Lorenzo Mattotti e la Paura. Commento di Daniela Scotto di Fasano

Lorenzo Mattotti e la Paura: la nera foresta degli incubi bambini

Daniela Scotto di Fasano

Nella nera foresta degli incubi bambini (che ci abitano anche da adulti) il babbo e la mamma si disfano di noi, senza rimpianti, senza rimorsi. Genitori figlicidi nei quali ciascuno di noi ha temuto di imbattersi, dei quali parlano figure tragiche di dimensioni colossali: Agamennone, Laio, Medea, Abramo. E, in tono minore, ma non meno inquietante, le fiabe: Pollicino, Hansel e Gretel, Biancaneve…. Che stretta al cuore, e che ansia, nell’ascoltare di un padre che ti porta nel bosco e lì ti abbandona. Che paura tremenda, nel sentire di una madre, come quella di Hansel e Gretel, che insiste perché il padre riporti nel bosco i bambini che, con lo stratagemma dei sassolini, erano riusciti a recuperare la via di casa. Che voglia di piangere, che terrore senza nome (per come ne parla Bion, 1957), che fear of breakdown (per come ne parla Winnicott, 1974), nello scoprire che, ahimè, gli uccelli si sono mangiati le briciole di pane e la strada di casa è a questo punto perduta…. E poi…. La Strega, che attrae Hänsel e Gretel con la casetta di Marzapane, o l’Orco di Pollicino: “Ucci, ucci… sento odor di cristianucci…”. Ed hanno un bel dire i grandi: “Ma è solo una fiaba….”, poi la luce si spegne ed il terrore è lì, la foresta scura e terribile cresce intorno al letto, ogni fruscio potrebbero essere la Strega, l’Orco…

E’ stato Lorenzo Mattotti, lo straordinario artista al quale nel 2018 è stato commissionato il manifesto del Festival del Cinema di Venezia, autore di libri, quadri, copertine di importanti riviste (ad esempio The New Yorker), che mi ha spalancato le porte su un’area del passato comune a noi umani. L’area delle paure bambine, quando, per farci addentrare nel paese del sonno, la mamma o il papà spegnevano la luce e la presenza dell’assenza (Bion) degli oggetti della quotidianità prendeva letteralmente corpo nell’Uomo Nero degli incubi bambini, nell’Orco di Pollicino, nella Strega di Hänsel e Gretel… Lorenzo Mattotti ha esplorato molti territori del terrore, si pensi a Doctor Nefasto, a Labirinti, a Jekyll & Hyde, The Raven, a Blind…. Poi, alcuni di questi testi, straordinari per la loro intensa capacità evocativa, sono diventati film.

In Peur(s) du noir , film del 2007, maestri dell’animazione come Blutch, Charles Burns, Marie Caillou, Pierre Di Sciullo,  Richard McGuire, e appunto Lorenzo Mattotti, si confrontano con le loro ‘paure del buio’. L’episodio illustrato da Mattotti evoca e mette in scena le sue paure infantili, suscitate dalla figura di un coccodrillo impagliato che pendeva dal soffitto e lo terrorizzava. L’estratto video disponibile su YT purtroppo è molto breve e si arresta prima che il coccodrillo prenda forma, ma è sufficiente a dare un’idea dell’inquietante atmosfera emotiva e la sua resa grafica da parte dell’artista:

Il secondo filmato, invece, è il recente Concert en famille, Hänsel & Gretel – Humperdinck, con l’Orchestre de Paris  diretta da Eun Sun Kim :

 

Si tratta in entrambi i casi della rivisitazione di fiabe a noi tutte note. Fiabe e basta, si può dire. Ma: “Le favole sono fatte così. / Una mattina ti svegli/ e dici: ‘Era solo una favola…’/ Sorride di te ./ Ma nel profondo non sorridi affatto./ Sai bene che le favole sono l’unica verità della vita” (de Saint-Exupéry 2008, 29). Narra il Piccolo Principe: “Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: ‘Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?’.  Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante” (de Saint Exupéry 1984).

“Prototipo della paura in campo letterario è sempre stato l’incipit dantesco dell’Inferno, con la sua selva oscura, con il suo essere cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura!” (Francesconi 2005).

Francesco Barale diceva anni fa a noi allievi in training di leggere fiabe per imparare ad accostarsi al mondo interno dei pazienti, e di fatto le fiabe parlano al cuore dei bambini di streghe, di orchi, di incubi, di terrori, di faccende maligne e mostruose – uomini che diventano rospi, donne ibernate in bare di ghiaccio, porte che è meglio non oltrepassare, genitori che disperdono nei boschi i bambini -, faccende maligne e mostruose che però, in tal modo, impariamo a approcciare, a tollerare, a conoscere. Senza rinunciare a pensare.

Se si rinuncia all’immaginario, a quella che Bion chiamava ‘l’immaginazione speculativa’, si perde la possibilità di scoprire la Legge di gravità: le mele cadono sotto lo sguardo dell’uomo da che mondo è mondo, ma “bisogna essere un po’ folli per porsi delle domande sulle mele che cadono” (Chasseguet-Smirgel 2002, 7).

La genialità di Freud fu quella di scoprire che le isteriche soffrivano di ricordi e che non restava loro altra strada, per parlarne, che quella del ricorso al linguaggio d’organo, con ciò sganciando l’esistenza dalla coartazione del destino e restituendo senso allo scarto, al residuo, all’apparentemente insensato, fondando, in tal modo, una scienza riflessiva: “In questo forse è essenziale la funzione di una scienza ‘riflessiva’ che possa liberarci dalla predeterminazione contenuta nell’idea di un destino già segnato e immutabile, e ci aiuti a trovare sempre nuovi modi per rinnovare l’interrogazione, ma con la consapevolezza e l’accettazione che il nutrimento del pensiero deriva proprio da quella parte dell’esperienza che rimane meno esprimibile…Un polipo sognava alla luna…” (Preta 1993). Lorena Preta si riferisce a un disegno con cui Giuliano Briganti, lo storico dell’arte, dava senso – “mediante una trasformazione poetica e cognitiva” – a un’avventura estiva occorsa in Turchia: un polipo, all’imbrunire, sulla spiaggia di scogli, s’avvinghia per un attimo alla gamba di Lorena Preta. I disegni schizzati sul foglio e le parole che li accompagnano narrano: “il polipo innamorato viene staccato dalla gamba di Margaretha, ma nell’urgenza dell’azione è tagliata insieme al tentacolo anche la gamba…Giorni tremendi…. un medico turco compie il miracolo, ma commette un errore: al posto della gamba attacca il tentacolo…e così la bella, tutte le notti sulla sua barca, sogna nostalgicamente il polipo, che ormai in parte le appartiene. E la paura, l’eccitazione trovano una forma, una via di rappresentazione. E le emozioni sono restituite trasformate. E l’invenzione narra anche della realtà” (Preta1993). “Spazi dell’immaginazione” dunque, per resistere al”la bonaccia indifferente, densa/” (Karelli 1955, 47-48) di una mentalità che smette di incuriosirsi e sognare, per superare l’ottusa incapacità di porsi domande oltre l’ovvio dell’apparenza (Scotto di Fasano et al, ) oltre tanto insensato proliferare della paura di pensare, quasi che pensare oggi sia sentito, come ha scritto Julia Kristeva, un rischio. I bambini non hanno paura di pensare, tant’è che la realtà della paura della buia foresta nella quale il papà e la mamma possono portarti a perderti è lì, reale e vera ai bordi del letto di tutti i bambini del mondo…

Non dimentichiamo che Freud nel 1925, in Inibizione, sintomo e angoscia, fa dello stato di impotenza infantile – di Hilflosigkeit –  il prototipo della situazione traumatica. E’ proprio lo stato di totale impotenza dei primi mesi di vita del piccolo dell’uomo che alimenta i terrori arcaici delle origini della nostra vita mentale.

Con il concetto di “fantasia inconscia” Klein prima e Bion dopo mostreranno, a­mpliando il significato che l’a­sse­nza ha in Freud, come nell’inconscio e in funzione della fantasia inconscia l’oggetto assente non corrisponde nella mente infantile alla ma­nca­nza dell’oggetto bensì a un oggetto cattivo presente “Un bambino che piange nella notte / Un ba­mb­ino che piange per la luce / E senza parole ma un urlo” (Tennyson LIII).

 

Dice Bion: “Se l’intuizione psicoanalitica non ci fornirà un campo per fare scalpitare gli asini selvaggi, dove potremmo trovare uno zoo che preservi la specie?” (1975). È’ chiaro che Bion si riferisce alla specie umana.

Ma, “Quando esauriva tutto dentro di sé e attorno/ e gli sembrava di affondare, – allora si ricordava di/ pronunciare/ una parola sola: statua (e, naturalmente, intendeva/ una statua greca, nuda). E subito intorno a lui/ si aprivano isole-nomi; un ginocchio brillava/ di fronte al mare; la faretra del giovane arciere/ si scorgeva sepolta sotto una montagnetta di sabbia fine / Si vestiva, usciva nell’Agorà. ‘Buongiorno’, diceva. / Macellerie, negozi di vasi, fruttivendoli. Comprò dell’uva/ liberando quel gesto profondo, calmo, inesauribile/ di un braccio di marmo amputato.” (Ritsos 1969, 107).

Si tratta della poesia di Ghiannis Ritsos intitolata Una parola, perfetta, a mio parere, a dire lo straordinario potere delle parole, capaci di spalancare orizzonti di sopravvivenza emotiva, intellettuale, morale. Non a caso, questa poesia, del 1969, risale all’epoca della dittatura dei colonnelli in Grecia, durante i quali Ghiannis Ritsos era relegato in precarie condizioni di salute nel campo di concentramento di Partheni, nell’isola di Leros, dove era stato deportato per la sua fede marxista.

Una grande poetessa, Cristina Campo, ha detto che nella poesia “La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). […] Niente clichés […] La lingua [in poesia] è fatta di cose concrete”. (1991, 239) “Solo tornando e rimanendo al centro si può non lasciare solo il malato in narcosi, senza rischiar di cadere nella sua stessa anestesia. […] E per centro […] intendo vita, attenzione, risposta” (1991, 291), mentre oggi, “Se odo parole, non è che un doloroso rumore, / Poiché nessuno risponde. Che sorte mi piomba/ addosso? / […] Ho cessato di essere uomo?” (1991, 104).

Poiché l’umanizzazione fa, poeticamente, inevitabilmente, rima con relazione… Altrimenti: “Com’è alto il dolore. / Vuoto delle parole / che scavano nel vuoto vuoti / monumenti di vuoto.” (Caproni 1980).

Come nota Francesconi (2014), è impossibile, nel terrore senza nome, l’effetto terapeutico della formazione dei simboli che “dipende dalla capacità di unire due oggetti in modo da evidenziare la somiglianza senza intaccare le differenze” (Bion 1957). “Più in generale, ho proposto che questa sia la funzione fondamentale della mente: la funzione metaforica della mente, da metaforà come trasloco, che preferisco alla funzione simbolica, a mio avviso più limitata. Essa ci permette di considerare le doppie prospettive in funzione della loro utilità e non della loro contraddizione, la possibilità di avere molteplici punti di vista un vantaggio e non una confusione, l’immaginazione speculativa una possibilità di esperienza della realtà.” (Francesconi 2014)

Accade esattamente il contrario nel film La vita è bella di Roberto Benigni, che rischia di veicolare un messaggio estremamente ambiguo che è difficile da cogliere dati l’altissimo livello professionale, l’intelligenza e la straordinaria capacità di far ridere e sognare di Benigni.

