Giorgio Morandi: Il ritmo dello spazio e il fascino per l’essenziale

Impressioni sulla Mostra di Giorgio Morandi.

“Il ritmo dello spazio e il fascino per l’essenziale”

Clelia De Vita

La mostra su Morandi, allestita a Roma presso il Complesso del Vittoriano, delinea un percorso attraverso l’itinerario artistico dell’autore, dalle prime incisioni alle nature morte, e conduce l’osservatore attraverso le varie opere dell’artista all’interno di un itinerario tramite il quale è possibile giungere a cogliere gli aspetti essenziali della sua intima necessità espressiva.

Morandi era un uomo schivo, che non amava distrarsi dal suo lavoro, seppur informato sull’arte del suo tempo e conoscitore degli artisti a lui contemporanei. Nel suo autoritratto da’ di sé un’immagine di cui mi ha colpito la qualità dello sguardo; gli occhi risultano appena accennati, non ben delineati pittoricamente, quasi a trasmettere, nella sfocatezza del loro tratto, l’importanza di appellarsi allo sguardo interiore per arrivare a cogliere gli oggetti della realtà in modo artistico.

Morandi è un artista che ha portato avanti una ricerca pittorica collegata a una ricerca interna ed intima, l’unica che può consentire di mettere a fuoco l’essenzialità delle sue nature morte, in cui contenitori, selezionati con cura dall’artista, si stagliano su basi e sfondi neutri, creando un ritmo all’interno della tela che fa dello spazio un susseguirsi armonioso di forme.

L’attento studio della posizione dei volumi, delle forme e dei colori, trasmette un ritmo, nel susseguirsi di alti e bassi, di forme sferiche o squadrate, che diventano espressione di contrasti in cui si potrebbe cogliere la riproduzione di una timbrica emotiva essenziale. Le nature morte di Morandi, infatti, sembrano dare matericità alla relazione essenziale tra più oggetti, alla sovrapposizione e scomparsa parziale, all’armonia che si stabilisce tra essi, relazioni che si prestano ad evocare sensazioni; una piccola brocca, semi nascosta tra due più voluminose, richiama l’idea di timidezza, così come altrove l’ingombro di un oggetto determina lo sfumare dei confini di un altro; la coppia costituita da due bottiglie bianche, diverse solo per grandezza, richiama l’immediatezza percettiva dei possibili rapporti tra grande e piccolo.

I contenitori scelti dall’artista richiamano un interno e trasmettono sensazioni diverse. Da una tela all’altra, talvolta, si osservano piccoli cambiamenti di posizione di un contenitore rispetto all’altro che richiamano l’attenzione in modo diverso, spezzano la linea con una curva, discendente o ascendente, cambiando ritmo, appunto. Analogamente, è sufficiente la presenza di un piccolo oggetto rosso, posto in primo piano, perché l’insieme sullo sfondo cambi senso rispetto a quella tela simile posta a fianco che non lo contiene. Si tratta di di sperimentazioni, compiute dall’autore, delle diverse possibilità espressive che collocano una ‘nota di volta’ nel ritmo spaziale e cromatico delle composizioni, elemento c intorno al quale il resto della composizione gira armonicamente.

Lo spazio è insieme il contenitore e il contenuto, il protagonista della ricerca dell’autore, il suo emergere tra i pieni e i vuoti, ritagliato tra i volumi, abitato dentro un confine, determinato da una scena, velato da un sipario di colore che nasconde gli stessi oggetti messi in scena. Altre volte lo spazio è animato da un ritmo più riconoscibile, quello descritto dall’alternanza dei volumi, come nella tela abitata da ciotole e bottiglie bianche, che alterna basso ed alto richiamando la precisione e la simmetria di un andamento binario.

Il tempo può essere percepito attraverso l’alternanza dei volumi o attraverso la polvere dipinta su alcune bottiglie che ne rende diversa la percezione del colore, filtrando la luce, come la memoria e il ricordo filtrano la nostra percezione degli oggetti.

Infine, la produzione, tarda, dei mazzi di fiori confronta l’osservatore con composizioni sospese, poste in un eterno presente o in un eterno passato, in cui il tempo sta nella rappresentazione della loro caducità, perfezione già sul punto di sfiorire; i fiori di Morandi appaiono messaggeri di struggenti affetti, celebrazioni della vita.

Morandi diceva che il tempo gli avrebbe sottratto la possibilità di realizzare le idee artistiche che ancora sentiva di voler esprimere. In uno dei suoi quadri compare una bella strada di campagna, bianca e polverosa, che mi torna in mente pensando al lavoro dell’artista, promessa di un divenire che è posto in parte oltre lo sguardo, che va oltre il limite della vita, ma che segna il misterioso inizio di un dialogo avviato con il mondo.

Come per qualunque altro artista, le opere di Morandi albergano misteriose dimensioni del Sé che ci parlano, stati dell’essere immortalati in modo anche inconsapevole e che esercitano su di noi il fascino di un linguaggio essenziale ed efficace.

Ci sarebbe ancora bisogno dello sforzo di precisione, purezza ed essenzialità a cui Morandi ha consacrato la sua opera adempiendo all’alto compito dell’artista: tramutare semplici oggetti in “oggetti evocativi” (Bollas), capaci di dialogare con la nostra più profonda necessità affettiva, di poter ‘usare’ e trasformare, attraverso  il ruolo benefico dell’illusione, ciò che incontriamo nella realtà.

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