Gerhard Richter. Pictures/Series. 18 Maggio-7 Settembre 2014, Fondazione Beyeler, Basilea.

Gerhard Richter ha ripetutamente dichiarato di porsi davanti ad una tele bianca “ohne Plan”, ossia senza un progetto, un’aspettativa predefinita, lasciando che “il caso” giochi un ruolo importante nel suo lavoro. Il caso, l’imprevisto, il non ancora noto – si potrebbe riformularlo come ciò che nella mente esita in una condizione preconscia o inconscia – è chiamato in causa da molti artisti quando vengono interrogati sulla genesi del processo creativo. Mi viene in mente Francis Bacon, pittore lontanissimo da Richter, che tuttavia in un’ampia intervista rilasciata a D. Sylvester ebbe a dichiarare: “Si parte con un’intenzione, ma le cose avvengono in realtà mentre si sta lavorando al dipinto – è per questo che è così difficile parlarne – avvengono mentre vi si lavora. […] Quando si lavora si segue questa specie di nuvola di sensazione che si ha dentro, ma non si sa veramente cosa essa sia. E viene chiamata istinto”.

Probabilmente, è stata l’espressione “nuvola di sensazione” a stimolare la mia associazione. Richter è pittore di nuvole, e non solo come tema pittorico. Un senso di indeterminatezza e di irrealtà caratterizza molte delle sue opere, abilmente creato dalle tecniche e dalle procedure di lavoro che lui utilizza. E dunque immagini che sembrano avvolte da un pulviscolo di nebbia, figure dai contorni imprecisi, come fuori fuoco; sovrapposizioni di colori strato su strato, sbavature, erosioni, graffi, che fanno intravedere e lasciano emergere tracce di ciò che sta sotto.

Indipendentemente dai temi e dal linguaggio – figurativo o astratto –  oserei dire che il soggetto principale di Richter, quello intorno a cui ruota principalmente la sua ricerca, è la sfida a mettere in forma la continua processualità trasformativa della mente. Esperienza complessa, mutevole, sfuggente, fatta di movimenti emozionali che trapassano da uno stato mentale all’altro, raggrumandosi in immagini che a tratti possono anche emergere con realistica nitidezza quasi allucinatoria, e tuttavia destinate ad essere trascinate nel flusso inarrestabile della memoria e del desiderio, che tutto altera dissolve e riaggrega. Ogni configurazione iconica catturata sulla tela non è esito definitivo, ma solo una possibile versione tra le tante rappresentazioni che possono formarsi. Tra l’altro, una caratteristica particolare del modo di lavorare di Richter è che le sue immagini originano da altre immagini, da fotografie scattate personalmente o raccolte da fonti più disparate, che negli anni sono andate a formare un suo enciclopedico archivio di memorie visive. Certo viene da pensare a Warburg, e si potrebbe sviluppare una riflessione in merito. Ciò che invece mi viene da osservare è che l’accesso alla realtà risulta come fosse sempre filtrato da una precedente rappresentazione, e la verità di un’esperienza non potesse essere attinta in una forma ultimativa, ma solo interrogandosi e confrontandosi costantemente con la mutevolezza del suo darsi.

La mostra, allestita nei magnifici spazi espositivi della Fondazione Beyeler, oltre a realizzare una perfetta integrazione tra architettura e pittura – come da sempre è nell’intenzione dell’artista – offre un’occasione unica di incontrare il lavoro di Richter in un allestimento che ha scelto di privilegiare le serie e i cicli pittorici, contrappuntando armoniosamente le tele seriali e l’ambiente percettivo-spaziale-emozionale da loro creato con opere singole, scelte tra le più note e rappresentative della sua produzione. Un esempio di queste ultime è Betty (1988) – che campeggia anche nella locandina della mostra – ritratto della figlia adolescente in cui la torsione del busto, e il volto rivolto all’indietro della fanciulla, ce la mostrano come sorpresa da un nostalgico richiamo, quasi un fermo immagine del momento in cui l’infanzia viene lasciata alle spalle.

I gruppi di opere declinano in vario modo il concetto di serie. Ci sono dipinti eseguiti in successione, come variazioni su uno stesso tema: valga per questi Verkündigung nach Titian (Annunciazione secondo Tiziano), cinque tele in cui progressivamente le figure si dissolvono turbinosamente in fumose nuvole nere, blu e rossastre; oppure gli otto commoventi piccoli quadri di S. mit Kind (S. con bambino).

http://www.fondationbeyeler.ch/en/exhibitions/gerhard-richter/works  

Un altro modo di intendere la serie è il raggruppamento di opere dipinte in contemporanea, che intessono formalmente una trama di rimandi tra loro andando a creare un’unica densa atmosfera emotiva, che avvolge lo spettatore. Così è per i potenti grandi quadri astratti della serie  Januar, Dezember, November, o per i due straordinari cicli ispirati rispettivamente alla musica di Cage e di Bach.

Vi sono poi opere unificate da affinità di contenuto, come i quindici drammatici lavori della serie 18 Oktober 1977, che deve il titolo alla notte in cui alcuni terroristi della Baader Meinhof furono trovati morti nella prigione di Stammheim in circostanze non del tutto chiarite. Come lo sguardo di Richter su memorie e affetti privati è delicato e intimo, così il confronto con la memoria storica e collettiva è ugualmente sommesso e interrogante, umanamente dolente di fronte all’incomprensibilità della morte.

Ci sarebbe poi da parlare dei Grigi,della matematica o tecnologica ricerca sul colore nello scintillante 2014 Farben, o in Strips, che insieme ad alcune istallazioni in vetro costituiscono nuove direzioni di ricerca per questo giovane ottantenne, ormai uno dei massimi artisti contemporanei. Ma mi fermo qui, e lascio ad una vostra visita  a Basilea queste altre scoperte.

P.S.: questo brevissimo video è un interessante documento su come Richter stende il colore nei suoi grandi quadri astratti, utilizzando come strumento una sorta di spatolona chiamata “squeedgee”.