Mostra di Nidaa Badwan. Messina 7/9 ottobre 2017. Recensione di Donatella Lisciotto

Nidaa Badwan : “100 giorni di solitudine”

7-9 ottobre 2017 , Orto Botanico Pietro Castelli, Messina

“100 giorni di solitudine” è il titolo della mostra fotografica con cui Nidaa sta girando il mondo. “Trasformazioni: la storia di Nidaa Batwan ” è il titolo dell’evento che accoglie questa mostra a Messina , scelto per sottolineare come dalla condizione di sofferenza psicologica, attraverso una sana elaborazione del lutto, si può avviare una “trasformazione” che prende forma in atto creativo. L’evento è stato organizzato dal Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala di Messina, da sempre sensibile alla promozione della conoscenza , e dal Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Messina, attento alle risorse del femminile, con la collaborazione dell’Orto Botanico Pietro Castelli che lo ha ospitato.

Nidaa Badwan è una giovane artista palestinese che ha voluto testimoniare con le sue opere l’isolamento e la mancanza di libertà che caratterizzano la quotidianità del suo popolo.

L’ha fatto attraverso una serie di scatti fotografici realizzati nella sua stanza di nove metri quadrati e una sola finestra, durante una reclusione volontaria di 20 mesi che Nidaa ha voluto imporsi come protesta in seguito all’aggressione subita da alcuni miliziani di Hamas che le contestavano il mancato uso del velo.

La storia di Nidaa Badwan colpisce per il coraggio e la determinazione, la capacità di indignarsi e la volontà di difendere le proprie idee; valori ormai desueti nella società attuale.

Colpisce anche per la capacità di trasformare il dolore in atto creativo, e diventare comunicazione, passaggio di valori, spinta, esempio.

Per questi motivi è sembrato imprescindibile, oltre  all’ esposizione delle opere, parlare con l’artista, conoscere i dettagli della sua storia, quali spinte interne l’hanno aiutata ad andare avanti, a superare l’offesa subita e lo stato di prostrazione trasformandolo in  produzione creativa, e soprattutto divulgare questo esempio.
Uno dei momenti più significativi della manifestazione è stato dunque l’intervista con l’artista che ho avuto la possibilità di realizzare nell’aula magna dell’Orto Botanico letteralmente gremita di persone.

E così, un sabato mattina piovoso, tanto piovoso che avrebbe scoraggiato  qualsiasi bella passeggiata si sono radunate per incontrare la giovane artista. Molti i giovani, studenti universitari, ma anche professionisti e impiegati, amatori della fotografia e artisti, l’assessore alle politiche giovanili e gli operai dell’Orto, mamme con bambini.

Parlare con Nidaa non è facile. E’ molto emozionata e ancora abbastanza turbata da quello che le è accaduto. E’ il marito, Francesco Mazzarini,  che con garbo e delicatezza, seduto accanto a lei, inizia a raccontare le vicissitudini di Nidaa.

Lei non parla volentieri della sua storia, piuttosto si ravviva quando le chiedo dei suoi progetti. Si comprende facilmente che si tratta di un’artista a tutto tondo che vuole essere riconosciuta per la sua arte piuttosto che per i condizionamenti politici del suo popolo.

Con la giusta atmosfera, a poco a poco riuscirà a dire che i primi tre mesi di reclusione sono stati molto dolorosi e accompagnati da pensieri suicidari, poi, come d’improvviso, la svolta.

Un giorno la madre entra nella sua piccola stanza con un cesto di cipolle e le chiede di aiutarla a sbucciarle. Da quel momento inizia il cambiamento.

Il cesto di cipolle e la sua immagine che “piange” nell’atto di sbucciarle sono  il primo scatto fotografico dell’artista. Seguiranno altre foto, realizzate sempre all’interno della sua stanzetta mentre compie gesti quotidiani (bere il caffè,  scrivere a macchina, cucire, ecc) .

Una tra le più interessanti ritrae Nidaa che imbraccia uno strumento musicale mentre zittisce col gesto dell’indice poggiato sul labbro un gallo nero, simbolo di un maschile prepotente e becero.

Questa foto verrà messa all’asta per realizzare un atelier per Nidaa, stavolta più grande dei suoi “9 metri” dove  poter dipingere, realizzare work shoop, sperimentare.

Le sue foto sono autoscatti, realizzati con l’attenzione per la luce e i colori, le ombre, le sfumature.

Nidaa racconta che si svegliava anche alle 4 del mattino per “incontrare” la giusta luminosità, e se non era soddisfatta, aspettava, anche giorni e giorni, finche avesse “trovato quello che cercava”, quello che serviva, la giusta luce.

Non cè bisogno, in questa sede, di aggiungere alcuna interpretazione, sarebbe troppo ovvia. Non si può non pensare però ai dettagli, e alla loro preziosità,  informazioni di sé introvabili e irrintracciabili altrimenti,  così importanti, così illuminanti, utili alla consapevolezza per indirizzare un possibile nonché auspicabile cambiamento.

Come tanti artisti anche Nidaa si mostra incuriosita dalle interpretazioni che  vengono fatte sulle sue opere; mentre lei dice con molta semplicità “Io volevo solo parlare di quello che stava succedendo nella mi vita”.

La Badwan afferma forse un po’ sdrammatizzando, di aver voluto solo immortalare  le sue giornate senza, apparentemente, voler comunicare alcun significato; ma si sa che l’inconscio è competente: nelle immagini scattate da Nidaa Badwan viene fuori con una potenza straordinaria,  il simbolismo che solo il linguaggio profondo può esprimere.

E’  la riprova, qualora ce ne fosse bisogno, della potenza di questo straordinario  serbatoio dove si conserva, si ricicla, si reinventa.

Non c’è luogo più comunicativo dell’inconscio.

Della possibilità di riscattare il patrimonio interno Nidaa sintetizza: “ Ognuno di noi ha qualcosa dentro che deve venire fuori”.

L’uso della luce sembra essere la caratteristica delle sue fotografie, ma anche l’oscurità,  tanto che non si evince se l’immagine si stagli dal buio o viene definita dal fascio di luce che disegna i particolari, ora una mano, ora un lembo di stoffa, un ciuffo di capelli…La sintesi è un sentore di struggimento, di delicata malinconia, di dolore acre che accompagna la visione delle opere e crea una sorta di attaccamento, come fosse difficile staccarsi da quelle immagini di un intrigante solitudine.

La stessa sensazione che accompagna la conoscenza di Nidaa.

Ho trascorso con lei un paio di giorni, abbiamo cenato e bevuto, abbiamo scherzato e giocato, siamo state in silenzio e ci siamo osservate. E’ giovane e vecchia. Allegra e triste. Dipendente e provocatoria. Alla voglia di giocare alterna momenti in cui è assorta e chissà dove. Tutto contemporaneamente.

Azzeccata la scelta della location che ha ospitato la mostra. La potenza che affiora dalle opere della Badwan,  l’intensità dei colori e lo stupore delle forme avevano bisogno di una cornice che ne esaltasse il sentore di primordialità e l’ autenticità che solo in un ambiente naturalistico quale l’Orto Botanico si può trovare nell’intento di declinare l’arte con la natura, e grazie a questo contatto,  potenziarle entrambe.

L’allestimento, curato da Evelina Falsetti e Mariella Bellantone avrebbe ripercorso, se il temporale ottobrino non lo avesse impedito, i viali dell’Orto con cavalletti immersi nel verde che accolgono 23 scatti dell’artista realizzati durante il suo periodo di reclusione volontaria e l’intervista sarebbe avvenuta nella cavea dell’Orto, circondata da alberi secolari e ciuffi di capel venere e ciclamini che fuoriescono dal terreno. Causa il mal tempo le opere sono state spostate all’interno, in un grazioso edificio liberty mentre abbiamo incontrato l’artista in aula magna.

La mostra a Messina è stata un vero successo, visitata da centinaia e centinaia di visitatori.

Adesso le foto di Nidaa, giovane donna alle prese con l’elaborazione (riuscita) della sua depressione, fanno il giro del mondo.

La mostra “100 giorni di solitudine”   da Messina andrà al Maxim Gorki Theather di Berlino e successivamente a Richomnd.

Donatella Lisciotto

( qui sotto il link al sito dell’artista: http://nidaabadwan.com/ Se cliccate, a sinista in homepage, su Gallery “100 Days of Solitude”, potrete vedere i lavori che compongono questo ciclo della sua produzione)