Da Magritte a Duchamp. Pisa, 11 Ottobre 2018 – 17 Febbraio 2019. Recensione di M.G. Vassallo

DA MAGRITTE A DUCHAMP. 1929: il grande surrealismo dal Centre Pompidou

11 Ottobre 2018 – 17 Febbraio 2019, Palazzo Blu, Pisa.

Recensione di Maria Grazia Vassallo Torrigiani

La locandina della mostra ci cattura con un’immagine sconcertante ed enigmatica: sullo sfondo di azzurri di mare e di cielo, solo in minima parte occultati da una striscia di parete rosata che da un lato restringe lievemente l’orizzonte, immobili come un’apparizione e in un nitore di tratti e di colore si stagliano due figure – in realtà, a ben vedere, la doppia ed inquietante immagine di uno stesso volto. L’uno è infatti solo una porzione di volto dallo sguardo fisso, che appare come accuratamente ritagliata dal busto dell’altra figura e collocata lateralmente; la figura accanto, priva di questa parte, lascia intravedere un interno oscuro e cavo, solcato da forme cilindriche e sferiche come ingranaggi metallici. Cosa ci vuole suggerire questa dialettica straniante tra interno ed esterno, tra realtà e rappresentazione:  gli umani sono come marionette macchiniche mosse da ingranaggi interni, la maschera strappata rivela una verità inimmaginabile, l’apparenza della realtà è ingannevole e nasconde un suo doppio oscuro?  . ‘La double secret’  è  il titolo di questo lavoro di Magritte, e in mostra sarà possibile ammirare anche il suo celebre dipinto  ‘Le modèle rouge’, un paio di scarpe-piedi che potrebbero provenire da un incubo mostruoso, da una perturbante metamorfosi in cui il rosso bruno delle due forme appaiate  pare  minaccia di qualcosa di crudele e perverso.

Non è tuttavia una mostra su Magritte  quella in corso a Palazzo Blu di Pisa fino al 17 Febbraio, e neppure su Duchamp, di cui è esposto uno dei più famosi e provocatori  ready- made: ‘L.H. O.O.Q. ‘. Duchamp è un po’ il padre di tanta arte contemporanea, nella misura in cui fu lui ad introdurre l’idea che l’arte si fa con tutto, anche con oggetti che si incontrano nella quotidianità, in quanto ciò che conta non è la resa estetica o la bellezza  bensì il gesto creativo con cui l’artista interviene su un oggetto in cui si imbatte. Per questa sua opera, Duchamp  partì da una riproduzione fotografica della Gioconda su cui dipinse baffi e pizzetto, con una operazione dissacrante di stampo dadaista nei confronti della tradizione artistica e, per esteso, nei confronti di tutti i valori considerati culturalmente sacri ed  intoccabili; un gesto provocatorio  per ‘èpater le bourgeois’ –  intento comune a molte avanguardie  artistiche del ‘900, che intendevano smascherare  l’ ipocrisia della società di inizio secolo . Per inciso, lo sberleffo all’icona leonardesca si incarna anche nel malizioso gioco di parole del titolo, in cui le lettere pronunciate in francese vanno a formare la frase ‘lei ha il culo caldo’  ossia, in gergo, è una donna in calore, una donna facile.

Onirismo, immagini perturbanti, immaginazione senza freni, enigmatica oscurità della realtà interna, sessualità che si rivela scandalosamente in un gioco di parole, cosa vi viene in mente? Certo, sa proprio di psicoanalisi…! E’ infatti da questa prospettiva  – per esplicita sollecitazione del suo fondatore Andre Breton – che va avvicinato il Movimento Surrealista, di cui la mostra pisana offre una esauriente sintesi. In un percorso espositivo che mette insieme Picasso, Mirò, Ernst, Man Ray, Calder, Giacometti, oltre a Magritte e Duchamp e tanti altri, troverete circa 150 tra foto, sculture, dipinti e disegni provenienti dalla collezione permanente del Centro Pompidou di Parigi ; alcuni lavori, ‘vietati ai minori’, sono raccolti in una piccola saletta, e vi è un’altra sala dove vengono proiettati brevi video illustrativi delle più eminenti personalità del movimento. Tutte le opere esposte sono state prodotte intorno al ’29, anno scelto dai curatori per una serie di motivi che possono riferirsi vuoi all’anno della rovinosa crisi di Wall Street, o a quello in cui Dalì giunse a Parigi, o ancora all’anno del Secondo Manifesto Surrealista, quando il tirannico fondatore impose una svolta teorica che allineava il movimento al Partito Comunista francese, suscitando disaccordi e contrasti anche vivaci tra i disparati membri del gruppo.

 

Breton, psichiatra di formazione, nel Primo Manifesto Surrealista del ’24, aveva sostenuto un’idea di creazione artistica che valorizzava l’’irrazionale’, inteso come emergere incontrollato dell’inconscio le cui energie – in base al principio dell’’automatismo psichico’-  andavano liberate attraverso l’immaginazione sciolta da ogni condizionamento razionale, estetico o morale. Breton, nel Primo Manifesto, rendeva omaggio a Freud e alle sue scoperte, benchè  il padre della psicoanalisi si sia tenuto sempre a debita distanza da questo gruppo di artisti in odore di scandalo . Freud, un rispettabile professore della buona borghesia viennese, non desiderava essere confuso con loro e si batteva per dare dignità di scienza alla sua nuova disciplina: per lui, sogni e libere associazioni rappresentavano la via per accedere a quell’inconscio ove si radicava la sofferenza che tormentava la vita dei suoi pazienti, mentre i surrealisti sostanzialmente s esaltavano  questa dimensione dell’esperienza come spazio di libertà assoluta, privo di alcun vincolo, da opporre come pratica artistica ed anche esistenziale alle limitazioni ipocrite e ai valori costrittivi della società. Nonostante i vari tentativi di coinvolgerlo, una lettera di Freud a Breton apparsa sulla rivista Rèvolution  Surrèaliste  esprime chiaramente una netta estraneità : “ Benchè io riceva tante testimonianze dell’interesse che Voi e i Vostri amici portate alle mie ricerche, io stesso non sono capace di spiegarmi cosa sia e cosa voglia il Surrealismo”.

