“DAVID BOWIE IS”, MAMbo, Bologna, 14 Luglio-13 Novembre 2016

( Maria Grazia Vassallo)

Più di 100.000 visitatori per David Bowie a Bologna. Cifre da record anche nelle altre città dove l’international tour di questa strepitosa mostra ha già fatto tappa finora, dopo l’esordio londinese nel 2013- al Victoria and Albert Museum, l’affluenza superò il milione e quattrocentomila presenze!.

Come sanno fare gli inglesi, l’allestimento è straordinario. Si avvale di un ricchissimo archivio di contenuti multimediali, quali estratti di video e performance live, interviste a Bowie e amici o collaboratori, foto, testi originali di suo pugno e spartiti, foto, bozzetti di cover, di arredi e scenografie alla cui creazione contribuiva in prima persona, abiti e costumi di scena tra cui quelli creati dallo stilista Yamamoto, e tante altre cose ancora. Il tutto inserito in un percorso espositivo suddiviso in tre sezioni, che in particolare nell’ultimo tratto immerge totalmente il pubblico nell’esperienza di un concerto dal vivo, presentando video di grandi dimensioni- quasi a parete- di fronte ai quali ho visto persone sedersi a terra per assistere comodamente alla performance, o rimanere in piedi ondeggiando al ritmo della musica.

Mi ha stupito,ma forse non più di tanto, incrociare una folla di ogni età: non solo chi per appartenenza generazionale è probabile avesse seguito tutte le metamorfosi creative di Bowie, ma anche giovani e coppie con bambini piccoli- questi ultimi, curiosi e divertiti, girovagavano affascinati in quell’universo caledoscopico di luci, suoni e colori. L’artista inglese è infatti stato presente da protagonista sulla scena pop-rock mondiale per circa una cinquantina d’anni, con 145 milioni di dischi venduti; l’ultimo album, Blackstar, è uscito il 7 gennaio 2016- data del suo 69° compleanno- pochissimi giorni prima che il tam tam mediatico diffondesse l’inattesa notizia della sua scomparsa, suscitando un’ondata di sgomento e cordoglio sui social media accanto a tributi e riconoscimenti dalle fonti più disparate- persino da parte del Primate della Chiesa Anglicana e dell’Osservatore Romano, cosa non da poco considerando gli elementi di ambiguità sessuale e trasgressione su cui Bowie aveva inizialmente costruito il suo personaggio.

Appunto, il personaggio, o meglio “i” personaggi attraverso cui Bowie il camaleonte si è via via raccontato al pubblico.

“David Bowie is”: questo il titolo della mostra. La mia riflessione muove da una riformulazione: Who is David Bowie? E’ l’alieno caduto sulla Terra, è Ziggy Stardust, è Halloween Jack, Alladin Sane, the White Duke? Le maschere che indossava celavano la sua più autentica identità, o ne rappresentavano ciascuna un aspetto?

All’origine, c’è soltanto David Robert Jones. Nato nel 1947 in una famiglia operaia, cresciuto nella grigia e ferita Londra post-bellica, era un bambino solitario che non legava molto con i coetanei ma passava ore e ore nella sua stanza a leggere e disegnare. Legatissimo ad un fratellastro di 10 anni più grande, Terry – frutto di una precedente relazione della madre- il quale viveva saltuariamente da loro ed esercitò una profonda influenza su David: Terry era ribelle, anticonformista, leggeva gli scrittori della beat generation, ascoltava jazz nei pub fumosi trascinandosi dietro il fratellino, insomma gli mostrava l’esistenza di un mondo altro, dove le nuove estetiche della controcultura giovanile cominciavano a farsi veicolo di istanze di libertà e cambiamento. E dolorosamente, mostrò a David anche l’esistenza di un’altra, drammatica realtà: quella della schizofrenia, che segnò l’esistenza di Terry fino al suicidio nell’85.

Mi ha colpito, a Bologna, il passaggio di un’intervista in cui chiedono a Bowie se si è mai rivolto ad uno psichiatra: no, non ci sono mai stato- risponde- ma mia madre padre fratello zii zie ci sono andati tutti, nella famiglia di mia madre c’è stata una lunga serie di suicidi, e io ero molto spaventato da tutto ciò, ma mi dicevo che a me non sarebbe successo, io sarei stato un artista!

In un altro passaggio, con sconcertante lucidità, afferma che c’è stato un momento in adolescenza in cui si è trovato a decidere “se essere me stesso o essere qualcun altro, ed essere qualcun altro era più facile, e scelsi questo”.

Così David Robert Jones divenne David Bowie, l’artista.

