E. Hopper Basilea 2020 commento di M.G. Vassallo

E. Hopper Basilea 2020 commento di M.G. Vassallo

Edward Hopper – Fondazione Beyeler, Basilea, fino al 26 Luglio 2020

Forse mai l’atmosfera emotiva che abita le opere di Hopper (1882-1967) è apparsa così risonante con l’esperienza dei visitatori di una mostra a lui dedicata. Mi riferisco all’esperienza straniante che tutti abbiamo vissuto nel corso della pandemia di Covid-19: l’esistenza costretta ad una quarantena di corpi, il tempo come dilatato in una indefinibile attesa, l’inquietante silenzio degli spazi esterni – scrutati solo dalle nostre finestre – segnati dalla paralisi di attività e presenza umana. L’estetica di Hopper è infatti un’estetica della solitudine, dell’isolamento e della malinconia, in una immobile attesa pervasa da un sottile senso di turbamento ed inquietudine. Finestre e soglie, luoghi di transito tra interno ed esterno, rappresentano plasticamente il confine tra il senso di protezione e l’oppressione di una casa- rifugio, e il desiderio e il timore di esplorare ciò che è fuori e non familiare. Questa perturbante tensione è una peculiare caratteristica di Hopper.    Esemplificativo in tal senso è un dipinto del 1950, ‘Cape Cod Morning’.

 

Edward Hopper Cape Cod Morning, 1950
Edward Hopper Cape Cod Morning, 1950 Olio su tela, 86.7 x 102.3 cm Smithsonian American Art Museum, Gift of the Sara Roby Foundation © Heirs of Josephine Hopper / 2019, ProLitteris, Zurich Foto: Smithsonian American Art Museum, Gene Young)

Quasi la metà del quadro è occupato dal profilo di una casa di legno,  di una bay window bagnata dal sole, architettonicamente protesa in avanti così come teso in avanti è il corpo di una donna all’interno, dietro il vetro, che in una sospesa immobilità fissa lo sguardo davanti a sé verso qualcosa che è al di là dello spazio pittorico, che non possiamo vedere; l’altra metà del quadro è occupata da alte erbacce riarse, dietro cui una schiera compatta di alberi si perde in una oscurità sottilmente minacciosa. La vivacità del blu del celeste dell’azzurro del giallo della casa – a cui fa eco il rosa dell’abito della donna – contrasta con il colore spento dell’erba, con il verde scuro e il nero fitto della foresta nell’altra metà del dipinto, in un gioco compositivo che combina verticalità e orizzontalità, luce ed ombra.

E’ stato detto che Hopper, pur nel suo realismo, veicola l’esperienza di trovarsi di fronte a qualcosa che avviene al di là delle immagini. Il piano di realtà veicola sottilmente anche altro. Si tratta di qualcosa che riguarda il visibile, il conoscibile, la rappresentazione: Hopper nei suoi lavori mostra a noi spettatori solo la parte di un tutto, che viene suggerito ma non mostrato. Qualche presenza umana in un edificio, qualche casa sparsa tra campi o colline: al di là vengono suggeriti spazi ignoti, idealmente illimitati, che rimangono però fuori dall’’inquadratura. Ogni suo lavoro è un ‘fermo-immagine’ di grande forza narrativa, che coglie solo un momento di una storia; è una ‘inquadratura’ che incornicia solo una parte del campo visivo, lasciando l’immaginazione libera di creare una storia spaziando in orizzonti tutti da percorrere.

La capacità di presa e l’indubbia maestria delle immagini di Hopper originano anche dai suoi esordi come illustratore pubblicitario, che rappresentò la sua fonte di sostentamento prima dell’affermarsi come pittore intorno a metà degli anni ’20 e la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia del 1930. Soggetti caratteristici di Hopper – ormai immagini iconiche – sono scorci urbani e rurali, interni domestici e paesaggi naturali con case isolate, verande di legno, stazioni di benzina, bar, strade, fari, foreste impenetrabili e rocce; in tutti la presenza umana si limita al massimo a una o due figure, e tutta insieme la sua produzione disegna un’unica geografia naturale ed esistenziale della sua America. La mostra a lui dedicata dalla Fondazione Beyeler in collaborazione con il Whitney Museum of American Art si intitola significativamente: ‘Edward Hopper. A fresh look at landcapes’, e dopo la chiusura prolungata a causa dell’emergenza sanitaria è stata prorogata fino al 26 Luglio.

Per chi si recherà a visitarla, ci sarà anche un motivo in più di attrazione, oltre al richiamo degli oltre 60 lavori tra oli, acquerelli e disegni realizzati da Hopper tra il 1909 e il 1965.  L’ impalpabile tensione che caratterizza l’estetica di Hopper, la perizia nell’uso della luce e nell’impianto compositivo dell’immagine, ne hanno fatto un artista amato da molti registi cinematografico a partire da Hitchcock – peraltro anche Hopper amava moltissimo il cinema, e in certi periodi vi si recava ogni giorno per settimane. Alla Fondazione Beyeler viene proiettato anche un corto in 3D prodotto da Wim Wenders, personale omaggio del regista ad un artista ha esercitato una profonda influenza su di lui e sul suo lavoro cinematografico. Nel video, dal titolo ‘Two or three things I knew about Edward Hopper’, Wenders cerca di restituire lo sguardo e la poetica dell’artista tanto ammirato, e dichiara che di fronte ai suoi dipinti ha sempre avuto l’impressione che fossero ‘frame’ di film mai realizzati, di cui ha provato ad immaginare le storie animando quelle immagini. Ecco il trailer, buona visione!

https://www.youtube.com/watch?v=wxRT_eXGYvg

 

 

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