Marlene Dumas, “The Image as Burden”

the painter31 Maggio – 6 Settembre 2015, Fondazione Beyler, Basilea.

“The Image as Burden” (l’immagine come  peso/fardello) è il titolo della retrospettiva che la Fondazione Beyler ha dedicato a Marlene Dumas, una delle più famose artiste sudafricane contemporanea insieme a William Kentridge. Nata nel 1953, bianca e donna in un paese allora dominato da un rigido apartheid dove colore della pelle e tratti somatici segnavano pesantemente l’esistenza, si trasferì giovanissima ad Amsterdam nel pieno fiorire della cultura giovanile e alternativa, imponendosi  nella prima metà degli anni ’80 con una serie di dipinti e disegni che avevano come soggetto il corpo umano. Da allora, sostanzialmente Dumas ha continuato a confrontarsi con lo stesso soggetto – corpi volti occhi gesti – esplorando temi quali l’identità, la sessualità, l’amore, il dolore, la morte, intrecciandoli a temi di attualità o di denuncia politico-sociale e a rimandi alla cultura di massa e la storia dell’arte.

I suoi lavori sfidano e provocano lo spettatore intellettualmente ed emotivamente, sono pugni nello stomaco, a volte osceni nella loro brutalità e crudezza. L’estetica della Dumas sceglie un tratto disturbante e fortemente espressivo, i colori sono freddi, a volte di una lucidità liquida che ha la qualità dell’acquerello. Dumas si pone di fronte al lavoro creativo dell’arte utilizzando una strategia duplice: da un lato distacco, dall’altro intensità partecipativa. Non dipinge direttamente dal vivo, ma trae ispirazione dal suo ricchissimo archivio di immagini: foto scattate personalmente o collezionate, ritagli di giornali, riproduzioni di opere famose, fotogrammi cinematografici. Dall’immagine di partenza prende il via il processo pittorico, che va ad infondere un significato nuovo e personale a quella rappresentazione già data.

“… There is the image (source photography) you start with and the image (the painted image) you end up with, and they are not the same. I want to give more attention to what the painting does to the image, not only to what the image does to the painting”. [“… c’è l’immagine (la fonte fotografica) da cui si parte e l’immagine (immagine dipinta) con cui si finisce, e non sono la stessa. Io volevo fare più attenzione a ciò che l’atto del dipingere fa all’immagine, non solo a ciò che l’immagine fa alla pittura”]. In questa affermazione, mi sembra possa cogliersi la consapevolezza del valore e della potenza delle trasformazioni che si mettono in gioco nel processo di messa in forma di uno stimolo visivo iniziale, che implica un’assunzione dell’esistente e un suo attraversamento per riconfigurarlo in nuovi assetti emotivi, aprendolo a connessioni precedentemente non còlte, non pensate. Ad uno psicoanalista viene in mente un famoso brano di Bion, e comunque il risultato delle trasformazioni può essere il più vario, relativamente alle operazioni mentali inconsce attivate. E che il processo creativo dell’arte chiami in causa anche il contatto con l’ignoto che è in noi, mi sembra ben espresso da questa frase di Marlene Dumas: “Art is not a Mirror. Art is a translation of that which we do not know”. [“L’Arte non è uno Specchio. L’Arte è la traduzione di ciò che non conosciamo”].

Forse, nell’espressione “l’immagine come fardello”, echeggia il peso della responsabilità che dobbiamo assumerci nei confronti dell’immagine. L’immagine ci “riguarda” – ha detto Didi Huberman – non solo è come se si rivolgesse a noi  ponendoci un’interrogazione con il suo darsi, ma parla anche di noi stessi. E tuttavia il “peso” è anche quello dei significati e delle interpretazioni già note che gravano su di essa, che fanno da ostacolo alla possibilità di riesperirla creativamente. Peraltro “The Image as Burden” è anche il titolo di un lavoro della Dumas del 1993, in cui una figura ne porta in braccio un’altra. Vari sono i riferimenti e le interpretazioni che gravano, si condensano e ispirano questa immagine: il motivo classico della Pietà, il fotogramma di un film di Cukor in cui Robert Taylor porta tra le braccia il corpo di Greta garbo, il tema di un corpo inerme e arreso alla seduzione che rimanda alla fragilità femminile, e che va ad intrecciarsi al tema del dolore, della morte, del sacrificio, o della salvezza…

E il “peso” forse è anche quello del corpo, e del corpo femminile in primis, con tutto il suo carico di dolore, violenza, mortificazioni subite – o il corpo delle persone di colore, o degli omosessuali, o delle spogliarelliste, o di chi si oppone all’oppressione, o dei bambini, o in assoluto il corpo dell’essere umano in generale, quel corpo in cui si inscrive per ciascuno l’esperienza del vivere. Come dicevo precedentemente, non c’è né decorativismo né sentimentalismo nei suoi dipinti. Mi hanno particolarmente colpita e turbata i lavori “First people”, quattro grandi tele (180×90) in verticale che con colori crudi ritraggono quattro neonati nella loro pura fisicità di animaletti umani dalla pelle grinzosa, esserini quasi ripugnanti osservati con occhio da entomologo, privo di qualsiasi tenerezza. E anche  il dipinto a olio della bambina nuda, con il corpo con macchie di colore come se si fosse sporcata dipingendo – le mani sono imbrattate di tinta, una blu l’altra rossa, ma potrebbe essere anche sangue … Lo sguardo della bambina è terribile: corrucciato, sinistro, crudele. Il soggetto ritratto è la figlia di Marlene Dumas, e il titolo del quadro è “The Painter” (la pittrice). È anche un ritratto di se stessa? In questi bambini si mette in scena un’infanzia non idealizzata, inerme nella fragilità e nudità dei corpi ma con qualcosa di estremamente perturbante e minaccioso che da loro promana. Viene da chiedersi: che cosa hanno fatto a quella bambina? quali disumane visioni abitano la sua mente e passano attraverso i suoi occhi? Non lo sapremo mai.  Dumas, con beffarda ironia, ci liquida così: “No, no sono tutti autoritratti. No, non è sempre mia figlia. No, ho avuto un’infanzia felice. No, non sono mai stata in terapia. No, non sono mai andata a letto con i direttori dei musei. Sì, trovo che la compassione sia la cosa più difficile e non facilmente compatibile con la creatività. Sì, trovo me stessa il miglior esempio del male”.

Cliccando questo link, vi troverete a visitare la mostra nel giorno dell’inaugurazione:

https://www.youtube.com/watch?v=Fs6EnDWfrt4

Per ulteriori letture in SPIweb:

  • sul corpo nell’arte:

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6118:orlan-zoom-baroque-plis-et-deplis&catid=323&Itemid=904

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5943:la-toilette-naissance-de-l-intime&catid=323&Itemid=904

  • su creatività artistica tra distacco e partecipazione:

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6013:the-erratics&catid=323&Itemid=904

  • su un altro artista sudafricano,  William Kentridge:

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2743:william-kentridge-vertical-thinking&catid=323&Itemid=904