E’ come se l’arte, la creatività, fossero diventate l’essenza della sua identità, attraverso cui provare a salvarsi; come se, “essere un artista”, avesse assunto per lui il senso di aver trovatola sua personale strategia di sopravvivenza psichica, l’arma con cui affrontare la sua angoscia, la confusione, il dolore mentale, esplorando e sperimentando modi di dare forma ed espressione- attraverso la ricerca artistica- ad un processo incessante di ricerca e definizione di sé.

La mostra segue tutte le tappe della vocazione e della carriera di Bowie: dall’agognato sassofono che la madre gli regalò a undici anni, la frequentazione di una scuola d’arte, poi la formazione di varie band giovanili negli anni ’60 per le quali disegnava anche costumi e allestimenti del palco, mostrando fin d’allora quell’aspirazione a fondere musica e performance poi espressa nella spettacolarità teatrale delle sue celebri esibizioni che, insieme alla sua musica, ne hanno fatto uno degli artisti più innovativi e influenti del panorama pop rock degli ultimo cinquant’anni. I curatori della mostra hanno anche documentato ampiamente la poliedricità dell’artista Bowie, che studiò mimo con Lindsay Kemp, apprese la stilizzazione dei gesti del teatro kabuki, recitò in molti film di successo sfruttando il suo magnetismo androgino, dipinse quadri, e si nutrì avidamente di molteplici fonti di ispirazione spaziando dal musical al teatro brechtiano, dal surrealismo all’espressionismo tedesco, dalla cultura pop alla spiritualità orientale.

Bowie è innegabilmente anche un’icona pop- icona nel senso di figura rappresentativa di un periodo o di uno stile-, rappresentativa di quella rivoluzione giovanile che irruppe clamorosamente sulla scena negli anni ‘60/’70 e, per certi versi, contribuì a cambiare il mondo in cui viviamo. In quegli anni la musica non fu solo musica, ma espressione di istanze di libertà e di trasformazione nelle strutture sociali, politiche, familiari e sessuali, veicolo di un immaginario che suggeriva e influenzava nuovi modelli di vita, stili di relazione, sperimentazioni di nuove configurazioni dell’esperienza che risultarono purtroppo a volte terribilmente rischiose. Con i suoi brani e con gli elementi visivi dei suoi travestimenti scenici, Bowie offrì dunque non solo musica, ma appunto personaggi e narrazioni che incarnavano questo inquieto spirito del tempo, anche attraverso un’immagine accuratamente costruita, un “look” che voleva rappresentare lo scardinamento dei canoni tradizionali.

Ma c’era anche dell’altro nei suoi brani, direi qualcosa che trascende forse quel tempo storico ed è proprio di certe esperienze emotive degli essere umani in generale, pur se espresso con gli stilemi di quegli anni.

L’esperienza di sentirsi soli e distanti da tutto e tutti, impossibilitati ad un contatto che dia vita e calore, simili ad un’astronauta condannato a fluttuare nello spazio perché i contatti con la terra si sono inspiegabilmente interrotti, i circuiti sono “dead”, e la Terra, la vita a cui non potrà più tornare, è laggiù, azzurra e bellissima e irraggiungibile: “ Planet Earth is blue/ and there’s nothing I can do” ( Space Oddity).

E l’esperienza di sentirsi un alieno, un diverso, un extraterrestre capitato in un mondo incomprensibile; o essere circondati da una realtà superficiale, meschina, caotica, violenta, che non ci piace e da cui si vorrebbe cercare una via di fuga che ci porti lontano da quel mondo, su un altro pianeta ( Life on Mars?).

O ancora i momenti in cui ci si oppone con coraggio alla brutalità e alla violenza che cercano di sopraffarci, e sentiamo la passione e il desiderio che non si arrendono: “ We can be heroes, just for one day” ( Heroes).

I vari passaggi della carriera di David Bowie, gli album che la scandiscono, rappresentano anche testimonianze della sua lotta contro tutti i suoi “Scary Monsters”- i fantasmi mentali dell’infanzia, i demoni della dipendenza da sostanze, quelli dell’autodistruzione- una sfida combattuta e vinta anche grazie alla  forza vitale della sua creatività. Con questa ha affrontato lucidamente anche l’ultima delle sfide, quella con la morte, lasciandoci in dono l’ultimo album ( Blackstar), creato durante i mesi di malattia.

L’alieno caduto sulla Terra è finalmente tornato nel suo mondo, tra le stelle.     

     

,- In rete ci sono molti video in inglese sulla mostra a Londra. Ce ne sono diversi anche relativi alla mostra a Bologna, e tra questi ultimi vi segnalo il link al videoreportage di Red Ronnie per Roxybar TV.: