturbante fa effrazione e lacera l’Io familiare che si voleva al sicuro dietro i propri muretti, franandolo delle sue parti bisognose, inermi, distruttive.

Tutto quello che di vile c’era in lui si convertì in rabbia. … Ricordandosi il bisogno di umiliare qualcuno, di spaccargli la faccia, di vederlo rannicchiarsi impaurito

Gli ritorna alla mente quel giorno lontano, alla marcia contro il dittatore, quando nella ferocia dello scontro si era ritrovato fra le mani la vita di un altro: …continuò a stringere .. finché non ebbe la certezza che qualcosa stava cedendo, vedendo in quell’azione l’annientamento dell’uomo, ma non di lui soltanto, anche di tutte le umiliazioni che aveva sopportato nella sua vita, di tutti gli uomini e le donne che si erano fatti beffe di lui…

Quell’antico richiamo alla violenza… che non aveva mai abbracciato fino in fondo… l’individuo che non era mai stato…

Ciò che non possiamo tollerare di essere, possiamo solo ripudiarlo e proiettarlo.

Abbiamo tutti un lato mostruoso, che vuole sfuggire e negare il dolore, che si identifica con l’infliggerlo, una parte destinata a essere soppressa o sopprimere. Per questo la figura del nemico è una funzione psichica centrale per gli individui, perché legittima l’identificazione proiettiva che disloca la negatività fuori di sé, scontando il prezzo di un ritorno persecutorio, ma rinforzando il confine interno-esterno e riducendo così la possibilità di riconoscere l’estraneo interno.

La Benjamin parla di una posizione ‘terza’ nel riconoscimento, che riesce a tenere in tensione differenza e uguaglianza; se questa crolla, si scade in una posizione relazionale basata sulla scissione in cui l’altro diventa solo una minaccia per la soggettività, rispecchiandoci le parti vulnerabili, instabili, devianti che abbiamo fatto fuori, l’alterità sulla quale non abbiamo controllo. In questa condizione di precarietà interna e di alterazione della sostanza umana, in cui si perde ogni legame di solidarietà, l’incontro espone a una reciproca vulnerabilità, perché si è impossibilitati a riconoscere la realtà altrui senza rinunciare alla propria. Solo il riconoscimento del poter essere stranieri a se stessi (Kristeva) sostiene la reciprocità con un altro soggetto uguale e diverso, così che la sua ombra, nella luce, diventi distinguibile (Benjamin). Solo questa possibilità di comunicazione entro una relazione etica può evitare il passaggio all’atto che deve eliminare l’altro per esistere.

È un uomo pavido e malfermo, Samuel.

Ma conosciamo noi stessi solo fin dove siamo stati messi alla prova, scrive la Szymborska.

Uscì da se stesso, smise di esserci. Di lui non era rimasto niente.

Quello della Jennings è un romanzo breve e suggestivo che fa molto riflettere sul nostro presente di guerre e naufragi dell’umano. Quell’isola diviene la rappresentazione del nucleo incomunicato e inviolabile di ciascuno (Winnicott), cronicamente minacciato di invasione e mutilazione, e il confine si fa luogo di affioramento dell’irrapresentabile, delle parti straniere e stranianti. A ricordarci che il fragile equilibrio che siamo, dipende dalla familiarità con i nostri fantasmi.

Volevate soltanto il lusso di aprirvi intimamente ad un estraneo. Che io rimanga, dunque, l’estraneo. Ma vi dico che avvicinar l’estraneo è invitare l’inatteso, svegliare una nuova forza o lasciare il genio uscir dalla bottiglia. È iniziare una nuova serie di eventi fuori del nostro potere. () L’inferno siamo noi… le altre figure in esso mere proiezioni (T.S. Eliot, Cocktail party).

Nel suo riconoscere un inconscio di forze desideranti e distruttive, l’etica della psicoanalisi opera per una politica di solidarietà umana che sa di non poter prescindere dal riconoscimento dell’alterità e che il pensiero – il nostro migliore strumento – richiede inevitabilmente la fatica psichica di muoversi fra forze in opposizione.

Benjamin J. (1988) L’ombra dell’altro, Boringhieri 2006

De Micco V. (2022) “Il rischio nel vivere. Itinerari della soggettività e condizioni antropologiche estreme” Riv. Psicoanal., v.3

Kristeva, J. (1988) Stranieri a se stessi, Feltrinelli 1990

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