Adolescenti e Internet

ADOLESCENTI, RETE E SOCIAL NETWORK

Irene Ruggiero

Penso che la Rete sia uno strumento formidabile per reperire e scambiarsi informazioni, e che, in quanto tale, promuova potenzialmente una maggiore democrazia. Tuttavia, la Rete comporta anche dei rischi, soprattutto per gli adolescenti più fragili.
Facciamo un passo indietro e volgiamoci alla prima infanzia, in cui inizia il processo di formazione del senso di sé, base dell’autostima e della fiducia in se stessi.
La specifica prematurità del cucciolo dell’uomo fa si che egli si sviluppi in una situazione di protratta dipendenza dall’ambiente, dalla madre in particolare. La crescita non è solo una questione di maturazione, la mente si sviluppa all’interno di una relazione significativa con la madre e le persone che si prendono cura del lattante.

Winnicott, pediatra e psicoanalista, ci ha insegnato quanto sia cruciale in questo processo la funzione di rispecchiamento materno: quando guardo, sono visto, dunque esisto.
Che cosa significa?
Vuol dire che, se le cose vanno abbastanza bene, quando il lattante guarda il volto della madre, è se stesso che vede riflesso negli occhi della madre che, mentre lo guarda, lo pensa, cercando di immaginare le sensazioni e le emozioni che egli prova.
Essere “visti” e pensati costituisce per lo sviluppo della mente un nutrimento indispensabile, come il cibo per quello del corpo. L’infante acquista così gradualmente il sentimento di esistere in una situazione di continuità, rappresentata dal guardarlo-sentirlo-pensarlo della madre.
È dunque negli occhi della madre, precursore dello specchio, che il lattante costruisce i primi abbozzi del suo senso di sé. Attraverso l’esperienza ripetuta di sentirsi mentalmente tenuto, compreso e condiviso, l’infante, che ancora non dispone della parola per esprimere ciò che sente, comincia a strutturare uno spazio interno in cui contenere sensazioni, tensioni, emozioni, che troveranno poi – attraverso le parole rispecchianti di coloro che se ne prendono cura – una via per essere espresse e comunicate.
Chi non è stato capito e pensato, difficilmente trova pensieri e parole per pensare a se stesso, capirsi e parlare di sé, a se stesso e agli altri.
Per sentirsi vivi e vitali è necessario essere stati vivificati da qualcuno che ci abbia investito con passione e curiosità. Pirandello aveva già espresso poeticamente un’idea del genere: quando morì la madre, pensò che in non era lei, in un certo senso, ad essere morta, visto che era ancora così viva nelle mente di lui; era piuttosto lui a non essere più vivo in quella della madre, che non poteva più pensarlo; in un certo senso, dunque, era lui e non lei ad essere in parte morto.
Se il rispecchiamento materno funziona in modo sufficientemente buono, si pongono le basi per lo sviluppo di un sentimento di autenticità e pienezza, su cui si edificheranno l’autostima e la fiducia in se stessi. Questo è il narcisismo sano, il bagaglio narcisistico con cui il bambino approderà all’adolescenza.

Viceversa, se esso è carente o distorto, accadrà che il lattante veda riflessi negli occhi di sua madre non se stesso ma gli stati d’animo di lei, spesso la sua angoscia, la sua rabbia o le sue difese da queste emozioni. Invece che curiosità, fiducia e apertura verso il mondo, si struttureranno apprensione e preoccupazione. Il bambino svilupperà capacità percettive che gli consentano di predire l’umore della madre e, appena possibile di influenzarlo; questo avverrà a scapito della sua possibilità di sognare, di scoprire e investire il suo sé in un clima di fiducia di base.
Invece di poter “essere” e investire se stesso, grazie alla protezione di un ambiente che si adatta ai suoi bisogni e lo rispecchia, il bambino imparerà a reagire all’ambiente, adattandosi all’umore e ai bisogni dell’altro, piuttosto che essere centrato su se stesso.
Il rispecchiamento mancato o carente creerà nel mondo interno aree di orfanità e sentimenti di vuoto che il bambino cercherà di colmare aggrappandosi concretamente alla madre e, più avanti nella vita, a persone o oggetti esterni che diventeranno imprescindibili proprio in quanto sostituti di qualche cosa che non si è costituito nel mondo interno.
E’ così che si strutturano le dipendenze patologiche.

