17 Maggio: Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La stampa a cura di M. Antoncecchi

17 Maggio: Giornata mondiale contro Omofobia-Bifobia-Transfobia. Introduzione a cura di A. Migliozzi e R. Musella

17 Maggio: Giornata internazionale contro  l’omofobia, la bifobia e la transfobia

a cura di Maria Antoncecchi

Introduzione: Negli anni 60/70 sono cominciate le lotte dei movimenti di liberazione per i diritti degli omosessuali ( la rivolta di Stonewall, nel 1969) e,  nello  stesso periodo,  gli studi psicologici  iniziano a rivedere le teorie sull’omosessualità. L’articolo qui proposto dell’American Psychological Association “How psychology  has helped society accept homosexuality”  (0/5 2018)   descrive in modo sintetico e chiaro come le scienze psicologiche hanno contribuito a cambiare l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità e  mette in evidenza gli errori metodologici delle ricerche scientifiche che correlavano l’omosessualità alla criminalità e alla malattia mentale.

Nel 1972, lo psicoterapeuta George Weinberg propose il termine omofobia per indicare quegli aspetti inconsci che determinano atteggiamenti ostili e di rifiuto nei confronti dell’omosessualità. L’uso di questo termine suggerì che sono coloro che nutrono pregiudizi contro gli omosessuali, e non gli omosessuali, a soffrire di una malattia psicologica. La famosa frase di Weinberg: “non considererei mai un mio paziente come sano fintanto che non abbia vinto il suo pregiudizio contro l’omosessualità” (Weinberg,1972) portò a un cambio di vertice e, inevitabilmente, ad una critica nei confronti del clima culturale dell’epoca. Anche le persone omosessuali possono soffrire di omofobia ma In questo caso si tratta di omofobia interiorizzata cioè di quell’insieme di sentimenti ed emozioni negative rivolte verso la propria omosessualità con ricadute nella costruzione della propria identità.

L’American Psychiatric Association, nel 1973, rimuove l’omosessualità dall’ elenco delle patologie mentali con l’intento  di tutelare la salute mentale delle persone omosessuali. Nel 1987 sarà poi eliminata dal DSM III anche l’omosessualità egodistonica in quanto ritenuta  la conseguenza dei pregiudizi sociali.

Un altro fattore che contribuì a modificare l’atteggiamento discriminante nei confronti delle persone omosessuali furono gli studi che, negli anni 90, rilevarono la presenza del fattore biogenetico. Sebbene i risultati degli studi sull’ereditarietà non fossero sempre omogenei rafforzarono l’idea che l’omosessualità non fosse solo una scelta  e  pertanto non avesse alcun senso considerarla una malattia. Alla base della scelta dell’orientamento sessuale  esiste un complesso sistema di fattori costituzionali, ambientali, relazionali e culturali. Questo capovolgimento di prospettiva ha spostato l’attenzione della comunità  civile e scientifica  sui danni psichici che le discriminazioni hanno sullo sviluppo emotivo  delle persone.

Ma qual è il rapporto tra psicoanalisi e omosessualità ?

Christopher Bollas (1992) sottolinea come ogni tentativo di costruire una teoria generale dell’omosessualità è possibile solo al prezzo di gravi distorsioni delle discrete e importanti differenze tra omosessuali. Abbiamo selezionato, a questo proposito, l’articolo “ L’atteggiamento degli psicoanalisti italiani nei confronti dell’omosessualità: una ricerca empirica”  che Capozzi-Lingiardi  hanno pubblicato sull’International Journal Of Psychoanlysis  (2004) che  prende in esame le  differenze delle teorie psicoanalitiche sull’omosessualità. Presenta, inoltre, i risultati di una ricerca empirica sugli atteggiamenti e convinzioni di un campione di psicoanalisti italiani sull’omosessualità.  Gli orientamenti teorici proposti sono quattro. Il primo gruppo che si fonda sulle teorie freudiane considerano l’omosessualità un’inibizione o un arresto dello sviluppo  e, alcuni, sottolineano l’aspetto regressivo. Il secondo gruppo, post-kleiniano, (Rosenfeld 1949, Thorner,1949) pur non avendo formulato teorie specifiche la inseriscono  nelle costellazioni sintomatologiche caratterizzate da aggressività e narcisismo oppure  viene ritenuta una difesa primitiva. Kernberg (1992) ha in seguito, rivisto la sua posizione ed è diventato favorevole alla depatologizzazione dell’omosessualità. Al terzo gruppo appartengono quegli analisti che non si sono occupati dell’origine dell’orientamento sessuale perché hanno diretto il loro interesse alla qualità della relazione amorosa (relazionali britannici, Bollas, Kohut).

Il quarto gruppo proposto ritiene le omosessualità un esito possibile dello sviluppo sessuale.  L’orientamento sessuale, le fantasie e di desideri vanno a costituire un’identità che non va modificata da una terapia che considera l’etereosessualità un obiettivo. Tra questi autori ci sono Isay, Roughton e Mitchell, Benjamin, Drescher.

La comunità psicoanalitica italiana mostra un divario tra l’appartenenza teorica degli analisti e la loro pratica clinica. Una parte di coloro che aderiscono a modelli che  non considerano  l’omosessualità  una patologia   affermano nella pratica clinica di trattarla come un sintomo o un arresto di sviluppo.  Tale scollamento esprime un’ambivalenza nei confronti dell’omosessualità derivante da anni di pregiudizi teorici che hanno dominato le teorie psicoanalitiche.  L’atteggiamento degli psicoanalisti, dunque, sembra essere influenzato dalla formazione culturale e teorica e dai pregiudizi sociali e ideologici derivanti dai modelli di riferimento trasmessi all’interno delle scuole psicoanalitiche.

I cambiamenti avvenuti in questi anni e le possibilità create dal progresso scientifico aprono, sul tema dell’identità di genere e più in generale sul problema della sessualità, nuove riflessioni. Le evoluzioni farmacologiche e tecnologiche permetterebbero una ri-attribuzione di genere, un moltiplicarsi delle possibilità procreative e la nascita di una nuova genitorialità. La comunità psicoanalitica si confronta quotidianamente nella pratica clinica con nuove domande ed è auspicabile che un dibattito vivo che andrà inevitabilmente a  toccare  la teoria , la dimensione culturale e la complessa relazione corpo-mente.

 

Bibliografia

– Bollas C., Essere un carattere, Roma, Borla,1996

– P.Capozzi-V.Lingiardi ,“L’atteggiamento degli psicoanalisti italiani nei confronti dell’omosessualità: una ricerca empirica”. International Journal of Psychoanalysis 2004, 85: 137-157.

– Isay R.A., Essere omosessuali. Omosessualità e sviluppo psichico. Milano, Raffaello Cortina,1996

– McFarland S.,“How psychology  has helped society accept homosexuality”. dell’American Psychological Association, 2018

https://www.apa.org/ed/precollege/ptn/2018/05/society-accept-homosexuality

Mitchell S., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Torino, Bollati Boringhiei,1993