Memorie del futuro. Una mostra al MACRO: ” Roma Pop City 60-67″. A cura di Olimpia Sartorelli

Renato Mambor, Colosseo e farfalla, 1966
Roma Pop City 60-67, MACRO, Museo d’Arte Contemporanea, Roma, 13/07/2016- 27/11/2016.

R. Mambor, Colosseo e farfalla, 1966.Se avessero chiesto a Mario Schifano della “Scuola di Piazza del Popolo”, quel gruppo di giovani pittori, di cui lui stesso faceva parte, che nell’Italia del dopoguerra costituirono a Roma l’ultima avanguardia artistica italiana, egli avrebbe probabilmente  risposto: “Quale scuola? Ma non scherziamo!”. La probabile battuta dissacrante ben sottolinea il carattere profondamente spontaneo, sperimentale, di libero scambio di idee, discussioni e visioni sull’arte, così lontano dall’idea di “scuola”, che animò quegli artisti che amavano ritrovarsi nei primi anni ’60 al caffè Rosati di Piazza del Popolo, mentre con un certo tormento interiore tentavano di realizzare un’arte che parlasse del loro tempo. A quegli artisti, ormai assunti nella storia dell’arte e massimamente quotati dal mercato, è dedicata la mostra al MACRO dal titolo: Roma Pop City 60-67.

Diversi per indole, poetiche, scelte stilistiche e materiche, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Mario Ceroli, Renato Mambor, solo per citare i nomi più noti, diedero vita a un’arte contemporanea profondamente italiana e unica nel suo genere, spesso assimilata troppo frettolosamente all’arte Pop americana a loro contemporanea. La mostra al MACRO, pur rievocando nel titolo il clima pop al di là dell’Atlantico, ha il merito di mostrare questa unicità raccogliendo in poco più di due sale dipinti, sculture, video che testimoniano la cifra italiana  di immagini e forme di cultura contemporanea.

L’interesse della raccolta è ancor più significativo considerando quanto spesso l’arte italiana sia nell’immaginario collettivo più comunemente associata a un passato glorioso, piuttosto che a un presente in divenire. Nell’opera degli artisti di Piazza del Popolo invece il divenire, come ritmo del presente e prefigurazione del futuro è al centro della creazione artistica. Durante i primi anni ’60, come ricordano Andy Warhol e Francis Bacon, Roma divenne rapidamente, grazie al fermento artistico che l’animava, quel che Parigi era stata in Europa per l’arte del secolo trascorso. Ciò che si stava realizzando nella capitale di un paese che stava mutando volto e correndo verso la modernità, grazie alla ricchezza diffusa e alla comunicazione di massa, erano forme di espressione artistica in grado di visualizzare il futuro attraverso la rielaborazione visiva di memorie del passato, contaminate dalle nuove tecnologie del presente.

La ricerca comincia da una tabula rasa, dalla necessità di fare un vuoto, uno spazio di attesa in cui poi potranno sorgere nuove figure. I Monocromi (Mario Schifano, 1960-1963) della prima sala, campi di colore uniforme, per lo più neri, costituiscono così quasi dei presupposti a ciò che si mostrerà nelle sale successive. Un ritorno all’essenziale, all’origine, continua nella scelta dell’impiego del legno, che Mario Ceroli utilizza per creare le sue sculture, a partire da Adamo e Eva (Ceroli, 1964), punto zero della storia anche nella scelta del soggetto.

Nella sala seguente sempre il legno di Ceroli con poesia e gioco duplica quasi all’infinito la Venere del Botticelli (Ceroli, Goldfinger Miss, 1964), memoria dell’antico, rinata nella serialita’ della produzione industriale. Accanto ad essa compaiono altre memorie di donne illustri, accese dai colori acrilici. Tanto Festa rievoca l’Aurora di Michelangelo (L’Aurora, 1966) in un primo piano giallo e blu, mentre accanto a lui Giosetta Fioroni ripropone le cortigiane del Carpaccio, come se riemergessero da un flusso di carte colorate, pois e righe (Le Cortigiane da Carpaccio, 1966).  Nella parete accanto Mario Schifano omaggia Balla con ripetuta “gratitudine!”, scritta più volte in calce all’immagine, nella foto storica dei futuristi, ricreata in collage tra silhouette nere e vapori di colore giallo, rosso e blu (Schifano, Futurismo rivisitato – Balla, 1965-1966).

