La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Epoque agli Anni Folli

ladivinamarchesaPalazzo Fortuny fino al 8 marzo 2015.

Memorie di un opera d’arte.

Venezia, città da lei prescelta negli anni della bell’Epoque come ideale palcoscenico della rappresentazione del mito che creò di se stessa, rende omaggio a Luisa Casati Stampa, marchesa di Soncino, la Divina Marchesa per Gabriele d’Annunzio, che ne fu ammaliato più che da ogni altra delle sue amanti, e profondamente ispirato, come nel romanzo “Forse che sì, forse che no”, al pari di molti altri intellettuali e maestri, quali Cocteau, Boldini, Martini, Balla, Boccioni, Kees Van Dongen, Cecil Beaton, Romaine Brooks, Ignacio Zuloaga, Man Ray, ognuno conquistato dalla individualità di questa donna e dal modello di musa ispiratrice che volle e seppe diventare. Una Musa distruttrice della mediocrità.
E’ attraverso le oltre cento opere, ritratti, dipinti, sculture, gioielli, abiti, litografie, fotografie, che questi ed altri artisti hanno a lei dedicato, che si snoda la mostra che abbiamo visitato. Nella magica penombra delle stanze di Palazzo Fortuny, la casa-atelier di cui la Marchesa fu assidua frequentatrice, si prova a disvelare la complessa ed affascinante personalità di una donna che ha voluto “fare di sé e della propria vita un’opera d’arte” come lei stessa affermava, che è stata “La più grande futurista del mondo” per Tommaso Marinetti, e “Il più bel serpente del Paradiso Terrestre” per Jean Cocteau.
In effetti, invece che una donna dall’animo inquieto e problematico, durante il percorso della mostra si è presentata a noi una forte e consapevole interprete del proprio ruolo artistico, l’antesignana di linguaggi della nostra arte contemporanea e della nostra moda più attuale e sofisticata. Una pioniera della body art, come quando, in occasione di una première all’Opèra di Parigi si esibisce, creando grande scandalo, in una performance con tanto di sangue di animale appena sgozzato che le colava lungo un braccio, anticipando di quasi un secolo le performance della Abramovic.
Precorritrice quindi di questa artista contemporanea, che vuole essere lei stessa “parte dell’opera d’arte” Qui ricordiamo la performance dell’Abramovic che si presentò ricoperta di serpenti che le si avvinghiavano al collo, sulla testa, in bocca, lungo il corpo, proprio come la Marchesa che, anche nella quotidianità, si agghindava di pitoni vivi intorno al collo, lungo le braccia e sulla testa, reincarnazione di una irresistibile Medusa, tant’è che i più famosi gioiellieri inanellarono le sue dita affusolate con brillanti e preziosi, in forma di inestimabili boa. Cartier riprodusse i ghepardi e le pantere con cui realmente passeggiava di notte in Piazza san Marco, avvolta dal suo mantello scuro, o con cui riceveva gli ospiti delle magiche e sfarzose feste mondane che organizzava nel suo palazzo Venier de’ Leoni, oggi museo Guggenheim. Alberto Martini disse di lei che era una grande artista ma, incompresa dalla gente comune. In realtà incompresa perché troppo in anticipo sui tempi, perché proiettata in una dimensione estetica che in quel momento risultava ancora troppo incerta. Serpenti e felini, erano soltanto una parte dei tanti animali, compreso un gorilla, che la Casati aveva portato da un viaggio in India e che convivevano nel suo giardino; lei stessa si sentiva la reincarnazione di una tigre, fino a volersi tingersi i capelli a strisce arancioni e nere.
Con quei suoi capelli tinti rosso fuoco, gli occhi pesantemente bistrati ad evidenziare le pupille che l’uso del collirio alla belladonna dilatava, come quelle di un felino o di un rapace notturno, ce la presenta il ritratto realizzato da Augustus Edwin John, proveniente dall’Art Gallery di Toronto, manifesto della mostra: la Divina Marchesa è qui con lo sguardo, che proviene dal profondo, della belle dame sans merci, della Signora del buio e dell’occulto, della Corè , de la Lointaine, l’inafferrabile come un’ombra dell’Ade, come la definisce D’Annunzio nel Libro Segreto. Eppure ha lo sguardo della Nomade, lo sguardo intenso e lontano dell’altrove, ispiratore dei futuristi, dei dadaisti, dei surrealisti.
Emblema di questa poliedrica e sfaccettata modalità di essere, di rappresentarsi, di essere interpretata e vista ci sembra la fotografia scattata da Man Ray nel 1922, fotografia che per un errore nello sviluppo o un imprevisto, ritrae la marchesa con tre paia di occhi: Luisa Casati ne rimase così affascinata poiché l’artista “era riuscito a ritrarle l’anima”. La foto divenne la sua immagine forse più nota e quella dove più si sentiva rappresentata.

Dicembre 2014