Emblematica di questa relazione intensa ma a senso unico tra i surrealisti e Freud è l’ammirazione  incondizionata che Dalì nutriva per il padre della psicoanalisi, sostanziata anche da diversi viaggi a Vienna con l’intento di presentarsi  al venerato maestro ma senza mai riuscire a realizzare il suo sogno. Alla fine, subito dopo l’arrivo di Freud a Londra in fuga dalle persecuzioni naziste nel 1938 – Freud morirà devastato dal cancro alla mascella solo un anno dopo-  ci sarà il primo e unico incontro, grazie agli auspici dello scrittore austriaco Stefan Zweig, che fu presente  insieme al collezionista Edward Jones. Dalì , che all’epoca era stato espulso dal Movimento Surrealista, aveva portato con sé  ‘La metamorfosi di Narciso’ , un dipinto da poco realizzato  e in cui aveva adottato il metodo ‘paranoico-critico’ – una sua elaborazione concettuale del proprio processo creativo; la sua speranza era di poter discutere con Freud su questo concetto e su quello di narcisismo, ma poiché Dalì non parlava né tedesco né inglese non una parola fu scambiata tra i due . Dalì abbozzò un ritratto a matita di Freud che tuttavia non gli mostrò ,e a sua volta Freud per tutto l’incontro fissò l’artista intensamente e in silenzio, commentando poi in tedesco con Zweig : “ Questo ragazzo è proprio un fanatico. Ora capisco perché in Spagna c’è la guerra civile…se è popolata da individui del genere!”. Successivamente  però, in una lettera a Zweig, si espresse in maniera diversa: “…finora ero incline a considerare i surrealisti, che a quanto pare mi hanno eletto a loro patrono, pazzi completi ( diciamo al 95 per cento, come per l’alcol). Il giovane spagnolo, con i suoi occhi innocenti e fanatici e la sua innegabile maestria tecnica, mi ha indotto ad un’altra valutazione. Sarebbe in effetti assai interessante esaminare da un punto di vista analitico l’origine di quell’immagine.”

Al di là di ciò che ne pensasse Freud, è indubbio che l’arte surrealista  sia una delle più esplicite testimonianze di quanto la psicoanalisi e la sua visione dell’uomo e della realtà abbiano segnato la cultura del ‘900, offrendo nuova linfa ad una molteplicità di aree espressive e del sapere. Gli artisti che gravitarono intorno al Movimento Surrealista utilizzarono la psicoanalisi  come fonte di spirazione per esplorare quella realtà ignota dell’esperienza umana che la teoria freudiana era andata disvelando, quella ‘surrealtà’ che trovava formulazione nei concetti di inconscio, sogno, sessualità,  pulsioni.  In molti casi, non si trattava solo di orientare la propria ricerca artistica nella direzione di mettere in immagini l’onirico o il pulsionale inconscio –  in termini di nuovi contenuti da rappresentare –   vuoi creando immagini con accostamenti inconsueti e bizzarri di oggetti, vuoi rappresentandoli  attraversati da metamorfosi e deformazioni che li rendono  estranei e perturbanti,  provocando negli spettatori un disorientamento per  l’ oscurità o l’apparente mancanza di senso di ciò con cui vengono confrontati.  Molti surrealisti cercarono anche di individuare e utilizzare coscientemente tecniche di creazione dell’opera che non fossero a loro volta mediate dall’intenzionalità cosciente ( come avviene nelle associazioni libere in psicoanalisi), ritenendo che con queste strategie si potesse entrare in contatto con l’inconscio e farlo esprimere in presa diretta, in una sorta di trascrizione immediata. Da qui le tecniche di ‘scrittura automatica’, o quelle  dei  ‘cadavre exquis’ ( cadaveri eccellenti) –  testi o immagini creati in gruppo, alternandosi nella composizione  senza però poter vedere ciò che l’altro ha realizzato, elaborando il proprio  contributo a partire solo dalla suggestione dell’ultima parola o degli ultimi tratti del disegno che si fa circolare nel gruppo; vi erano poi le tecniche del collage, del frottage, del grattage e altre ancora – molto utilizzate per esempio da Max Ernst, del quale ho presentato una mostra tempo fa al link che aggiungo in fondo – con le quali si intendeva  valorizzare proprio l’enigmatica casualità delle forme o delle immagini che ne risultavano. Dalì, che intendeva mettere in immagini la dimensione onirica creando “fotografie dei sogni dipinte a mano”,  con il concetto di metodo ‘paranoico-critico’   indicava l’attitudine a liberare l’ immaginazione  accogliendo visioni ed immagini che la mente produce in seguito ad uno stimolo casuale, elaborando poi  con una attitudine critica razionale le immagini che si impongono : ossia lasciarsi andare ad una sorta di delirio associativo- immaginativo, poi interpretarlo razionalmente individuando un senso e dandovi rappresentazione ( potremmo quasi dire prima la reverie e l’evocazione, poi la comprensione e la messa in forma?).

E adesso  l’invito a ciascuno di voi  a visitare la mostra, e a  confrontarsi con le proprie visioni.

 

 

Vedi anche: