MAdRE. Sophie Calle

MAdRE. Sophie Calle. 11 Ottobre 2014 – 15 Febbraio 2015, Castello di Rivoli, Torino.

Le parole Madre e Mare si intrecciano nel titolo dell’intensa e poetica mostra dell’artista francese Sophie Calle, ospitata nella suggestiva cornice del Castello di Rivoli. Si tratta di una narrazione emozionale sulla vita e sulla morte, un racconto di memorie e affetti sulla presenza e sull’assenza – e sull’arte come modo di presentificare l’assenza.
mare 2_1Mére e Mer. In francese, l’assonanza fonetica tra i due termini evoca con maggiore immediatezza dell’italiano l’associazione simbolica tra le due sorgenti di vita, entrambe dotate di un potere immenso e magnifico, suscitatrici di esperienze emotive forti e contrastanti, in quanto sia la madre che il mare possono accogliere e sostenere, inabissare e distruggere. Sophie-Calle-mare1 1
Due sono anche i corpus di lavori apparentemente distinti – Rachel, Monique e Voir la mer – sui cui l’artista sta lavorando da diversi anni e che vanno ad incrociarsi nel percorso espositivo di questa mostra.

Il primo ha per oggetto l’esperienza della morte della madre dell’artista, il secondo l’esperienza di chi vede per la prima volta il mare. I due temi si congiungono visivamente in una foto della  madre giovane e sorridente tra spruzzi di schiuma marina, ma tra le due serie di lavori a mio avviso c’è anche un più profondo collegamento, come dirò in seguito.

Rachel, Monique nasce dalla ripresa in video della morte della madre nel 2006, video poi esposto nella Biennale di Venezia del 2007 a cui negli anni, in una sorta di work in progress, si sono aggiunti oggetti significativi, foto di famiglia, diari, registrazioni audio e video, istallazioni, testi scritti e didascalie, il tutto a comporre un lavoro in cui il registro verbale e quello visivo si intrecciano continuamente, mescolando commozione e affettuosa ironia. Nelle varie stanza si dispiega un percorso di ricordi e di affetti, una narrazione emozionale in cui viene trasformata in lavoro artistico di grande tensione estetica quell’esperienza comune a chiunque si trovi ad affrontare il doloroso “lavoro del lutto” per la perdita di una persona cara: il riandare alle sue fotografie, ai suoi oggetti di affezione, compiere piccoli gesti o azioni che si dedicano mentalmente a chi non c’è più, in una sorta di privato rituale di ricongiungimento e di elaborazione dell’assenza.

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Monique – questo è il nome della madre di Sophie Calle – per una figlia deve essere stata una madre impegnativa. L’idea che me ne sono fatta è di una donna dalla personalità forte e accentratrice, colta e ironica, che amava stupire, orgogliosa della propria bellezza e che fino all’ultimo non rinuncia a certi vezzi femminili: “… per andare con i piedi in ordine: / l’ultimo pedicure. / Ha organizzato le esequie: / l’ultima festa. / Ultimi preparativi: ha scelto il vestito per il funerale /- blu scuro con dei motivi bianchi-, / una fotografia in cui fa una smorfia da mettere sulla lapide/ e l’epitaffio: Mi sto già annoiando!/ …”.souci porte
Imbattendoci nel pannello con l’immagine della lapide, ci strappa un sorriso scoprire che Monique ha voluto che vi fosse impressa solo la data di morte – l’età di una signora non si deve sapere! La foto della bara a grandezza naturale, collocata al centro di un’altra stanza, fa parte di un’istallazione da cui apprendiamo quali cose Monique ha portato con sé: qualche piccola mucca di peluche perché le collezionava, una sciarpa di Lacroix perché era vanitosa, Marlboro e fiammiferi perché fumava, foto dei figli, dell’uomo della sua vita e di alcuni amanti perché li amava, il primo volume della Recherche perché ne recitava a memoria la prima pagina, e poi, e poi …

Il video che fu presentato a Venezia è proiettato in una stanzetta angusta, quasi una piccola cappella avvolta da un religioso silenzio, dove impressionati e commossi assistiamo agli ultimi istanti di vita di Monique. “Mia madre amava essere oggetto di discussione. La sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava. Quando collocai la mia macchia fotografica ai piedi del suo letto di morte – volevo essere presente per udire le sue ultime parole ed ero intimorita che potesse morire in mia assenza – lei esclamò: «Finalmente»”. Le ultime parole sono state «Ne vous faites pas de soucis» (Non preoccupatevi), e proprio l’ultima parola – souci – torna visivamente in tutte le stanze, scritta in vari modi su quadri e pannelli, ricamata sulle bianche tende di pizzo che fluttuano nei passaggi tra i diversi ambienti.

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C’è una sola tenda di pizzo nero: è quella che introduce ad uno spazio dove tra altri oggetti è esposto anche un pannello con queste parole: “Il 27 Dicembre 1986 mia madre aveva scritto nel suo diario: «Oggi mia madre è morta». / Il 15 Marzo 2006 scrivevo a mia volta: «Oggi mia madre è morta». / Di me non lo dirà nessuno./ Fine.” Qui è la propria morte che Sophie Calle sta prefigurando, ed è come se questo fosse il punto finale definitivo di una storia di memorie ed affetti, quello in cui si interromperà la catena intergenerazionale da cui lei proviene, la catena di madri generatrici della vita che a loro sopravvivrà: per Sophie Calle, donna che non è stata madre, non ci sarà nessuno a prolungarne l’esistenza attraverso il legame della nostalgia e del ricordo.

souci lapide

Poi c’è la serie Voir la mer , una istallazione video di sei grandi schermi messi un po’ sfalsati in un’ampia sala. Calle ha trovato in Turchia delle persone che non avevano mai visto il mare; le ha portate sulla spiaggia chiedendo loro di aprire gli occhi solo quando erano davanti alla distesa d’acqua; le ha riprese di spalle e poi ha chiesto loro di voltarsi, per filmare il loro volto dopo che per la prima volta la visione di quella immensità era entrata nei loro occhi. Meraviglia, stupore, sgomento, timore reverenziale, commozione, gioia.

Cosa ha cercato Sophie Calle in quegli sguardi? Direi che ha voluto filmare l’impatto emozionale del primo incontro con un “oggetto” che sommerge con la sua presenza. Ho pensato a cosa scrive Meltzer sul “conflitto estetico” in Amore e Timore della Bellezza, là dove si richiama alle forti sensazioni sperimentate dai neonati nei primi istanti di vita, immersi in uno sconosciuto universo di suoni forme colori. Il loro primo contatto sensoriale ed emotivo con il mondo esterno e con il primo oggetto che la rappresenta, la madre. La loro prima esperienza della sconvolgente e magnifica bellezza del mondo.

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