Biennale d’Arte a Venezia, Giardini e Arsenale, 9 maggio- 22 novembre 2015

2015 stage biennale di venezia4Sono andata a vedere la Biennale d’Arte a Venezia e mentre giravo nei padiglioni tra  installazioni, performance, video e  opere mi sono ritrovata a pensarvi…

Pur non essendo un’esperta di arte, devo ammettere che l’arte contemporanea mi stimola a volte moltissimo, mi fa emergere molteplici e confuse riflessioni, ma soprattutto, ogni volta, percepisco come gli artisti siano veramente degli “emergenti gruppali” che ci dicono dove stiamo andando. E questa volta ancora di più visto che il titolo della mostra era All the world’s futures, tutti i futuri del mondo…

Infatti la guida  ci ha introdotto partendo dall’Angelus Novus di  Paul Klee. Un quadro molto amato da Walter Benjamin che così spiega una propria tesi (citata proprio testualmente dalla guida):

Nel quadro di Klee … “Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Ebbene la Biennale di quest’anno ha il sapore di un futuro che guarda al passato, che sembra non volerlo lasciare, ma che è travolta da un futuro, simile appunto ad un vento impetuoso che spira e ci trascina via nostro malgrado. Molte opere e installazioni hanno proprio il sapore di farci volgere lo sguardo al passato in una sorta di quella che noi potremmo chiamare memoria del futuro.

Ho scelto, per  questo breve report, di portarvi dei flash emozionali, come se la mia descrizione fosse un sogno. Non voglio mostrare immagini concrete delle opere (qualcuna la trovate su internet in un bell’articolo su Post, rivista on-line – www.ilpost.it/2015/05/15/biennale-venezia-2013-cosa-vedere di Francesco Cataluccio, del 15 maggio 2015 “I futuri del mondo a Venezia”) perché penso che devo tentare con le mie semplici parole a stimolare, nella mente del lettore, la nascita di un’immagine.

Innanzitutto devo ammettere che a me sono piaciuti di più i padiglioni delle diverse nazioni ai Giardini che le opere, esposte un po’ caoticamente, all’Arsenale, ma sono certa che questo sia molto personale.

Ai Giardini certamente il padiglione che mi ha coinvolta di più è stato quello del Giappone, dove l’artista Chiharu Shiota ci fa entrare in uno spazio invaso letteralmente da fili di lana rossi intrecciati tra di loro a cui ha appeso centinaia di chiavi artificialmente un po’ arrugginite. Chiavi che persone comuni le hanno donato nel momento in cui lei le ha chieste per creare l’installazione. Sono chiavi vere, vive, che hanno aperto porte vere. Chiavi che da qualche parte portavano di sicuro. Chiavi senza nome, ma che portano nascosto il nome nella loro forma e nella loro storia a noi sconosciuta. Tra due barche, segno di un tempo perennemente in  viaggio, un tempo che non sa fermarsi – questa è la mia emozione, non la spiegazione dell’Artista – si intrecciano questi 400 chilometri (sic!) di  filo rosso sangue, rosso vita e noi ci troviamo camminare immersi in questo universo sospeso – il padiglione è molto grande –  sopra di noi. Tutto appare rosso così come tutto invece appare blu nella piccola stanza del Kossovo all’Arsenale, dove delle sbarre fatte con tondini di ferro ci parlano di confini, di limiti, di divieti. Sbarre appoggiate su un tappeto di sabbia che solo quando si riaccende la luce normale si scopre essere blu. E’ uno spazio inquietante come lo è la storia del Kossovo. Ecco sono questi due spazi, caratterizzati dalla presenza invadente e dominante del colore, che mi hanno piacevolmente turbata.

Così è avvenuto per il padiglione dell’Uruguay, ai Giardini. L’installazione si chiama Global Myopia… è incredibile come molte persone entrino e, trovando tutte le pareti completamente bianche, ne escano inquietati. Il perturbante di questo bianco deve essere subito abbandonato. Se ci si ferma invece si scopre che l’Artista, Marco Maggi ci ha lavorato moltissimo per realizzare, con dei minuscoli pezzettini di carta bianca, tagliati con il bisturi a mano (!), dei disegni che potrebbero essere interpretati a piacere quali mappe di città fantastiche, tracciati elettronici, o qualsivoglia nostra fantasia. Ben 10.000 i micro-pezzetti di carta bianca sono stati tagliati e raccolti/catalogati in un anno di lavoro e poi l’Artista ha utilizzato almeno due mesi di lavoro per incollarli, anche in modo tridimensionale, sulle enormi pareti del padiglione. Chi entra di fretta non li vede e non capisce. Quanto siamo miopi e non vediamo la realtà che ci circonda? Analogamente non siamo in grado neanche di vedere quella che ci abita e si confonde con le pareti interne della nostra mente? All’entrata del padiglione si viene accolti da una decina di matite nere bloccate in una posa statica. Mi spiegano che mentre la matita abitualmente è dinamica e si muove sulla carta, qui la matita viene immobilizzata ed è la carta ad assumere il dinamismo che la sparpaglia nel disegno diffuso sulle quattro enormi pareti.

Ho trovato questo padiglione e questo Artista geniale!

Mentre ho veramente provato orrore sia per le installazioni della Francia (Céleste Bousier-Mougenot) che per l’opera di Roberth Smithson al Central Pavillon. Entrambi hanno volontariamente danneggiato la natura per mostrarci, volendo in realtà sensibilizzarci, gli orrori che comunemente commettiamo distruggendo questo patrimonio meraviglioso. Ben tre alberi sono stati strappati con la loro terra e le loro radici (parzialmente tagliate!), per essere messi liberi di “muoversi” dentro e  davanti al padiglione francese. Sì avete letto bene: di muoversi! Certo su delle rotelle nascoste che però venivano azionate dall’albero stesso con un complicato  sistema che interagiva con quello naturale linfatico dell’albero. Non riesco a spiegare di più: è stata fatta una vera “operazione chirurgica” all’albero per inserirsi nel sistema linfatico e codificarne la vitalità, ma vi assicuro che l’albero lentamente si muoveva ed andava dove voleva. Hanno perciò dovuto mettere anche un sistema che ne controllava i movimenti per non “disturbare” i visitatori!! Non solo strappato dalla sua terra, violentato con un vero e proprio intervento  di “chirurgia invasiva”, ma anche imprigionato dalle fotocellule!! E non basta c’è anche un sistema che registra, e ci rimanda, la “voce” dell’albero… non oso pensare cosa ci stia dicendo il suo “rantolo”…

Altrettanto orribile l’albero (veneziano!) morto: Opera d’arte concettuale, site-specific, di Roberth Smithson (Central  Pavillon), (anche se esteticamente bello e d’effetto): anche questo con tanto di radici, disteso per terra ancora semivivo a maggio, con foglie, fiori e germogli, e ora completamente seccato. Una morte in diretta sotto gli sguardi superficiali e annoiati di noi… spettatori di un delitto del quale,  in qualche modo, possiamo essere considerati complici.

Affascinanti invece le opere esposte nel padiglione Olanda in cui l’Autore, Herman De Vries oltre a dare valore ad elementi naturali (conchiglie, filamenti d’erba, sassolini…) riempie una intera grande parete di quadri, tutti della stessa dimensione,  che contengono dei fogli su cui ha spalmato la terra di tantissimi paesi del mondo: così c’è la terra rossa, la terra verdognola, la terra quasi bianca ecc. di tanti luoghi diversi. La ritmicità dei quadri e le diverse colorazioni sembravano dirmi che nella diversità siamo uguali… forse banale ma certamente molto d’effetto.

Altrettanto efficace il muro di valige, chiamato Il muro del Pianto, di Fabio Mauri, recuperate al binario 21 della stazione di Milano, da dove partivano i treni degli ebrei verso quello che sarebbe stato un destino tragico. Valige di tutte le dimensioni, sovrapposte l’una all’altra a costruire una vera e propria muraglia a memoria dei tanti muri che costruiamo con la violenza per differenziarci, difenderci e  illuderci di saperci separare e individuare. Come per le chiavi mi sono chiesta cosa contenessero, un tempo lontano, quelle valige. Quali effetti personali importanti avevano portato, un tempo, al loro interno?… ( e non ho potuto non pensare alle valige, molto simili, di “cartone”, riempite in fretta dai miei due nonni fuggiti da Trieste per evitare la deportazione…) e solo dopo aver guardato più volte il muro, in momenti diversi della giornata, mi sono accorta che in fondo a destra era posizionata una valigia vuota… aperta…  con all’interno  la foto di una giovane donna nuda con il Magen David (la stella di Davide) tatuato in mezzo al petto… perché non avevo potuto vederla prima?

Certamente affascinante e catturante il video, che veniva proiettato su due schermi giganti nel padiglione della Corea. The Ways of Folding Space & Flying, realizzato da Moon Kyungwon & Jeon Joonho e curato da Sook-Kyung Lee.Una giovane donna, vestita tutta di bianco, con le ciglia dipinte di bianco tanto da sembrare congelate, un rossetto bianco, è filmata in un ambiente tutto bianco che sembrava rimandare a qualcosa di asettico, sterilizzato, perfettamente pulito che ci garantisce dal contagio di malattie, virus e batteri terrificanti. In questo ambiente la donna sembrava svolgere una vita assolutamente ripetitiva e noiosa. L’unico cibo che la si vedeva assumere erano dei bicchieri d’acqua sterilizzati. Poi ogni tanto saliva su una specie di ruota, che emergeva al bisogno dal pavimento, dove correva (esattamente come fanno i criceti…sic!) con davanti a sé l’immagine di un paesaggio sempre uguale (che appariva all’interno della ruota in uno schermo contenuto in essa): una strada simile a quelle alberate dei cimiteri, non appariva mai una curva… non ci si poteva chiedere “… e ora cosa appare dietro la curva?”. Poi se ne stava distesa come se dormisse… ogni tanto tamburellando con un dito della mano quasi questo fosse un “segnale” per svegliarsi… non succedeva niente altro. Ho resistito un quarto d’ora (scoprendo solo dopo che il video durava dieci minuti… ma era così ripetitivo che non mi sono accorta fosse ripartito!!). Non so come va avanti questa storia. Tutto il tempo temevo che da qualche angolo finalmente emergesse uno scarafaggio nero (come in un film di fantascienza con un paesaggio simile, che avevo visto tantissimi anni fa… terribile!) almeno questo “bacolo” (scarafaggio in triestino) avrebbe portato vita e dinamicità in una monotonia tragica. Solo leggendo su internet comprendo che l’intento degli Autori è quello di usare l’arte per narrare il desiderio umano di abbattere i propri limiti. Perdonate la mia mancanza di sensibilità artistica: io non lo avevo capito! Comunque devo dire che mi ha fatto pensare alla tragicità di una vita disinfettata e completamente asettica. Evviva i microbi, lo sporco e la fatica per tenere pulita la casa…

Simpatica anche l’idea di una giostra, vera,  sistemata in mezzo ai Giardini, che va lentissima… circa dodici minuti per fare un intero giro. Mi dicono che l’Artista, Carsten Hoeller, ha acquistato una giostra in un luna park, giostra da lui programmata perché l’intero giro durasse dodici ore… per sensibilizzarci all’importanza della lentezza… Fatemi scendere!!!!

Certamente fanno effetto le decine di sciabole e coltelli dell’algerino Adel Abdessemed, apparentemente infilzate nel pavimento della prima sala all’Arsenale. Guardando bene si vede come siano intrecciate in un equilibrio instabile (in realtà sono saldate assieme) come a dire che la violenza genera un equilibrio perverso e sempre sull’orlo di crollare. Attorno le scritte al neon di Bruce Nauman, molto bioniane: Hate, Love… ma anche vita, morte e altre…

Così crolla sotto il peso di tutti i  nostri orpelli una donna africana che in un video – The End of Carrying It All di Wangechi Mutu,all’Arsenale – percorre una strada in salita. Porta sul capo un cesto enorme che lentamente è sempre più pieno… lei sempre più piegata sotto questo peso enorme. Arriva all’orlo di un baratro. Il cesto diviene lentamente una massa gelatinosa che la ingloba e la precipita nell’abisso. Massa quasi viva che si insidia nel terreno causando una sorta di terremoto. Metafora dello sfruttamento della terra africana caricata dai nostri egoismi, dalle nostre scorie che causa una catastrofe mondiale? Forse troppo banale… certamente è un video sconvolgente. Mettendo il nome dell’Artista nel motore di ricerca potete vedere il video.

Da non perdere assolutamente il nuovo Padiglione dell’Australia ai Giardini  che è stato affidato all’artista Fiona Hall. Decine di carta moneta fuori corso, dei vari paesi del mondo, è stata triturata finemente per creare nidi di uccelli assolutamente verosimili. I nidi sono vuoti, come vuoto è il nostro bisogno infinito di danaro…la nostra avidità?

Infine bellissimo il delirante video all’Arsenale sulla lavorazione delle perle. Come descriverlo?

La video installazione NoNoseKnows di Mika Rottemberg riproduce, secondo le mie emozioni, due scenari: quello “inferiore… del piano di sotto” appare come uno scenario reale in cui viene ripreso il  faticoso percorso della lavorazione delle perle e quello del piano “superiore”… risulta delirante (ma lo è davvero??), forse vuole essere solo metafora (ad una signora che annusa dei fiori tutto il giorno cresce il naso come a Pinocchio… sternutisce e ad ogni sternuto produce un piatto pieno di cibo che accumula in un angolo senza consumarlo – a cosa serve quel cibo originato da un suo sternuto??),  metafora, dicevo, di chi questa lavorazione sfrutta per produrre … produrre… senza consumare, accumulando e sprecando. Su youtube trovate il video…

Consiglio di visitare la mostra in due giorni: uno per i Giardini e uno per l’Arsenale e almeno il primo giorno è meglio avere una “guida” che vi introduca al tema così che non “se va baul e no se torna casson” che nel vernacolo triestino significa che “si va baule e si torna cassone “cioè che non si è capito nulla! Inoltre si può acquistare per 18 euro una guida scritta che descrive ogni artista e le caratteristiche della sua arte. Inoltre ai Giardini in ogni padiglione c’è un “custode” che è molto preparato sull’opera. Non abbiate il timore di chiedere info e dettagli: sono bravissimi e felici di spiegare e illustrare i significati e il valore delle installazioni!

Comunque alla Biennale di Venezia merita andarci… sarà per il paesaggio veneziano che è sempre, con tutti i tempi, onirico e affascinante, che per gli stimoli che la mostra offre. Devo ammettere che tutto il tempo sono stata attraversata da una inquietudine sottile come se ogni opera, ogni video mi riservasse da un momento all’altro un finale catastrofico. Non ho trovato il bello, esteticamente parlando, se non in rare opere, ma ho trovato la realtà del quotidiano anche se abilmente mascherata, a volte quasi criptata,  dalla creatività degli artisti.

Ambra Cusin

4 novembre 2015