A che punto è la psiche del paese. Report di C. Nanetti

Il 9 giugno 2019 a Bologna Anna Nicolò, Vittorio Lingiardi e Umberto Galimberti sono stati protagonisti di un dibattito dal titolo: A che punto è la psiche del paese, nell’ ambito degli eventi de ” La Repubblica delle idee 2019″

Report di Cristina Nanetti

Editing di Daniela Battaglia

Il festival che il quotidiano “La Repubblica” organizza da diversi anni per favorire un confronto su temi di attualità, cultura e politica  aveva quest’anno come titolo “C’è un’altra Italia” e si è svolto a Bologna.

Per tre giorni la città è stata teatro di incontri che hanno visto politici, giornalisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo dibattere su vari temi.

Domenica 9 giugno un incontro molto stimolante ha visto confrontarsi  3 ospiti illustri: la Presidente  della Società Psicoanalitica Italiana Anna Nicolò, lo psichiatra psicoanalista Vittorio Lingiardi e il filosofo Umberto Galimberti, coordinati e introdotti dal giornalista Antonio Gnoli.

L’incontro ha avuto luogo nella suggestiva Sala Farnese, gremita di persone appassionate che si sono presentate con un largo anticipo a esprimere il grande interesse per il tema trattato, mentre purtroppo un folto numero di delusi sono rimasti esclusi dalla partecipazione dopo una lunghissima fila di attesa.

Gnoli introduce il tema: “A che punto è la psiche del paese” attraverso due considerazioni per avviare un dialogo con gli ospiti: la prima, di ordine generale, riporta all’Anima Mundi platonica; un’anima mundi che si ammala, si deprime, e produce così altrettante depressioni nelle persone. La mente collettiva oggi è messa in discussione da tutto quello che accade e verso cui non abbiamo una risposta chiara e forte.

La seconda considerazione riguarda il motivo per cui è nata l’idea di occuparsi della psiche del nostro paese, cercando di capire se e come la riflessione filosofica possa aiutare la politica.

Le riflessioni hanno portato al tema del “fuori”, cosa accade al di là di noi,  oltre quell’anima mundi in cui l’Occidente in qualche modo oggi vive. Gnoli sottolinea come spesso rispetto al “fuori”  noi occidentali tentiamo di immunizzarci in modo difensivo. Questo atteggiamento  non permette di considerare il punto di vista dell’altro, nè di capire da chi e da cosa ci difendiamo. Dallo sforzo di porsi  nuove domande è partita qualche mese fa  una iniziativa da parte di una serie di associazioni, tra cui gli psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana, che ha prodotto una lettera al Presidente Mattarella al fine di contribuire a riflettere su quanto sta accadendo nella nostra società e nel nostro paese.

Questi gli spunti che hanno introdotto il dibattito con gli ospiti.

La parola passa ad Anna Nicolò che evidenzia quanto questi altri che vengono da “fuori” rappresentino lo straniero dentro di noi. La Presidente della SPI ricorda che  le caratteristiche di questa nuova emigrazione sono diverse da quelle di un tempo. Una volta erano i singoli che andavano altrove con la speranza di trovare lavoro; oggi vediamo migrare bambini, donne, intere famiglie, persone che hanno perduto ogni speranza e hanno messo in discussione la loro identità generazionale, la loro tradizione, la loro origine. Essi vengono ad incontrare una società che nella loro mente é idealizzata, ma invece trovano una società che ha problemi di identità. Nicolò pone l’accento sul cambiamento, sul fatto che ci troviamo di fronte a una trasformazione antropologica che ha come conseguenza il fatto che la nostra stessa identità non è stabile. È un’epoca in cui ci si “aggrappa al corpo”, perché, in un certo senso, è la nostra “roccia”, ed è un comportamento che si può osservare negli adolescenti , ma anche negli adulti.

È sparita la dimensione verticale e domina la dimensione orizzontale, come sempre osserviamo nei momenti in cui vi è una  crisi dell’identità. Oggi abbiamo difficoltà a guardare dentro di noi, si tende a rifuggire dalla sofferenza in modo difensivo, ma la nostra crescita mentale è basata anche sulla capacità di attraversare la sofferenza, altrimenti assistiamo a un precipitare nell’azione, senza il pensiero. Il timore per l’altro porta al rifiuto dell’altro e così si apre la strada alla disumanizzazione. Se vediamo il singolo, il bambino annegato ci commuoviamo, mentre se vediamo la massa di persone indietreggiamo spaventati. È il tempo della disumanizzazione che la nostra società basata sull’immagine sta vivendo.

Continua Lingiardi che sottolinea l’importanza per psicoterapeuti e psicoanalisti di aprirsi al mondo, di uscire dalle proprie stanze. Già Freud attraverso i suoi scritti aveva sottolineato e valorizzato il rapporto tra  psiche e società. Lingiardi gioca con il titolo, si chiede che differenza potrebbe esserci ponendo al termine della frase un punto esclamativo, che esprimerebbe un’affermazione di sconforto, indignazione, preoccupazione o un punto di domanda che porterebbe ad interrogarsi, aprirebbe alle curiosità, a chiedersi cosa accade in un’epoca trasformativa che pone l’enfasi sull’immagine, sulla tecnologia, sulla disumanizzazione come forma protettiva.

La cultura della disumanizzazione è cultura dell’odio che si esprime con ciò che viene definito “l’hate speech”. Il discorso dell’odio oggi viene fatto dal basso all’alto, quindi da una cittadinanza anonima, spesso attraverso i social network. Lingiardi invita a riflettere sul fatto che, mentre un tempo la caratteristica della comunicazione aggressiva online era l’anonimato, oggi invece è presente un nuovo fenomeno: vi è  una uscita dall’anonimato, vi è una rivendicazione delle comunicazioni online, si mettono in gioco sentimenti che fanno parte di un’area della psiche che non è ancora elaborata.

Bollas parlava di stato mentale fascista come forma di disumanizzazione per poter compiere l’azione sull’altro. L’oggetto per poter essere oggetto della nostra aggressione deve essere in qualche modo escluso dalla categoria degli umani: é un processo psichico che appartiene sia allo stupro di gruppo sia all’esperienza del campo di concentramento.

Galimberti sottolinea un nesso rigido tra psiche e cultura: chi ha poca cultura ha una psiche elementare, chi ne ha tanta ha una psiche più complessa.

In Italia la cultura é molto bassa; sono 40 anni, sottolinea l’oratore, che la scuola non educa, al massimo istruisce, quando ci riesce. Dall’origine dell’umanità i sentimenti si sono sempre insegnati attraverso i miti, i racconti, con le fiabe delle nostre nonne. In seguito questo passaggio è stato sostituito dalla  letteratura, che ci insegna che cosa è l’amore, che cosa é l’odio; ma ora purtroppo  la letteratura non assolve più a questo compito, perché i ragazzi non leggono o leggono poco o male; è come se pur sapendo leggere non si capisse il significato delle parole.

È  convinzione comune, anche della “psiche elementare”, che la politica non sia più il luogo della decisione. La politica guarda l’economia ma l’economia guarda le risorse tecnologiche e oggi assistiamo al fenomeno nuovo per cui  la nostra capacità di fare è superiore  alla capacità di conoscere gli effetti delle conseguenze che questo fare produce.

Galimberti continua sottolineando che negli ultimi decenni sono successe due cose terrificanti: la Globalizzazione, che ci ha detto che c’è un mondo fuori dal nostro “mondo ambiente” e la Tecnica che, come diceva Lingiardi, produce, se non accompagnata dal pensiero, la disumanizzazione .

La tecnica ha una sua espressione precisa: raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. L’attività lavorativa deve essere una buona esecuzione di quanto gli apparati a cui apparteniamo ci chiedono; questo era l’elemento classico del nazismo: non ha importanza cosa faccio, ma importa solo  che il sistema funzioni.

Interviene Gnoli che si rivolge nuovamente agli ospiti osservando che in questa trasformazione epocale forse l’elemento più strano e originale é quello di una sorta di capitalismo delle emozioni: si sfruttano le emozioni come se fossero forza lavoro.

Pensando al capitalismo delle emozioni Nicolò ricorda Noa  la giovane adolescente che si è lasciata  morire ad Amsterdam. La notizia ha fatto il giro del mondo, ha colpito tutti ma, terribilmente e drammaticamente, questa notizia é diventata solo uno scoop.

Come diceva Galimberti dissociamo le nostre emozioni e siamo dissociati da esse per poter continuare a sopravvivere e siamo normotici, come diceva Bollas, cioè finiamo per vivere nelle cose. La tecnologia é inevitabile e utile,  ma potremmo e dovremmo  porre una serie di limitazioni; si tratta di riuscire ad interagire con questa evoluzione tecnologica che ha fatto sparire la dimensione etica del rapporto con l’altro. Questo fa sì che  le persone diventino cose e come tali vengano  trattate. Questa logica sottende, ad esempio, molti femminicidi: si uccide una donna perché è una cosa propria che é sfuggita, deve essere ripresa e non deve più esistere.

Anche Lingiardi si sofferma sul capitalismo dell’emozioni, racconta di uno studio fatto sul rapporto tra orientamento politico e mondo emotivo in cui è emerso che quando prevalgono certe emozioni, come ad esempio l’emozione della paura, sicuramente l’elettorato va in una direzione conservatrice. Un’altra indagine fatta sul linguaggio usato in  Twitter ha evidenziato una certa stabilità dell’odio per quello che riguarda gli attacchi misogini, e invece si è notata una lieve diminuzione  del sentimento omofobico. Il dato è stato interpretato come conseguenza della approvazione della legge Cirinnà.  E’ stato, infatti,  ipotizzato che, nel momento in cui viene proposta una soluzione legislativa, verso la quale si può anche non essere d’accordo, si determina  comunque un   effetto trasformativo che entra a far parte di un sentimento comune, costituendo così una limitazione all’espressione dell’odio.

Galimberti  aggiunge che si può reagire alla paura riappropriandosi della colpa. A questo proposito ricorda un discorso del 1947 di Carl Jaspers alla conferenza di Amsterdam sulla questione della colpa. La riflessione verteva sul comportamento tenuto dai tedeschi ed evidenziava la colpa metafisica, consistente nel fatto di essere ancora vivi dopo ciò che era stato fatto. Tradotto nella nostra cultura occidentale potremmo chiederci perché noi stiamo così bene e gli altri  no, quando il nostro benessere é stato determinato dal loro impoverimento, ne è un esempio il colonialismo prima territoriale poi economico.

“Ecco allora”, dice Galimberti, “un po’ di senso di colpa con il quale imparare a convivere ci potrebbe aiutare!”

Un caloroso e lungo applauso da parte di un pubblico attento e interessato, ha concluso questo intenso incontro, che credo possa aprire in ognuno tanti altri pensieri profondi.

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