La funzione di rispecchiamento svolta da persone affettivamente significative (ti capisco, sento quello che tu senti e ti aiuto a metterlo in parole), importante in tutte le fasi della vita, sarà di nuovo cruciale in adolescenza, quando l’identità costituitasi nell’infanzia è messa in crisi dalle trasformazioni puberali, che possono far sentire gli adolescenti disorientati e “a pezzi”.
Molti nodi vengono al pettine e la qualità del bagaglio narcisistico acquisito nell’infanzia gioca un ruolo determinante: l’adolescenza è come una tempesta che scuote la casa dalle fondamenta: più solide e più elastiche sono le fondamenta, meglio la struttura resiste alle intemperie.
In adolescenza, i ragazzi possono sentirsi di nuovo “infanti”, nel senso di non trovare parole per esprimere (prima di tutto a se stessi) le nuove perturbanti emozioni che li pervadono e le tensioni spesso molto intense connesse alle trasformazioni corporee, mentali e cognitive.
In questo grande sforzo di pensiero, ad un tempo doloroso e arricchente, che accompagna un’adolescenza riuscita, i ragazzi si trovano esposti ad un vuoto simbolico (cioè all’incapacità di dare un senso a quanto loro accade) ogni volta che le tensioni innescate dalle nuove esperienze, a partire da quella di avere un corpo sessuato, eccedono le loro capacità rappresentative, inevitabilmente immature.
Nel difficile compito di integrare e dare un senso soggettivo alle trasformazioni in atto, la condivisione con il gruppo dei pari costituisce un sostegno formidabile.

Veniamo ora alla Rete e ai Social network. Come ogni altro strumento della nostra realtà culturale, non si può dire che essi siano positivi o negativi in sé, è l’uso che se ne fa a determinare la differenza.
A parte la grande possibilità di sperimentazione autonoma e l’enorme messe di informazioni (più che di conoscenze, secondo me) che vi si può trovare, la Rete fornisce agli adolescenti la possibilità di un contatto facile con coetanei con cui condividere esperienze, impressioni, sensazioni e pensieri, ottenendo così un prezioso lenimento per le angosce identitarie, così intense in questa delicata fase della vita.
Non è poi così diverso da quando, una o due generazioni fa, gli adolescenti passavano ore al telefono per fruire di un’analoga condivisione emozionale con i coetanei (sappiamo quanto sia importante per gli adolescenti condividere abitudini e modelli di comportamento, quanto siano portati a cercare l’identicità, come piccole differenze nell’abbigliamento – ma anche nella musica preferita – possano diventare elementi identitari sulla cui base dividersi in gruppi dai confini rigidi, la cui funzione sembra quella di rafforzare l’identità dei propri membri, esasperando le differenze rispetto agli altri).
Il compito che l’adolescente ha di fronte è quello, tutt’altro che facile, di trovare un equilibrio tra appartenenza (conformismo, omologazione) e differenziazione, tra bisogno di contatto e difesa di una quota minimale di soggettività. E’ questo il processo di soggettivazione, grazie al quale l’adolescente diventa gradualmente un adulto, caratterizzato da una identità personale differenziata, capace al contempo di autonomia e di dipendenza sana (non coattiva) dagli altri.

La Rete, pur essendo uno degli strumenti che possono favorire il transito adolescenziale, non è tuttavia esente da rischi, soprattutto per gli adolescenti più fragili, che possono farne un uso difensivo, antievolutivo.
Un possibile uso patologico traspare quando lo stare in rete diventa un bisogno coattivo, una sorta di dipendenza.
Il meccanismo coinvolto sembra essere quello implicato nelle più varie forme di dipendenza patologica (da cibo, da sostanze, da alcol, dal sesso, dal gioco d’azzardo): una modalità relazionale costrittiva che vincola il soggetto all’oggetto da cui dipende. Il bisogno, concreto e sensoriale la fa da padrone e occupa tutto lo spazio mentale del soggetto, ridotto ad uno stato di servitù. Nella ricerca di un contatto perenne si cela il desiderio di una onnipotenza autarchica, fondata sulla fantasia di avere un oggetto disponibile sempre, in qualunque momento.
Rispetto ad altre dipendenze, quella da Internet sembra socialmente più accettata, forse perché ritenuta meno dannosa, ed è in genere individuata con un ritardo molto maggiore.

Le ragioni per cui si instaura una dipendenza dalla Rete possono essere svariate; vediamone un paio:
1) la ricerca coattiva di una conferma della propria esistenza/consistenza nell’essere visti dagli altri. Occorre allora essere in Rete (su Facebook o YouTube o altri social network) per sentire di esistere, di esserci.
La Rete diventa il sostituto degli occhi della madre nella primissima infanzia.
Può accadere che, negli adolescenti più fragili, si verifichi così una specie di perversione del bisogno di rispecchiamento, che viene sostituito dalla ricerca coattiva dell’apparire.
Nei casi estremi l’immagine viene confusa con la realtà, fino all’assunzione di una falsa identità che – se coltivata a lungo – può essere scambiata con quella reale. Nei casi estremi, l’adolescente può confondersi e rimanere intrappolato nell’identità costruita nella Rete e per la Rete, restituita di continuo inalterata da “altri” che non hanno altre fonti di informazioni che quelle fornite dal soggetto stesso.
Un caso particolare è costituito dagli adolescenti che commettono atti violenti, apparentemente senza rendersi ben conto di ciò che fanno, e poi si fotografano, si filmano, si registrano e diffondono le loro “gesta” attraverso Internet, alla ricerca di una prova di esistenza negli occhi di chi immaginano assistere alle loro imprese sbigottito, scandalizzato o indignato. Le reazioni del “pubblico” vengono utilizzate come tasselli nella costruzione di un’immagine di sé che possa colmare le loro falle identitarie.
Già Winnicott aveva sottolineato come il sentimento di inconsistenza che molti adolescenti provano fisiologicamente fa sì che essi possano sentirsi reali solo attraverso le reazioni che suscitano negli altri. Gran parte delle condotte oppositive e antisociali degli adolescenti hanno qui loro radici in un precario sentimento identitario. Nei casi estremi, la ricerca di un’identità negativa reificata assolve la funzione di fornire una qualche consistenza, come potrebbe fare un esoscheletro.
2) l’evitamento delle relazioni “in carne e ossa. (Hello Denise).
Nei rapporti “virtuali”, il contatto, superficiale e bidimensionale, prende il posto della relazione: si pensi all’elenco degli ” amici” in Facebook e alla sua funzione di conferma narcisistica (più amici ho, più sono popolare e importante); una sorta di collezionismo in cui l’apparente possesso concreto, testimoniato dall’accettazione dell’altro di essere incluso nell’elenco degli amici, prende il posto dell’incontro “carnale”, in cui sia il soggetto che l’altro sono coinvolti con tutti i sensi e non solo con la loro immagine.
Il mostrarsi prende il posto dell’incontrarsi, il contatto quello della conoscenza e dell’intimità nella differenziazione. Per esempio, non occorre più tenere in mente la storia di un amico, ricordare le sue confidenze o anche semplicemente la data del suo compleanno, tanto “è in Facebook”.
Così può accadere che stormi di messaggi di auguri anonimi e preconfezionati si sostituiscano ad un pensiero autentico, frutto di una relazione dotata di spessore, in cui ci sia spazio per il ricordo, il desiderio e l’attesa. I contatti si fanno sempre più rapidi e superficiali, si diffonde un lessico impoverito e spersonalizzato, la velocità prende il posto della profondità. Sms, chat, twit… Forme di comunicazione veloce, che mantengono in continuo contatto concreto con “amici” virtuali, carburante narcisistico a poca spesa rispetto all’impegno richiesto da una reale conoscenza e da una relazione profonda.
Vorrei citare al proposito un’affermazione profetica di Eugenio Montale: “Comunicare, comunicazione, parole che se frugo nei miei ricordi di scuola non appaiono. Parole inventate più tardi, quando venne a mancare anche il sospetto dell’oggetto in questione” (1984).

