Odilon Redon

Fondazione Beyeler, Basilea,

2 Febbraio – 18 Maggio 2014.

“Questi  disegni erano al di fuori di tutto, fuoriuscivano per lo più dai limiti della pittura, portavano un nuovo fantastico molto particolare, un fantastico di malattia e delirio”. (J.K.Huysmann)

“[…] apparizioni incredibili: una testa in stile merovingio, poggiata su una coppa, […] un ragno spaventoso che recava al centro del corpo un volto umano; alcuni carboncini che si spingevano ancor oltre nel terrore di un sogno tormentato dalla congestione. Qui era un enorme dado da gioco in cui ammiccava una triste palpebra; là dei paesaggi secchi, aridi, […] cieli stagnanti e lividi: a volte gli stessi oggetti sembravano ispirati agli incubi della scienza, risalire a tempi preistorici: una flora mostruosa distesa sulle rocce […] personaggi le cui sembianze scimmiesche […] ricordavano la testa ancestrale, la testa del primo quaternario […]. Questi disegni erano al di fuori di tutto, fuoriuscivano per lo più dai limiti della pittura, portavano un nuovo fantastico molto particolare, un fantastico di malattia e delirio”. (J-K. Huysmann)

Penso che la migliore introduzione all’opera di Odilon Redon, soprattutto ai lavori del suo primo periodo, sia questo brano tratto da À rebours (Controcorrente) di Huysmann, romanzo pubblicato nel 1884 e considerato la bibbia del Decadentismo francese. Huysmann in quella pagina descrive i noirs di Redon collezionati dal protagonista del suo romanzo, un giovane ed estenuato dandy che rifiuta il mondo a lui contemporaneo e si rifugia in una dimensione che esalta la sensorialità e l’artificio, lo spirituale e l’oscuro, la malattia e l’isolamento. Le immagini di Redon rispecchiano questa sensibilità, in quanto immergono lo spettatore negli “orrori di un incubo notturno”.

Anche Redon è artista “controcorrente” rispetto al naturalismo dell’epoca: deformazioni fantastiche e irreali, figure ibride e bizzarre prodotte da inquietanti metamorfosi e trasformazioni popolano le sue opere, rivendicando l’esistenza di una realtà misteriosa al di là del mondo sensibile, di una interiorità profonda e invisibile, spirituale in quanto contrapposta a ciò che è materiale e oggettivo.

In quegli anni, a fronte del positivismo imperante, i temi della notte, dell’occulto e dell’onirico, sono ampiamente diffusi nella cultura letteraria ed artistica, e il sogno come fenomeno psichico comincia ad essere indagato scientificamente da Charcot e da Freud.

Significativamente, la prima raccolta di litografie di Redon del 1879 reca il titolo di Dans le rêve (Nel sogno), e inaugura la stagione dei noirs – dalla fine degli anni ’70 ai primi del ’90 – dominata dall’uso del carboncino nero. Questa tecnica dava la posibilità di esprimersi con un chiaroscuro sfumato e polveroso, che ben si prestava a dare forma all’indistinto e ad esplorare cosa prende corpo nel buio e nel notturno dell’essere. Scrive Redon: “I miei disegni ispirano e non definiscono. Essi non determinano niente, ci pongono, come la musica, nel mondo ambiguo dell’indeterminato”.

Nel nero dell’incubo e della melanconia, nell’oscurità di memorie perdute o inaccessibili, l’occhio del sogno si apre su ciò che è celato alla coscienza diurna. Si spalanca su scenari ignoti, popolati da visioni fantastiche e incubi terrorizzanti, su immagini inquietanti e apparentemente prive di senso: volti mangiati da occhi enormi, un occhio sbarrato che fluttua nel nulla, teste mozzate e ragni ripugnanti sospesi in spazi indeterminati al di fuori di ogni temporalità.

Per la psicoanalisi, nel sogno abbozzi di esperienze sensoriali e percettive si trasformano in immagini, come espressione di un lavoro dell’apparato psichico che cerca di dare figurabilità e rendere presente al pensiero esperienze ed emozioni.

Redon, programmaticamente, si proponeva di “Mettere la logica del visibile al servizio dell’invisibile”. Cosa prende forma sulle sue tele? I sogni dei noirs ci confrontano con mostri inquietanti di un immaginario angoscioso e terrificante; suggeriscono esperienze al limite della follia, quando non si riesce più a dare senso ad un mondo che si popola di oggetti parziali, bizzarri – da far “perdere la testa” – e ci si trova mentalmente sopraffatti dall’esperienza del caos e della frammentazione, del dolore per la castrazione di ogni esperienza vitale.

Tuttavia, dopo il 1890 e fino alla sua morte nel 1916, nella produzione di Redon si verifica un deciso mutamento: scompaiono i “neri” di carboncino, e compaiono i colori di pastelli e olii. L’aprirsi al colore sembra accompagnarsi ad una nuova esperienza psichica ed emotiva. Il colore comincia timidamente a fare la sua apparizione nei dipinti che hanno per tema iconografico gli occhi chiusi – “Yeux clos” – esplodendo poi in uno straordinario tripudio nei fiori, le farfalle, le barche, i motivi mitologici e letterari della seconda fase, quasi dissolvendosi nell’avvolgente figurazione astratta di alcuni pannelli degli ultimi anni.

Esemplificativo è il tema del Carro del Sole – Le Char d’Apollon – motivo che torna in una serie di suoi lavori e che per Redon rappresenta anche un omaggiò a Delacroix, pittore da lui molto amato e del cui Carro d’Apollo su un soffitto del Louvre ebbe a scrivere: “È il trionfo della luce sull’oscurità. È la gioia della luce piena del giorno in opposizione alla tristezza della notte e delle ombre, come la felicità del sentirsi bene dopo una grande angoscia”.

Dunque celebrazione del passaggio delle tenebre dell’anima all’esperienza luminosa dell’esserci, dalla disperazione alla salvezza, dalla morte alla vita. Certo, esoterico percorso iniziatico; ma anche esperienza di trasformazione psichica ed emotiva, metaforica celebrazione di un conquistato dominio sulle forze oscure e pulsionali che producono caos e angoscia, e del trionfo della misura apollinea sulla disgregazione dionisiaca.

La straordinaria mostra alla Fondazione Beyeler permette di esplorare tutta la ricchezza tematica e le tecniche espressive di uno dei più grandi intrepreti della stagione simbolista, facendocelo riscoprire anche come originale precursore di esperienze artistiche quali il Surrealismo e l’Astrattismo, che molto devono alle sue creature fantasmatiche e alla sua aspirazione all’indeterminatezza di forme che si perdono nel colore.

fig 1_Odilon_Redon__Le_Cube_1880_The_Cube_Charcoal_on_paper_43_x_29_cm_Private_collection

 

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fig 1 Odilon Redon  Le Cube 1880 The Cube Charcoal on paper 43 x 29 cm Private collection 

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 fig 2 Odilon Redon L’Araignée souriante 1881 The Smiling Spider Charcoal on paper 47

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fig 3 Odilon Redon Martyr ou Tête de martyr sur une coupeou Saint Jean 1877 Martyr or Head of a Martyr on a Dish or Saint John Charcoal on paper 36

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fig 4 Odilon Redon, Yeux clos, ca. 1894, Closed Eyes, Oil on cardboard, 44.5 x 36.5 cm, Fujikawa Galleries, Tokyo

fig 5_Odilon_Redon_Le_Char_dApollon_vers_1910_Huile_avec_pastel_sur_toile_915_x_77_cm_Musée_dOrsay_Paris_RMN-Grand_Palais_Musée_dOrsay_-_Hervé_Lewandowski

fig 5 Odilon Redon Le Char d’Apollon vers 1910 Huile avec pastel sur toile 915 x 77 cm Musée d’Orsay Paris ©RMN-Grand Palais Musée d’Orsay – Hervé Lewandowski

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fig 6 Odilon Redon Ophélie 1900-05 Ophelia Pastel on paper mounted on cardboard 50

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fig 7 Odilon Redon, Pandore, ca. 1914, Pandora, Oil on canvas, 143.5 x 62.2 cm, The Metropolitan Museum of Art, New York, Bequest of Alexander M. Bing, 1959, Photo bpk The Metropolitan Museum of Art