Frida Kahlo

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“E senza prestarvi veramente attenzione, cominciai a dipingere”: Frida Kahlo, l’arte e il dolore.

Laura Ravaioli

Un tardo pomeriggio del settembre 1925, mentre forse Sigmund Freud stava completando “Inibizione, Sintomo e Angoscia”, Frida Kahlo viaggiava in un autobus che incorse in un terribile incidente in cui riportò fratture multiple e la schiena trafitta da un corrimano; allora aveva diciotto anni e non era ancora la favolosa pittrice messicana ne’ l’appassionata moglie di Diego Rivera.
Da quel momento sviluppò una sintomatologia dolorosa devastante che la portò a sottoporsi a diversi interventi chirurgici, in Messico e negli Stati Uniti, cercando un sollievo che non ottenne mai completamente. Cominciò a dipingere autoritratti per superare la noia di una immobilità cui fu costretta per mesi, mettendo su tela quell’immagine riflessa dallo specchio montato sul suo baldacchino. Fu così che le conseguenze fisiche e psicologiche del trauma determinarono ed influenzarono la sua pittura tanto quanto, successivamente, il suo turbolento matrimonio.
Alcuni dei suoi bellissimi quadri che, come disse, sono la più franca espressione di sé stessa, sono ammirabili fino al 31 agosto 2014 alle Scuderie del Quirinale e, per chi non riuscisse a ritagliarsi il tempo di una visita romana estiva, da settembre a febbraio 2015 a Palazzo Ducale a Genova nella mostra “Frida Kahlo e Diego Rivera”.
I suoi autoritratti secondo alcuni possono essere considerati quasi un’autobiografia (Lowe, 2014) in cui descrive il suo dolore fisico e psichico, tra cui quello derivante dal secondo aborto (nel bozzetto del dipinto “Henry Ford Hospital”, 1932), il suo amore tormentato (“L’abbraccio amorevole dell’Universo, la Terra (il Messico), Diego, io e il signor Xolotl”, 1949), la denuncia politica (“Autoritratto al confine fra il Messico e gli Stati Uniti d’America”, 1932).
Gli appassionati di psicoanalisi troveranno inoltre interessante il dipinto “Mose’ o Nucleo Solare” (1945), in cui Frida si ispirò allo scritto di Freud “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, ancora conservato nella libreria della sua casa azul (dal colore delle mura che circondano il grande giardino) a Città del Messico. Il dipinto, che le valse il Painting National Prize l’anno successivo, fu creato come una libera associazione artistica alla lettura: “Ho letto il libro una sola volta e ho iniziato a dipingere sulla base della prima impressione lasciatami dal testo (…) devo confessarvi che il quadro mi è apparso molto parziale e piuttosto lontano da un’interpretazione approfondita di quel che Freud analizza in modo così meraviglioso nel suo Mosè (…). Ho inteso rappresentare nel modo più intenso e più chiaro che il motivo per cui l’uomo avverte il bisogno di inventare o di immaginare eroi e dèi e’ la pura e semplice paura. Paura della vita e della morte” (Kahlo, 1947).
Insofferente ad ogni classificazione, Frida rifiutò l’etichetta di surrealista, nonostante avesse trovato in quel movimento suoi appassionati sostenitori, tra cui André Breton che descrisse la sua arte come “un nastro intorno a una bomba” (1938).
La sua bisessualità, la sua disponibilità a sottoporsi a interventi chirurgici inefficaci ed una certa tendenza alla manipolazione sono stati letti come causa, sintomo e malattia e posti sotto il nome di nevrastenia, alcolismo, ipocondria (Oliva, Sanfo, 2003); sulla base dei dolori da lei descritti nei dipinti alcuni hanno ipotizzato una sindrome fibromialgica (Draenert, R.; Kellner, H., 2000) che in ogni caso ora sarebbe impossibile da confermare.
Frida morì il 13 luglio 1954, appena compiuti i quarantasette anni; la causa ufficiale di morte fu un’embolia polmonare, sebbene alcuni sospettino una overdose da farmaci non accidentale.
La storia di Frida Kahlo offre l’opportunità di riflettere sulla condizione dei pazienti con dolore cronicizzato, con cui si intenda la mancanza di risposta al trattamento medico, un dolore “centralizzato”, memorizzato nei circuiti cerebrali e che attualmente rappresenta un enigma irrisolto per la Medicina del Dolore: perché, indipendentemente dal danno al sistema nervoso centrale, in alcuni pazienti il dolore può essere controllato mentre in altri tende a cronicizzare? (Katz, 2012).
In questo campo gli psicoanalisti possono aiutare a trovare una risposta in quanto torna in primo piano la personalità del paziente (e dell’artista) e perché maggiormente attenti, per formazione professionale, a non cadere in interpretazioni arbitrarie, come invece accade nelle tante biografie romanzate su Frida, incuranti, a mio avviso, di tradire la sua voce e forti del fatto da questo personaggio ci si potesse aspettare ogni tipo di affermazione decisa e l’esatto suo contrario, se non altro per mero spirito provocatorio.
La mostra alle Scuderie del Quirinale, pur non mancando di attribuire talvolta significati simbolici con una eccessiva sicurezza, si pone in modo più trasparente scegliendo di raccontare la vita di Frida Kahlo attraverso i dipinti e tralasciando gli aspetti intimi e le polemiche sulla malattia, in un percorso cronologico ben curato. Tuttavia sembra aver occultato un aspetto fondamentale della passionalità creativa di Frida, descrivendo come semplici amicizie le storie sentimentali omosessuali: alla Roma decadente de “La grande bellezza”, forse fa ancora paura l’ omosessualità?

Informazioni sulla mostra e photogallery: http://www.scuderiequirinale.it/categorie/photogallery

Breton, A. (1938) “Le surréalisme et la peinture” Editions Gallimard.
Draenert, R.; Kellner, H. “Fibromyalgia in Frida Kahlo’s life and art”. Arthritis and Rheumatism Vol. 43, no. 3, March 2000 pp 708-709
Oliva, A. B.; Sanfo, V. “Frida Kahlo”, Silvana Editoriale 2003
Kahlo, F. (1947) Mosè – conferenza informale sul dipinto tenuta a casa di J.D. Lavin, in “Lettere appassionate” a cura di M. Zamora, Abscondita, 2002.
Katz, J. “Commentary”, PAIN 153 (2012) 505–506.
Lowe, S. M “Il diario dipinto”, in Kahlo, F. “Il diario di Frida Kahlo Un autoritratto intimo.” Electa, 2014.