Gezi Park, Istanbul

 X. Y.  e Y. Z. sono psicoanaliste che vivono e lavorano a Istanbul.

Appartengono alla prima generazione di analisti qualificati secondo le regole del training IPA, introdotte in Turchia  nel 2004,  e fanno parte di uno study group IPA.
Il pensiero psicoanalitico  aveva cominciato ad essere  conosciuto già dagli anni ‘90, particolarmente ad Istanbul, ad opera di un piccolissimo gruppo di analisti formati a  Parigi.
A me pare anche interessante la coincidenza in quell’epoca fra l’inizio di questo sviluppo psicoanalitico  e gli eventi seguiti al colpo di  stato del 1997 (il cosiddetto ‘golpe bianco’).
Non è infrequente a tutt’oggi che i candidati e gli analisti turchi integrino la loro passione per la psicoanalisi con l’attenta considerazione per  il contesto sociale nel quale essi operano. Nei seminari clinici molta attenzione viene posta alle differenze di appartenenza etnica o religiosa quando queste caratterizzano il caso presentato. Il docente intanto si ritrova a beneficiare di una vera e propria lezione di antropologia culturale!

“Il pensiero psicoanalitico – osserva X. Y. – ha aperto una finestra importante  sulla nostra struttura sociale e  il discorso psicoanalitico entra sempre più a far parte del linguaggio comune. La psicoanalisi può promuovere una migliore comprensione dei meccanismi psicologici del sociale e contribuire alla libertà dell’individuo”. 

Sono intenti praticati con molta naturalezza, lontano dalle ribalte di ordine congressuale. Per esempio, solo dopo anni di frequentazione dell’ambiente ho saputo con sorpresa dell’esistenza di un’approfondita indagine sulle comunità kurde condotta da un collega. I risultati sono ora all’esame di una commissione governativa che si occupa della questione kurda.

X. Y e Y. Z. sono due partecipanti attive dell’attuale movimento di protesta turco che ha preso le mosse da Gezi Park a Taksim, nel centro di Istanbul. Nello ‘spazio’ di Gezi Park A. Y. vede un interesse psicoanalitico  nella forma e i contenuti della protesta: “un movimento senza leadership né suddivisione in  fazioni – fenomeni contestati dall’interno del movimento stesso – che ha fornito la possibilità di esprimersi per categorie di persone in genere poco ascoltate, quali per esempio le donne e le madri.”  

Piccioli: Si sono viste molte categorie di persone a Gezi Park: giovani in jeans e anziane vestite di nero, signore eleganti e giovani donne con il fazzoletto islamico in testa, sostenitori di squadre di calcio rivali che sfilano insieme pacificamente. Sono rappresentati diversità ideologiche, religiose ed etniche. Cos’è che unisce tutte queste persone? Cosa difendono? La democrazia, i diritti civili, la libertà religiosa? 

X. Y.  Penso  che  siano uniti dal rifiutodell’eccessiva interferenza nelle nostre vite personali  quotidiane: è un  problema che si intreccia con la questione dei diritti civili. Questa interferenza è in atto da molto tempo. Esemplare è stata la speculazione edilizia che viene fatta passare sotto il nome di ‘trasformazione urbana’. Luoghi storicamente ad uso del pubblico vengono trasformati in centri commerciali o in alberghi mediante qualche cavillo legale. Ciò che era familiare e fruibile diventa sempre ora sconosciuto e inaccessibile. Il terminal del traghetto più antico di Istanbul ad esempio è stato trasformato in albergo. Ciò vale per molti ambiti della nostra vita. Non riconosciamo più una giustizia né abbiamo più fiducia nel governo. 

Y. Z. Anch’io mi sono fatta questa domanda. Penso che si tratti dell’insieme di tutti i fattori che hai elencato uniti a una certa ingenuità. E’ un movimento contro l’umiliazione, la brutalità e la discriminazione dove la resistenza passiva e l’uso efficace dell’ironia hanno fatto di Gezi Park qualcosa di molto simile a un’ utopia. 

Piccioli: Le donne rappresentano il 51% dei manifestanti. Molta dell’interferenza  di cui parla A.Y. riguarda la vita delle donne alle quali è vietato non solo l’aborto ma anche il parto cesareo; ogni famiglia  dovrebbe avere dai 3 ai 5 figli, da allevare secondo le norme religiose dettate dal governo. Cosa sperate o temete? 

Y. Z. La mia speranza è di un’evoluzione più democratica della nostra società, sotto l’ombrello di un nuovo partito laico. Quello che temo è il terrorismo o un colpo di stato. 

X. Y.  Il movimento ha creato una nuova consapevolezza sociale, la gente continua a incontrarsi, discute e propone soluzioni. Le cerimonie funebri delle prime vittime hanno visto una grande partecipazione nonostante i tentativi di repressione. Molti giovani colleghi hanno prestato la loro opera come volontari a Gezi Park. Quello che temo è una spaccatura del paese. 

Piccioli : So che alcuni giovani psicoanalisti da tempo prestano assistenza alle comunità di immigrati sotto l’egida di associazioni quali Amnesty o Human Rights Watch. 

X. Y. Penso che molte gente continuerà la protesta con il sostegno di varie associazioni ed organizzazioni. 

Piccioli: Che cosa ci si può aspettare dalle associazioni psicoanalitiche? 

X. Y.  Nel breve termine  possiamo offrire aiutoai traumatizzati. A più lungo termine penso che sia importante che la psicoanalisi promuova lo studio di questioni socio-politiche. L’organizzazione di questo genere di indagine in cooperazione con associazioni psicoanalitiche estere potrebbe risultare per tutti interessante. 

Piccioli: Qual’è la situazione attuale? 

X. Y.  Erdogan censura le critiche che nascono anche dall’interno del suo partito  e discredita il movimento. Per esempio, all’apice della repressione alcuni giovani furono accolti nella moschea di Dolmabhace: Erdogan va dicendo che fossero ubriachi  nonostante le smentite dell’imam. Parla insistentemente di religione e della propria incarcerazione nel ’97 durante il  golpe militare. E’ ascoltato da un gruppo di cittadini ma sono in molti a non credergli. 

Piccioli: Qual’é l’atteggiamento dei media? 

Y. Z. Le notizie sono riportate soprattutto dai social networks. Solo tre piccoli canali hanno mandato in onda dei servizi; tuttora la maggior parte dei canali televisivi sono di parte. La prima sera della repressione, quando ci furono tre morti e molti feriti, la CNN turca mandava in onda un documentario sulla marcia dei pinguini. Il movimento ha fatto del pinguino uno slogan.