Festival della mente 2010 Sarzana, Bolognini

Stefano Bolognini, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, è stato tra gli ospiti della prima giornata del Festival della Mente di Sarzana, giunto ormai nel 2010 alla sua settima edizione.

Dal 3 al 5 settembre, oltre 70 eventi tra lezioni magistrali, conferenze, spettacoli e laboratori per bambini, hanno dato vita al progetto della Direttrice Giulia Cogoli che ogni anno, abbattendo steccati disciplinari, chiama a raccolta intorno al tema della mente e della creatività scienziati, intellettuali e artisti, invitando ciascuno ad offrire il proprio contributo di esperienza e di sapere. Nelle giornate del Festival, piazze e vicoli del centro storico si Sarzana sono percorsi da frettolosi drappelli di pubblico, che si sposta da un appuntamento all’altro, scambiando commenti, valutazioni, giudizi su ciò cui hanno appena assistito, una folla vivace e partecipe che sebbene ancora nostalgicamente vacanziera, appare ben decisa a nutrirsi del “cibo per la mente” così doviziosamente approntato dagli organizzatori (ma anche per il corpo, il cibo non manca – siamo in area tosco-ligure!)

“Alla scoperta della mente: l’eredità di Freud”: questo il titolo dell’intervento di Bolognini. La scelta di ospitare la psicoanalisi tra le scienze della mente, e di introdurla in apertura affidandone il compito al Presidente della SPI – la più antica società psicoanalitica italiana, emanazione dell’International Psychoanalytic Association, fondata da Freud come garante dei criteri formativi dei suoi membri – certamente non può che essere apprezzata dagli “addetti ai lavori” . Ma il pubblico generico, frastornato negli ultimi anni da attacchi a Freud più o meno semplicistici o interessati, bombardato da apodittiche dichiarazioni di morte della psicoanalisi, questo pubblico avrebbe apprezzato, accolto la proposta con interesse?

La risposta è nelle oltre 750 persone che alle 19 di venerdì 3 hanno trovato posto nella bianca tensostruttura che ospitava l’incontro, biglietti esauriti e un nutrito gruppetto rimasto senza, che alternava suppliche a rimostranze per fare breccia nel muro eretto dal gentile ma inflessibile staff di giovani sarzanesi.

Bolognini ha esordito dichiarando che parlare di Freud e del suo pensiero, delle integrazioni e degli ampliamenti ad opera dei suoi seguaci (non sconfessioni, ha sottolineato), di cosa sia oggi la psicoanalisi, significa cimentarsi in un compito impossibile, e tuttavia ci avrebbe provato. L’impressione che ho ricevuto dal suo intervento, è che ci fosse una cosa che gli stava particolarmente a cuore, su cui è tornato in diversi passaggi del suo discorso: fare piazza pulita del cliché dell’analista – in massimo grado quello freudiano – come macchina interpretativa asettica e distante, onnipotente detentore di un sapere da somministrare all’analizzato con implacabile determinazione. L’analista non è lì per dare al paziente delle radiografie del suo mondo interno – ha detto ad un certo punto Bolognini – ma per aiutarlo a contattare se stesso. Il lavoro psicoanalitico, ha continuato, nasce dal mondo interno di due persone, e il nostro compito di analisti è inizialmente quello di favorire l’instaurarsi di un clima di fiducia e sicurezza all’interno della relazione, tale da permettere al paziente di affidarsi all’ascolto di un’altra persona, condividendo con l’analista pensieri ed emozioni, lasciandosi andare con libertà al flusso associativo, così che possa emergere quanto, a poco a poco, sarà possibile elaborare e trasformare.

Senza ricorrere al gergalismo “psicanalese”, Bolognini ha fatto cenno a concetti chiave: le libere associazioni, il sogno, l’inconscio, il transfert; introducendo il controtransfert, ha spiegato come le emozioni e le risposte interne dell’analista al paziente, inizialmente ritenute un ostacolo al lavoro analitico, siano poi state valorizzate come ulteriore, prezioso strumento di conoscenza e di elaborazione delle dinamiche in gioco,nel rieditarsi di modi di funzionamento intrapsichico e interpsichico del passato del paziente all’interno della coppia analitica.

Ma che oggi l’analista possa non temere di riconoscere le emozioni suscitategli dal paziente, non significa che queste vengano agite, né significa che l’analista si presti ad aderire alla posizione in cui lo collocherebbe il transfert del paziente: la consapevolezza di “risuonare”, di non essere una tabula rasa, non modifica la necessità di mantenere un rigoroso assetto osservativo di fronte al materiale che emerge, anche dal proprio mondo interno. Non sarebbe psicoanalitico fare altrimenti, ha detto Bolognini alla platea, così come non sarebbe uno psicoanalista chi non rispondesse – ad un paziente che lo interroga sulla durata della terapia – che non sa, non può dire per quanto tempo, per quanti anni, dovranno lavorare insieme. Ascolto del proprio mondo interno e di quello del paziente, tatto ed attenzione a ciò che il paziente può in quel momento tollerare o non tollerare, accettazione dell’incertezza, di sapere di non sapere, tenere viva la fiducia che si possa far luce: queste le capacità a cui l’analista deve addestrarsi, sulla base di una seria formazione e di un percorso personale di analisi.

Il pubblico, fin qui, ascoltava attentissimo. Ma quando Bolognini ha tirato fuori due foglietti, e ha cominciato a leggere una piccola vignetta clinica – “per darvi la sensazione di cosa accade in una seduta … trasmettere una immagine viva della vita interna” – l’emozione di “vedere” la mente, nello svolgersi minuzioso della processualità psichica di entrambi i membri della coppia al lavoro, ha fatto quasi trattenere il respiro. Un silenzio assoluto ha seguito lo svolgersi di quella “prima seduta”. Un applauso fragoroso, prolungato, direi di gratitudine per ciò che era stato offerto con cura e semplicità, è risuonato nella sala. Una domanda dalla platea sulla validità terapeutica della psicoanalisi, ha ricevuto misurata e tranquilla risposta dal relatore. Questo report, necessariamente frammentario e incompleto, potrà forse stimolare qualcuno a cercare tutto l’intervento sul sito del Festival, dove tra breve saranno accessibili tutti le relazioni in versione MP3 e video (www.festivaldellamente.it).

Uscendo dalla sala senza riuscire a salutare il relatore, intorno a cui si affollava una discreta ressa, ho colto un commento: “Però, il buon vecchio Freud fa ancora audience!”

Maria Grazia Vassallo Torrigiani