“Irving Penn”. Parigi 2017. Recensione di Simona Pesce

Pablo Picasso-Fondazione Irving Penn

La collezione retrospettiva delle foto di Irving Penn, attualmente in corso al Grande Palais di Parigi, fa seguito alla mostra monografica presentata al Metropolitan Museum of Art di New York in occasione del centenario della sua nascita. La mostra ha in sé una tale ricchezza da spingermi a scrivere alcune riflessioni sulla complessità della natura dell’artista.

Irving Penn, considerato uno dei più grandi fotografi del XX secolo, va ricordato e scoperto nelle sue numerose sfaccettature. Nato a Plainfield, una piccola città del New Jersey, nel 1917 vive gran parte della sua vita tra Parigi e Manhattan dove muore nel 2009. Diventato famoso grazie alle foto commissionate dalla rivista Vogue, si appassiona a differenti generi e il suo talento si spinge ben oltre le foto di moda. Irving Penn realizzerà, lungo l’arco della sua carriera, una serie di nature morte di uno straordinario potere evocativo così come una serie di foto-testimonianza di valore etnografico nel suo monumentale progetto “World in a small room” i cui scatti provengono da numerosi viaggi che Penn inaugurò nel ‘48 nella città Precolombiana di Cuzco, antica capitale Inca.

Il senso del percorso espositivo, pur mantenendo un’organizzazione cronologica e tematica, sembra essere quello di evocare l’atmosfera presente negli studi fotografici di Irving Penn, sia quello mitico di Manhattan sia quello realizzato nel tendone da teatro che egli aveva trovato e improvvisato a Parigi e che non ha più lasciato per oltre 60 anni.

Vorrei accostare due tipologie di fotografie realizzate da Irving Penn, le une che esaltano l’eleganza e la libertà della donna degli anni 50, in particolare i ritratti di Lisa Fonssagrives, ballerina, modella e moglie dell’artista dal 1950, le altre che rappresentano il nudo femminile.

Penn si permette un doppio sguardo sul corpo femminile: uno esteriore, che ritrae figure mondane, eleganti, raffinate per poi portare lo stesso corpo femminile fuori dalle regole della affascinazione verso una realtà più autentica. Le nitide e contrastate immagini bianco e nero delle numerose modelle che egli ritrae, negli abiti alla Balenciaga, attraggono l’osservatore e ritraggono il corpo come un oggetto perfetto, ideale, avvolto di eleganza e spregiudicatezza.

Nelle foto di nudi, a mio avviso molto più interessanti,  ci si imbatte in un differente teatro del corpo. Da esse sprigiona una forza che emerge dall’interno del corpo. Osservando questa serie di foto verrebbe da chiedersi se Irving Penn sia stato anche un pittore. Effettivamente Penn ebbe un breve e poco fortunato periodo artistico-pittorico che poi abbandonò. Avvicinandosi ai nudi si riconosce la natura fotografica delle immagini, ma la tecnica utilizzata sfuma la differenza tra dipinto e scatto. Grazie a una sovraesposizione e a un tipo particolare di tiratura l’immagine perde la sua nitidezza e semplicità così tipica nelle precedenti foto. I suoi nudi riproducono un corpo femminile che non è più né intero né dotato di viso. L’assenza del volto permette alle forme opulente di presentarsi in modo insolito e di focalizzare l’attenzione sulle varie forme del ventre femminile. Il ventre femmineo diventa un oggetto accogliente ma allo stesso tempo sorprende. L’osservatore sente che l’idea della bellezza femminile viene scossa per lasciare il posto all’idea di uno spazio corporeo.

Mi pare che l’artista abbia saputo cogliere due aspetti differenti, ed entrambi necessari dell’esperienza corporea, una che soddisfa il bisogno narcisistico di piacersi come guardandosi allo specchio, e l’altro che pone l’accento sull’attrazione che suscita il corpo accogliente dell’altro da Sé.

Il secondo accento che vorrei porre nell’osservazione della mostra riguarda il ritratto. Tutti i ritratti del noto fotografo, per lo più di personaggi famosi ma anche di differenti gruppi di persone, sono realizzati grazie ad un piccolo studio fotografico che l’artista portava sempre con sé, composto di semplici pannelli che racchiudevano il soggetto in uno spazio stretto e angolare. Scriveva Penn: “Ho generalmente trovato le immagini che mostrano le persone nel loro ambiente naturale deludente, ma ho fiducia nel contesto artificiale del mio studio. Per quanto mi riguarda, ho accettato una stilizzazione che mi sembrava più preziosa di un naturalismo simulato”. Le persone, costrette a rimanere in un luogo angusto sembrano quasi obbligate a pose originali ed emotive, vengono interrogate dalla macchina fotografica. In questi ritratti Penn riesce a cogliere l’originalità del soggetto con una sensibilità disarmante.

Se l’immergersi nell’estetica artistica può colorare elementi del vissuto personale di nuove tinte allora a mio avviso questo modo di intendere il ritratto illumina un aspetto del setting analitico.  Il setting analitico, come sappiamo, si definisce non solo per la sua forma, numero di sedute, uso del lettino, orari precisi…, ma per la sua sostanza che viene definita dall’attitudine interna dell’analista. L’assetto del ritratto operata da questo osservatore della storia visiva dell’uomo, la sua capacità di dar particolare valore al soggetto rendendo neutro l’ambiente circostante, mi ha lasciata con l’immagine “del soggetto umano” scolpito dai suoi confini e mantenuto nitido proprio dal rigore estetico dell’artista.

E allora penso che sia solo l’assetto interno dell’analista a creare un setting, è solo il suo mantenersi attento allo scambio nella relazione con il suo analizzando che può garantire l’unicità dell’esperienza analitica dove il setting “serve a consentire al paziente di realizzare esperienze che abbiano relazione con il proprio inconscio, con la propria infanzia, con i propri conflitti, e dove realizzare esperienze significa fare esperienza del transfert” (Di Chiara 1971) e quindi della riedizione di esperienze personali con  l’analista.

Questo specifico aspetto del lavoro analitico è la sua originalità. Accostare la profonda comunicazione interpersonale alla giusta neutralità e distanza è l’arte che permette all’analista di non esserci come persona ma di riapparire come un personaggio che può essere tutti e nessuno.

 

A cura di Simona Pesce