Edward Hopper

HOPPERDa venerdì 25 marzo 2016 a Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni di Bologna

Genus Bononiae ospita la mostra

EDWARD HOPPER 

Solitudini urbane

Bologna dedica – fino al 24/7 – una piccola ma ricca esposizione dell’opera di Edward Hopper, ritenuto oggi forse il principale pittore americano del XX secolo, con 60 opere ricevute in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, il primo a riconoscere e ad accogliere la sua opera dai primi acquarelli ai capolavori degli anni ’50 e ’60, e che contiene oggi più di 3000 opere dell’artista.

L’occasione bolognese, con i suoi più di 60 tra disegni, acquerelli e quadri, rappresenta un excursus incisivo sia del percorso tecnico che della progressiva ricchezza e profondità visiva delle indimenticabili tele di Hopper.

Unico e senza scuola, staccato dal panorama avanguardista del suo tempo che vedeva emergere il surrealismo, la pop art e l’espressionismo, Hopper non ebbe e non lasciò eredità pittorica se non la sua stessa opera (che influenzò invece molto il cinema, ad esempio Hitckock, e la letteratura); opera che possiede come nessun altro la forza e la poetica di ritrarre, con stile che si potrebbe definire realista, scorci, personaggi umani, ambienti chiusi e a volte aperti tratti dalla realtà quotidiana della sua città, New York e i suoi dintorni, tratteggiandone, pur senza dramma, la struggente malinconia e solitudine. Nato a Nyack, cittadina dello stato di New York nel 1882, si trasferì a New York dopo la scuola d’arte, e vi resterà fino alla morte nel 1967. Non farà che ritrarre la New York del suo tempo e i suoi abitanti: con i suoi marciapiedi sporchi, gli ambienti dimessi, le luci fioche della sera, dove gli uomini e le donne abitano questa solitudine affollata portando ciascuno in sé il proprio peso, il proprio mistero, particelle isolate e assorte: New York diventa simbolo della condizione umana e, pittoricamente, tratto iconico, inconfondibile dell’opera di Hopper.

Interni di caffè – Le bistrot or the wine shop (1909) – , l’alba che nasce di fronte ad un solitario sguardo di donna – South Carolina Morning (1955) – , sale d’attesa anonime di hotel, fermate d’autobus, marciapiedi e ancora i tipici dinner – New York interior (1921), albe e tramonti come nello splendido Morning Sun (1952), sguardo di donna verso l’infinito del mattino da una finestra, solo per citarne alcuni, sono i ricorrenti temi della poetica di Hopper.

Solitudini urbane, quotidianità senza clamore, ambienti modesti e di passaggio come i caffè (quelli che oggi chiamiamo “non luoghi”), dove il soggetto umano consuma da solo la sua attesa, come sospeso in una dimensione senza tempo, senza ieri e senza domani, ‘solo nel centro della terra’ come cantava Ungaretti. Il tratto è nitido, realista, l’immagine non concede nulla che già non esista nel reale, eppure tutto si può dire dell’opera di Hopper tranne che essa sia fotografica, statica: i suoi desolati personaggi, uomini e donne comuni della middle-class anni ’50, sono essere vivi che emergono dalla tela e con cui ciascuno può riconoscersi. L’attesa – inesprimibile, indecifrabile, di non si sa cosa, strutturale all’essere – direi costituire l’essenza principale, la cifra dei personaggi di Hopper: uomini e donne silenziosi, spesso seduti, che osservano senza guardare, che non comunicano, chiusi nel loro isolamento in un angolo di cui ne esistono altre centinaia nella città, assolutamente anonimo: è il soggetto umano, con l’emozione silente e oscura che sembra contenere, a dare senso ad un divano di hotel, ad un angolo di bar.

Prima di affermarsi come cantore dell’american way of life per eccellenza con la prima mostra del 1924 e con la retrospettiva al MOMA del ‘33, Hopper fu a lungo disegnatore (attività che non amava) ricerca tecnica parallela che non abbandonò mai, di cui la mostra porta vari esempi, come gli studi per Girlie Show del 1941.

Uomo schivo e solitario, altissimo e dinoccolato, fece in gioventù alcuni viaggi a Parigi da cui tornò arricchito dalle influenze dell’Impressionismo e soprattutto da Degas, ma senza modificare la sua tecnica. E’ questa la parte a cui è prevalentemente dedicata la mostra, quella dei primi anni (’20-’40, ma anche con alcune opere successive) che ancora risentono del periodo francese, già filtrato e interpretato in un personalissimo stile; faccio qui però riferimento all’opera più completa di Hopper, perché essa è già del tutto racchiusa in questi quadri, nei disegni, e ampiamente illustrata nel percorso didattico della mostra, corredata anche di un breve filmato. Molto legato alla moglie Jo (che conservò tutta la sua opera per poi donarla al Whitney e che gli fece spesso da modella), in un turbolento rapporto esclusivo di cui i biografi hanno sottolineato (Gail Levin: Edward Hopper, An Intimate Biography), a contrasto in un uomo apparentemente mite, la violenza, le liti e il totale oscuramento della carriera di lei, conosciuta come disegnatrice alla scuola d’arte. Jo gli si dedicò completamente, sacrificando, come accade per molte donne di artisti, ogni suo talento.

Ritroso alle interviste, di poche parole, in ciò che è conservato delle conversazioni con lui, alla domanda rituale  se fosse autobiografico ciò che dipingeva, se parlava di sé in quei volti perduti, Hopper rispondeva vago, facendo spesso riferimento al fatto che, se così fosse, gli era del tutto inconscio.

“The interior itself was my main interest…simply a piece of New York, the city that interest me so much”, diceva.

Psicoanalitico senza saperlo e certamente senza volerlo come molti artisti che traspongono direttamente nell’opera il loro mondo inconscio. possiamo certo intravvedere in queste scarne parole un intento profondo che ci è molto vicino: ossia che l’interior fosse suo unico scopo di interesse e di ricerca trasferito nella città che amava e conosceva in ogni angolo, dove luci ed interni urbani stanno a rappresentare il suo mondo interiore, accessibile solo attraverso la sua arte, come lui stesso disse.

Mentre i primi quadri, pur coraggiosamente accolti dal Whitney, passarono abbastanza inosservati in quanto molto diversi dalle correnti soprattutto avanguardiste della New York di quegli anni (stava emergendo per poi esplodere il fenomeno Wharol e la pop-art), dopo la mostra del ’24 è a partire dal ’40 che cresce la sua fama: con Nightawaks, uno dei suoi capolavori, il segno di Hopper è tracciato, depositato alla memoria e all’immaginario collettivo che lo considera oggi il maestro simbolo  americano: quella figura esile, saturnina, nelle vie notturne o trafitta dalla luce, diventa icona di tutta la sua poetica. “….unconscious, probably I was painting the loniless of a large city” – disse su questo quadro (citato, ma non esposto). E in seguito, non senza esitazione per la ritrosia a parlare di sé attraverso la parola, aggiunse:

 “I’m probably a lonely one… I declare myself in my painting”.

L’Americano medio – e ogni uomo – si riconosce in questi ritratti, in questi scorci rubati di vita qualunque, ordinary life in ordinary people, ma la scena fisica, il cui movimento andrà sempre più negli anni riducendosi al minimo, non è per Hopper che un pretesto per descrivere se stesso, lo strano uomo introverso, spiccatamente silenzioso, che Edward era. Il sé dell’artista si fa così soggetto universale.

Di uguale interesse, la mostra dedica una sezione ai paesaggi, i fondamentali studi sulla luce: case assolate (come North Carolina, logo della mostra), i fari di Cape Code, la luce che dalle finestre invade gli interni, ma è sempre il soggetto umano che prevale, muto, assorto, non felice e non disperato, sembra portare in sé quel senso di indicibile attesa vana che caratterizza la vita. Ciascuno, nell’intimo, può identificarsi, poiché non è un mero paesaggio quello che vediamo:

“I don’t think ever tried to paint the American scene. I’m trying to paint myself” (*)

(Rossella Valdrè)

*Le citazioni di Hopper sono tratte da: Olivia Laing, The Lonely City, Picador, New York, 2016