Piero della Francesca. Indagine su un mito

“Piero  della Francesca. Indagine su un mito”, Musei San Domenico, Forlì, 23 febbraio – 26 giugno 2016. 

“Il teorema geometrico di Piero sa innervarsi dolcemente di prospettive per l’anima…”

(Pierluigi Moressa)

“Piero della Francesca- indagine su un mito” è il titolo della mostra ospitata ai Musei San Domenico a Forlì dove troviamo narrati più di cinque secoli di storia dell’arte.  Infatti l’indagine riguarda le influenze sui pittori contemporanei a Piero della Francesca (tra cui Domenico Veneziano, Paolo Uccello), lo segue negli spostamenti lungo il territorio nazionale (oltre alla Romagna- essendo egli nativo di Borgo San Sepolcro- e la Toscana, anche le più importanti città emiliane, le Marche, Venezia e Roma) ma soprattutto ne ricerca le connessioni con artisti a noi più vicini (tra cui Loyeux,Ramboux, Signac, De Chirico) che riproducono o sembrano ispirarsi liberamente alle sue opere e alla sua tecnica.

Dal confronto con amici e conoscenti sono emerse opinioni contrastanti riguardo alla scelta dei curatori di riunire opere tanto diverse. Alcuni l’hanno apprezzata come un richiamo all’importanza del riconoscimento ai nostri predecessori e alle nostre origini, contrapposto al ripudio che spesso permea le nuove correnti artistiche – ed in modo ancor più grave, le discipline scientifiche o le arti mediche come la nostra psicoanalisi. Altri, invece, hanno sentito troppo arbitrari alcuni accostamenti e hanno lamentato un numero troppo esiguo di opere dell’artista protagonista.

Ho trovato utilissimo, per ovviare a queste criticità, farmi accompagnare dall’ultima pubblicazione del nostro collega Pierluigi Moressa “Piero della Francesca. Le prospettive dell’anima” (2016). Moressa, che ci ha coinvolti più volte nell’osservazione della creatività artistica, ha una particolare attenzione per coloro che hanno un legame con la Romagna, tra cui Silvestro Lega, Pellegrino Artusi, Guido Cagnacci, Antonio Canova, Marino Moretti, Giovanni Pascoli, Diego Fabbri – di cui ha pubblicato per ognuno un piccolo saggio.

Anche in questo caso Moressa ci presenta le opere contestualizzandole alle vicissitudini storico-sociali e psicologiche in cui sono nate. Apprendiamo quindi che  la “Madonna del Parto”, tra le  opere più celebri di Piero della Francesca, gli fu commissionato durante il funerale della madre, che lo aveva cresciuto da sola essendo il padre morto prima della sua nascita. “Con la Madonna del Parto, Piero della Francesca celebra il pieno sentimento della maternità. Nella figura della Vergine, giovane donna che mostra con dolcezza l’ampio ventre, l’artista fa un esplicito riferimento all’amore per la propria madre e, allo stesso tempo, esalta il valore della funzione generativa.” (Moressa, p.28).

Un’altra caratteristica che si apprezza è la presenza nel libro delle riproduzioni delle opere, in modo da verificare al momento anche visivamente le sue considerazioni.

La mostra si apre con le opere “L’amante dell’ingegnere” (1921)  di Carrà affiancato alla scultura “Ritratto di Battista Sforza” (1475 ca.) di Francesco Laurana: la profonda distanza temporale e la differente espressione artistica applicate a quello che si suppone essere lo stesso soggetto d’ispirazione- il dittico dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca- proclama da subito che ci troviamo ad una mostra insolita, originale. 

Lo capiamo ancora meglio quando ci troviamo di fronte all’ opera di un impressionista come Degas, o un esempio di puntinismo  di Seurat, alle opere dei macchiaioli Signorini e Lega, fino a Morandi e Casorati come esempi della ricerca di “riprendere Piero nell’astrazione”. Di Felice Casorati il quadro “Silvana Cenni” è efficacemente confrontato con la “Madonna della Misericordia” di Piero della Francesca, anche nella brochure. La mostra ci ricorda inoltre che tra le due grandi guerre, per molti artisti il ritorno al Rinascimento non è stato solo un’ispirazione personale o un omaggio ai primi studi, ma ha avuto il significato politico della ricerca di una “identità italiana e mediterranea” che si è sposato con il movimento futurista (esempi ne sono le diverse opere di Funi).

La mostra termina con una saletta in cui sono esposte alcune opere di Balthus e Hopper- e quest’ultimo ci incuriosisce ad andare ad approfondire la sua conoscenza alla mostra della vicina Bologna.

Similmente, la mostra stuzzica soltanto, non soddisfa, la voglia di ammirare Piero della Francesca. Ci rimane in effetti il desiderio di immergerci ad osservare quella corretta proporzione  geometrica dei corpi e la sensazione di sospensione magica, in cui la prima sembra costituire la cornice formale, il giusto setting  per la seconda: “Se l’arte di Piero è potuta apparire a qualcuno una sorta di occulto esercizio geometrico, che avrebbe realizzato il dipinto con strumenti prevalentemente razionali, a un contatto più profondo con le opere dell’artista si avverte come la scienza prospettica possa offrire soprattutto un contenitore formale per organizzare la rappresentazione dello spazio in cui immettere idee, emozioni, sentimenti” (Moressa, p. 129). Per cui, preparatevi, prepariamoci, ad un altro viaggio artistico.

Vedi in Spiweb, Freschi di stampa, il libro:

Pierluigi Moressa “Piero della Francesca. Le prospettive dell’anima”- Raffaelli Editore, 2016.