Non si tratta di sterile citazionismo ma di dichiarazioni di identità attraverso memorie vivificate da un linguaggio del presente. Il carattere di gioco poetico irriverente, assume toni quasi onirici nelle tele di Renato Mambor che seguono. Qui rivivono nella forma le città deserte di De Chirico, mentre Roma viene celebrata nel contenuto. Un’enorme zebra verde accanto a un Colosseo acqueo e poi lo stesso Colosseo arancio e nitido proporzionato a un’esile farfalla ocra, sono le trasformazioni dell’oggi di una memoria di ieri (Mambor, Zebra e Colosseo, 1965; Colosseo e Farfalla, 1966) Poi le amicizie artistiche e di vita, come una cosa sola, il vissuto personale dell’artista, come materia prima della sua creazione, in pieno spirito ‘900, compaiono nelle opere di Tano Festa tra scultura e dipinto. L’omaggio agli amici, i cui nomi sono scritti con lettere da grafica industriale tra nuvole bianche su di un cielo blu (Festa, Gli Amici del Cuore, 1967) e il ricordo della morte tragica di un fratello, anche lui immaginato, come gli amici, “in avanti”, verso un altrove futuro, visualizzato come cornice nera aperta, attraversata da un rettangolo di cielo, di nuovo blu con nuvole, di nuovo bianche (Festa, Monumento ad un Poeta morto, 1969).

Il vortice di suggestioni si complica e stratifica, nell’archeologia dei manifesti grattati di Rotella (Vorticoso, 1961) che richiamano i muri carichi di immagini delle città dell’oggi, anticipando per contrasto un ritorno al rapporto uomo – natura (altro tema elettivo della cultura artistica italiana dal Rinascimento in avanti) rievocato nella sala successiva. Ecco allora comparire il chiaro di luna, metà naturale, metà sorriso smagliante di Claudio Cintoli (Il Sorriso della Mezzaluna, half moon smile, 1963) o gli alberi sintetici delle foreste di Gino Marotta, di un verde più vero del vero (Marotta, Bosco naturale-artificiale, 1967 e Albero artificiale, 1965). E infine compare la politica, coi suoi fantasmi recenti e le sue speranze rivoluzionarie. Il ricordo del nazismo ne La Bestia di Franco Angeli (1963), aquila spettrale che si intravede su fondo nero, si alterna alle albe rosse del futuro (Schifano, Compagni, compagni , 1968; Angeli, Abbraccio eterno, 1968). Ma più dell’ideologia può il gioco, le relazioni personali e il vissuto emotivo dell’artista. Schifano dedica i Compagni all’amico Moravia, precisando tra i colori : “dedicato al quinto anniversario della nostra amicizia ed al tuo

sessantunesimo anniversario dalla nascita…”, mentre Angeli immagina la bandiera rossa come riparo di un abbraccio appassionato. Di fronte al turbinio di forme, colori, grafiche e video sembra inutile chiedersi, come si faceva nel ‘500 Italiano di Vasari, se abbiano ragione i Fiorentini, cultori del predominio della linea sul colore o i Veneziani che, all’inverso, prediligevano il colore al disegnato sfumando i contorni. Ormai appare chiaro come nell’ottica contemporanea linea e colore, cultura e natura, siano un tutt’uno. Come emerge con altrettanta chiarezza in quest’arte del presente quanto, nel privilegio dato dalla cultura italiana all’immagine, natura (umana e non) e cultura siano interconnesse nell’esperienza soggettiva. Se cerchiamo lo stesso nella Pop art angloamericana, non lo troveremo, come non lo troveremo nel resto dell’arte europea di quegli anni, troveremo altro. Il viaggio breve ma ricco in cui la mostra ci conduce ci parla di un futuro, per noi già passato, che resta però intensa testimonianza di come, anche un’eredità culturale ingombrante, spesso scaduta in immobilismo, possa trasformarsi con levità in immagine presente, rivolta a un futuro vivo che sia intimamente il nostro.

 

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