Queste modalità relazionali sono fisiologiche e anche utili nell’arco dei primi anni dell’adolescenza, diventano invece inquietanti se si cristallizzano. Esse palesano infatti il bisogno di evitare di mettersi alla prova, il terrore di esporsi ad offese narcisistiche che potrebbero annientare un sé troppo fragile. Ad un certo punto però, occorre uscire dal nido e affrontare le esperienze “in carne ossa”, esponendosi alle intense emozioni che esse suscitano; solo così, si può fruire dell’esperienza fondamentale di scoprirsi anche attraverso gli occhi degli altri.
Questo non può accadere nei rapporti virtuali, in cui manca una verifica multi-sensoriale proprio perché gli altri, non avendo altri vertici di informazione che quello messo in rete dal soggetto, si configurano come spettatori con i paraocchi. Tomboy, in Rete, avrebbe potuto continuare a credere e far credere di essere un ragazzo!
Non essendoci un reale confronto, non sono possibili quegli scarti fra l’immagine fornita di sé e le impressioni che ne rimandano gli altri, base di esperienze di scoperta di sé attraverso gli altri che, seppure non esente da rischi di potenziali traumatismi, ha un’enorme potenzialità maturativa, in quanto consente anche una bonifica del senso di sé, fornita da uno sguardo altrui capace di accettare (o amare) dell’adolescente aspetti di sé che egli non accetta.

In generale, poi, la Rete sollecita l’onnipotenza: c’è l’idea di trovare tutto, sempre disponibile, nell’attimo stesso in cui lo cerchi, senza il tempo sufficiente a far nascere una curiosità e una tensione conoscitiva; ma è come avere una montagna di libri senza possedere scaffali e criteri con cui poterli ordinare. Possesso concreto privo di spessore soggettivo invece che conquista personale stabile.
Le conseguenze sono individuabili in una riduzione crescente della tolleranza alle frustrazioni, una tendenza ad agire nel concreto (fosse anche solo sulla tastiera), una negazione della dipendenza dall’altro e un progressivo impoverimento della capacità di provare desiderio e piacere, tutti elementi che mi pare si vadano infiltrando anche nella nostra società adulta.

Nonostante oggi gli adolescenti siano oggetto di innumerevoli studi e dibattiti la Società attuale appare poco attrezzata a sostenere il processo adolescenziale, proprio per il moltiplicarsi di elementi adolescenziali nella cosiddetta società adulta: il crescente sfumare di limiti differenzianti tra i sessi e le generazioni, l’espandersi di aree di ambiguità sempre più ampie (tra vero e falso, fra immagine e realtà, tra essere e apparire).
Molti dei genitori di oggi condividono con i figli adolescenti uno stesso senso di smarrimento. E’ dunque più difficile che l’adolescente possa trovare nello sguardo dei genitori un rispecchiamento adeguato che lo sostenga nel processo di crescita; capita anzi sempre più spesso che i genitori cerchino nello sguardo dei figli un supporto per un proprio equilibrio precario.
Non sono solo gli adolescenti ad avere un’attenzione quasi ossessiva per l’apparire e per l’apparenza, anche tra gli adulti ha preso sempre più piede una cultura in cui l’abito fa il monaco.
Gioca un ruolo importante anche la drammatica marginalizzazione in cui la Società attuale pone gli adolescenti, per lo più relegati al ruolo di spettatori passivi di un mondo su cui non hanno il potere di incidere, costretti a sopportare una tragica divaricazione tra le loro potenzialità fisiche e intellettive e la loro impotenza reale nel modificare la Società in cui vivono.

Concludendo, direi che nell’uso patologico (non nell’uso in sé e per sé) della Rete e dei social network trova espressione di un senso di inconsistenza che ha una duplice radice, da una parte nella storia personale di ognuno, dall’altra nella marginalizzazione degli adolescenti nelle attuali società occidentali.
Costretti ad una sosta eccessivamente prolungata nel guado adolescenziale, deprivati del potere di incidere sull’ambiente in cui vivono, possono ritrovarsi costretti a “giocare” in modo compulsivo e ripetitivo in un universo virtuale che li ripari da frustrazioni eccessive.
In questa prospettiva, certi usi patologici e perversi della Rete costituiscono anche la punta dell’iceberg di un crescente disagio sociale.

Gennaio 2012