Offrendo infatti una plausibile caricatura della normalità in contesti caratterizzati invece da sadismo e deumanizzazione, quali i campi di sterminio, è inevitabile far passare l’idea, in modo subliminale, che si possa ignorare il dramma che si consumava in quei luoghi della morte, che si potesse far giocare un bambino nell’orrore. Perché, ancora con Francesconi (2005), “L’elemento che getta nel panico è proprio questa crisi della riconoscibilità, questa impossibilità di assegnare all’oggetto minaccioso una qualità evidenziante che consenta la messa in atto dei meccanismi di difesa. Siamo nell’orizzonte di quello che lo psicoanalista W. R.Bion chiamava il terrore senza nome.”.

Ma se rinunciamo a stare ai fatti, a quello che Freud definisce esame di realtà, chiamando le cose con il loro nome per poterle comprendere e, quindi, se minacciose, tentare di affrontarle, allora sono possibili percorsi come quelli indicati da Benigni in La vita è bella e catastrofi come quella narrata nella vicenda (letteraria e cinematografica) del Bambino con il pigiama a righe.

A Susanna Nirenstein che le chiede: “Shoah: la maggior parte dei suoi protagonisti l’ha attraversata. Ma lei ne ha scritto direttamente solo ne Lo scialle”, la scrittrice ebrea Cynthia Ozick risponde: «E non è più successo. Non ne ho il diritto. Non ero lì. Mi affido a coloro che c’erano, a Levi, a Wiesel, a documenti, diari, memorie. Diffido della fiction su quei diabolici avvenimenti, della poeticizzazione mitizzante.» (La Repubblica, 4.12.2010).

Una poeticizzazione mitizzante del tutto assente nei lavori di Lorenzo Mattotti.

 

Bibliografia

Bion W.R.,1957, La differenziazione tra personalità psicotica e non psicotica, in Bott Spillius E., (a cura di),1988, Melanie Klein e il suo impatto nella psicoanalisi oggi. Vol.I. Astrolabio, Roma, 1995

Bion W.R., 1975; Memoria del futuro, 1 Il sogno, Cortina, Milano, 1993

Campo C., 1991, La tigre assenza, Adelphi, Milano

Caproni G., L’ultimo borgo, Rizzoli, Milano, 1980.

Chasseguet Smirgel, 2002, Prefazione, in Quinodoz D., 2002, Le parole che toccano, Borla, Roma, 2004.

de Saint Exupéry A., Il piccolo Principe, Bompiani, Milano, 1984.

de Saint-Exupéry A., 2008, Lettere a una sconosciuta, Bompiani, Milano, 2009.

Karelli Z., 1955, La nave, in Dalmàti Margherita, Lirici greci contemporanei, Scheiviller, Milano, 1965

Kristeva J., 2001, Il rischio del pensare, Il melangolo, Genova, 2006.

Francesconi M., 2005, Il gelo nel midollo dell’albero. Iperdotazione di distruttività e movimenti planetari della paura, Hope, n° 6 , dicembre 2005.

Francesconi M., 2014, “La mente, mente?  Bugia e verità in cerca di un pensatore, relazione letta il 21 marzo 2014, ODM, Convegno di Neuroetica, Viterbo.

Freud S.,1925 , Inibizione,sintomo e angoscia, O.S.F., vol. 10

Preta L., 1993, a cura di, La passione del conoscere, Laterza, Roma-Bari.

Ritsos G., 1969, La parola, in Pietre Ripetizioni Sbarre, Poesie 1968-1969, Feltrinelli, Milano, 1978.

Scotto di Fasano D., 2007, Mentalizzare l’esperienza oltre l’ovvio dell’evidente. Ovvero, crescere come professionisti, come genitori, come formatori, con al., in  Cresti L., Nissim S., 2007, a cura di, Percorsi di crescita: dagli occhi alla mente, Borla, Roma.

Winnicott D.W., The fear of breakdown, Intern. Rev. of Psychoanal., 1, 1974

TENNYSON, In Memoriam, LIII e V, in Tustin F., cit.

Vedi anche: