Paul Gauguin

Fondazione Beyeler, 8 Febbraio – 28 Giugno 2015, Basilea.

“Parto per trovare pace e quiete, per liberami dall’influenza della civiltà. Voglio solo fare un’arte semplice, molto semplice, e per riuscire a farlo devo immergermi nella natura vergine, non incontrare altro che selvaggi, vivere la loro stessa vita, senza altro pensiero che rendere le idee che si formano nella mia mente come lo farebbe un bambino, ossia senza altro mezzo che gli strumenti più primitivi dell’arte, gli unici veramente buoni e veri.”.

In queste righe – che riportano un stralcio di conversazione tra Paul Gauguin e l’amico Jules Huret nel 1891 – si può cogliere il senso di una sorta di testamento spirituale. In quello steso anno, infatti, Gauguin prese commiato da una fase della sua esistenza che lo aveva visto cercare invano riconoscimento e successo come pittore nel mondo parigino dell’arte, e dopo aver messo all’asta i suoi lavori per finanziarsi il viaggio, amareggiato e deluso abbandonò la Francia diretti a Tahiti. Via, verso la malia di isole sperdute nei Mari del Sud, luogo geografico ma anche luogo dell’anima dove placare l’incessante tensione verso un altrove, verso un mondo autentico e incontaminato che Gauguin pensava di poter trovare lontano dai condizionamenti, gli artifici e gli ipocriti conformismi della civiltà.

Gauguin aveva allora quarantatré anni. Già otto anni prima aveva impresso un’altra drastica svolta alla sua vita, quando aveva rinunciato ad una rispettabile esistenza borghese di agente di banca con moglie e cinque figli per dedicarsi esclusivamente all’arte, affrontando la solitudine affettiva, le angustie e le ristrettezze economiche di una vita bohémienne di pittore incompreso.

L’inquietudine, la precarietà e il nomadismo sono state la cifra esistenziale di Gauguin. Nato a Parigi nel 1848, ancora in fasce attraversò l’Atlantico con i genitori che emigravano per motivi politici in Perù, dove risiedevano alcuni parerti della mare; il padre morì durante la traversata, e per qualche anno la vedova e i due e bambini restarono a Lima. Poi il rientro in Francia, ospiti di altri parenti, con la madre costretta a lavorare e Paul chiuso in convitto per poter studiare. Giovane uomo si imbarcò su navi mercantili, fece il giro del mondo spingendosi fino al Polo Nord, ma dopo pochi anni rinunciò alla carriera in marina e tornò a Parigi, dove iniziò a lavorare in banca rivelandosi un abile agente finanziario. Cominciò ad investire parte dei suoi proventi in opere di giovani artisti, e a frequentarne gli atelier sempre più attratto dal mondo dell’arte, e soprattutto dalla possibilità di farsi artista lui stesso, trovando in questo il senso della propria esistenza.

La sua inquieta ricerca di sé prese così forma nella ricerca di un proprio originale linguaggio espressivo come artista.

In una lettera da Tahiti scrisse che sentiva di voler tornare indietro, oltre i Cavalli del Partenone, fino al cavallo a dondolo della sua infanzia. Nelle isole dei Mari del Sud , l’uomo Gauguin cercò la possibilità di un’esperienza dell’essere nella sua vitalità istintiva ed originaria, incarnando l’ideale romantico di un nostalgico ritorno ad una condizione perduta di innocenza e libertà, di sensibilità e forza immaginativa, propria dell’infanzia o di popolazioni primitive non “corrotte” dalla civiltà. L’artista Gauguin vi cercò ispirazione per un’espressività estetica in grado di svincolarsi dalle convenzioni stilistiche di scuole e accademie o dall’adesione ad ideali classici di armonia, di bellezza e fedeltà alla natura, proprie del canone artistico occidentale.

La fuga di Gauguin può essere interpretata come una drammatica e sofferta denuncia del “disagio della civiltà”, come una provocatoria ribellione del bambino-selvaggio contro il “principio di realtà”, come un disperato tentativo di placare i demoni interiori attraverso un ennesimo radicale cambiamento di vita, ma certamente quella fuga fondò il mito di Gauguin come artista e fece di lui l’iniziatore della tendenza primitivista nell’art del ‘900 – basti pensare a Picasso, influenzato successivamente dall’arte africana, che quasi parafrasando Gauguin ebbe a dire: “[…] ho impiegato una vita intera per imparare a dipingere come un bambino”. Grazie alla sua straordinaria capacità di assimilare nella sua arte alcune caratteristiche delle tradizioni etnografiche con cui venne in contatto, Gauguin fu in grado di creare un linguaggio figurativo nuovo di tipo antinaturalistico fatto di forme semplificate e blocchi di colore, dove forza ed intensità veicolano un’espressività come in certe maschere tribali.

Bellissima, questa mostra a Basilea, per accostarsi all’universo di Paul Gauguin e farsi ammaliare dalle atmosfere misteriose e sospese, dai cromatismi intensi e luminosi che danno forma a fiori, piante, animali simbolici, a giovani corpi nudi innocenti e sensuali, a volti e sorrisi da idoli enigmatici, e per incontrare la sofferenza e la fierezza di Paul Gauguin in alcuni dei suoi più famosi autoritratti.

1.Paul Gauguin  Parau api 1892 Quelles nouvelles Oil on canvas 67 x 91 cm  Staatliche Kunstsammlungen Dresden Galerie Neue Meister Photograph by Jürgen Karpinski

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2.Paul Gauguin Aha oe feii, 1892 Eh quoi! tu es jalouse. Oil on canvas, 66 x 89 cm – The Pushkin State Museum of Fine Arts, Moscow – Photograph © The Pushkin State Museum of Fine Arts, Moscow 

3.Paul Gauguin_Aha_oe_feii_1892_Eh_quoi_tu_es_jalouse._Oil_on_canvas_66_x_89_cm_-_The_Pushkin_State_Museum_of_Fine_Arts_Moscow_-_Photograph__The_Pushkin_State_Museum_of_Fine_Arts_Moscow

 3.Paul Gauguin Autoportrait à la palette. ca. 1893-94 Oil on canvas 92 x 73 cm  Private collection

3.Paul Gauguin_Autoportrait_à_la_palette._ca._1893-94_Oil_on_canvas_92_x_73_cm__Private_collection

 

 

 

 

 

 

 

 4.Paul Gauguin Vahine no te tiare 1891 La Femme à la fleur Oil on canvas 70.5 x 46.5 cm  Ny Carlsber

5.Paul Gauguin_Vahine_no_te_tiare_1891_La_Femme_à_la_fleur_Oil_on_canvas_70.5_x_46.5_cm__Ny_Carlsber

 

 

 

 

 

 

 

5.Paul Gauguin, 1891

Paul Gauguin_1891