Brevi note da Istanbul, giugno 2013

foto tratta da Il Messaggero.itIn queste brevi note non entrerò nel merito dei lavori scientifici presentati e vivacemente dibattuti al convegno Cowap. Volevo invece condividere con voi alcune impressioni riportate in questo viaggio in Turchia. 

Era molto tempo che mancavo da Istanbul e ho trovato una città completamente diversa da quella che avevo visitato anni fa. Nei miei ricordi Istanbul era una città del Medio Oriente in senso stretto: architettura, colori, odori, ordine erano completamente rappresentativi di quella parte del mondo nei suoi aspetti più affascinanti e anche in quelli più deteriori. Il fascino è rimasto tutto, anche per la stupenda posizione geografica, ma ho ritrovato una città molto moderna, fortemente occidentalizzata nella sua struttura  architettonica e anche nella sua organizzazione che appare molto più ordinata di quanto fosse fino a pochi anni fa. Se però un tempo ero stata colpita dalla differenza tra Istanbul e le altre aree del paese, alcune delle quali evidentemente molto influenzate dalla cultura islamica, in questa occasione mi hanno colpito le discrepanze veramente eclatanti tra culture molto diverse che vivono contigue in città. Per esempio, quelle rappresentate dal modo di vivere e di porsi, chiaramente di tipo occidentale, delle studentesse dell’Università privata e molto costosa di Bahcesehir e quelle delle giovani donne vestite di nero e col volto coperto che passeggiavano un passo indietro ai loro mariti nelle strade che percorrevamo per arrivare all’università dalla zona del nostro albergo a Sultanahmet. Giovani donne velate molto più numerose di quelle che avevo incontrato anni fa e rappresentative del processo di islamizzazione che Erdogan sta sicuramente portando avanti e di cui abbiamo dimostrazione in molte sue proposte. 

Non ho la pretesa di fare delle considerazioni troppo generali né di esprimere alcun giudizio semplificatorio su queste differenze ma è chiaro come sia  molto complessa una società che vive al suo interno contraddizioni di questo tipo. Anche perché, se in altri contesti si tratta di integrare una minoranza e di concordare il rispetto di usi e costumi di una parte della popolazione magari esigua sul totale, qui, e mi riferisco al paese nel suo complesso,  non è chiaro quale sia la maggioranza davvero.

E’ un fatto che, comunque, Erdogan non deve avere trovato oltre che nei contenuti, neppure nei modi la maniera di imporre le proprie scelte.

Ovviamente questo è chiaro per come ha gestito lo scontro degli ultimi giorni. 

Era veramente impressionante il fumo dei lacrimogeni che vedevamo dalla terrazza dell’università durante il cocktail di benvenuto che ci è stato offerto in apertura del convegno. Ignari, ammiravamo il panorama stupendo del Bosforo davanti a noi e ci chiedevamo quale incendio fosse quello scoppiato lì vicino. Solo successivamente abbiamo capito che erano stati i fumi dei lacrimogeni sparati dalla polizia il primo giorno degli scontri.

Da quel momento abbiamo avuto l’occasione di avere alcuni scambi sulla situazione  oltre che con le colleghe turche, chiaramente schierate con i manifestanti, anche con altre persone della cosiddetta società civile che ci è capitato di incontrare e che tutte, in modo molto esplicito, si sono schierate contro Erdogan, accusato di volere fare il re, di imporre in modo autoritario le sue decisioni e non consapevole di avere a che fare, e cito una persona del luogo, “non con persone che accettano di essere schiave ma con eredi dell’impero ottomano”. Solo una persona, tra quelle con cui abbiamo parlato, ha preso posizione contro i manifestanti accusati di essere invidiosi del successo economico che alcuni riescono a conseguire in questo processo di sviluppo di cui la Turchia è artefice. 

Gli scontri sono apparsi a noi, e gli avvenimenti successivi lo stanno dimostrando per l’ampiezza della partecipazione e per il numero di categorie coinvolte, testimonianza  di un malessere profondo di una società  lacerata ma anche molto decisa a non accettare i metodi autoritari con cui le scelte vengono imposte.

Non è certo solo un gruppo di ambientalisti fanatici quello che sta animando il conflitto. Naturalmente ci sono anche ragioni legate alle scelte di sviluppo della città che sembra spinta dal governo a perdere sempre di più le  caratteristiche architettoniche legate al suo passato per uniformarsi a modelli spersonalizzati occidentali. In questo senso è stato esemplificativo il pomeriggio che abbiamo passato quando ci hanno evacuati dal centro, impraticabile per gli scontri, portandoci in un albergo in collina in attesa della prevista cena sul Bosforo. Il centro commerciale vicino all’albergo era un tipico “non luogo” che avrebbe potuto essere ovunque in questo mondo globalizzato senza che fosse rintracciata la minima traccia del fatto che ci trovavamo in Medio Oriente.  

Grandi contraddizioni probabilmente rappresentative di lacerazioni profonde in un paese che l’Europa ha rifiutato per ora di includere nel suo ambito e che, forse anche per questo motivo, sta rivolgendosi altrove per suoi progetti espansionistici. 

Non voglio allargare troppo il discorso e chiudo qui. I giornali hanno ampiamente riportato molte delle cose che ho scritto ma mi pareva utile raccontarvi comunque in presa diretta, anche per condividere l’emozione che abbiamo provato nell’essere testimoni di avvenimenti forse di portata storica e destinati ad avere influssi anche in quadri politici che ci riguardano da vicino. 

15 giugno 2103