Schiele e il suo tempo, Milano, palazzo Reale, fino al 6 Giugno 2010

 

Mostra: Schiele e il suo tempo.
Milano, palazzo Reale, fino al 6 Giugno 2010.

commento di Maria Grazia Vassallo

Tra  tele e i disegni, quaranta splendide opere di Egon Schiele – perfetta incarnazione dell’artista giovane e maledetto, talentuoso e trasgressivo, morto a soli 28 anni – sono in mostra a Milano insieme ad altre notevoli testimonianze della vita artistica viennese tra Secessione ed Espressionismo. Schiele con Klimt, Kokoschka, Gerstl, Moser, è tra i protagonisti di quella fucina creativa della modernità rappresentata dalla Vienna della finis Austriae, quando l’inquietante presagio dello sfacelo politico-sociale dell’Impero Asburgico, e del crollo di un antico ordine di valori, generò l’urgenza di profonde e radicali trasformazioni, spingendo alla ricerca di nuovi linguaggi e formulazioni di pensiero nel campo dell’arte, della letteratura, musica, architettura, e segnando il nuovo secolo con la nascita della psicoanalisi.

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Schiele al tempo della "scoperta dell’inconscio".

"Il bosco del sogno è in tutto simile a quello del lago dove si era svolta la scena nuovamente raccontata, mi confessa la paziente. Aggiunge poi di aver visto un altro bosco uguale il giorno prima, in un quadro dell’esposizione dei Secessionisti; […]". (Freud, 1901, p.383).

La paziente in questione è Dora, la giovane fanciulla che al pari di tante donne della buona borghesia viennese andava a stendersi sul lettino di Freud, per sottoporsi alla nuova terapia per l’isteria e le malattie nervose. Ragazza determinata, Dora, intelligente e moderna: non solo leggeva molto, ma, come qui si evince, curiosa e interessata anche alle proposte artistiche innovative. Chissà se i gioielli e la borsetta, che compaiono nel resoconto di Freud, non fossero simili a quei meravigliosi monili e accessori femminili tanto di moda, che gli artisti della Secessione creavano per chi sapesse apprezzarli.

Freud, e i suoi pazienti, appartenevano a quello stesso mondo in fermento in cui si muovevano Schiele e gli artisti in mostra a Milano. Per restituire il clima dell’epoca, non solo brani di Strauss, Schönberg e Mahler accompagnano il visitatore attraverso le varie sale, ma grandi pannelli fotografici aprono scorci sulla Vienna inizio secolo, a far intravedere le turbolenze che attraversavano  il corpo politico-sociale dell’Impero Austro-Ungarico in disgregazione, le mutazioni nel corpo architettonico della città operate dagli edifici della Secessione – così  invisi a Francesco Giuseppe -, e lo scandalo del corpo erotico e della pulsionalità inconscia che la psicoanalisi andava rivelando. Un’intera generazione era in rivolta contro l’autoritarismo dei padri, contro i retaggi di un mondo irrigidito in una visione ancora ottocentesca. In ambito figurativo, il movimento dei giovani-Jugend – si riunì intorno a Klimt nella Secessione, con un progetto di conclamata frattura con la tradizione accademica dei padri, e reclamando per sé una funzione rigeneratrice fondata sull’urgenza di esprimere la verità sull’uomo contemporaneo,rivelandone la parte in ombra. Il Padiglione della Secessione, creato da Olbrich nel 1898 per ospitare le mostre del gruppo, recava all’ingresso la scritta: "Ad ogni epoca la sua arte. Ad ogni arte la sua libertà". Schiele, avvicinatosi giovanissimo a Klimt, se ne allontanò successivamente per esplorare una propria personale cifra stilistica di forte espressività, anche se inalterato rimase il rapporto di reciproca amicizia e ammirazione tra il giovane ribelle e il più anziano maestro, il quale ad un certo punto divenne addirittura un beniamino della società viennese, chiamato a immortalare signore della buona società nei suoi ritratti a fondo oro. La fluidità dei corpi femminili di Klimt, dalla linea morbida e sinuosa, non nega la sensualità, ma stempera la minaccia erotica esorcizzandola nell’estetizzazione decorativa di intarsi preziosi. Quanto lontane le linee contratte e asimmetriche di Schiele, le sue figure nervosamente tracciate nell’ossessione sessuale di genitali esposti, di giovani corpi messi a nudo con provocatoria impudicizia, negli occhi sbarrati degli autoritratti che scrutano, sfidano, interrogano l’enigma dell’identità di un Io che ha perso la sicurezza dell’essere padrone in casa propria.

Con in mente la storia della psicoanalisi, non si può non pensare che proprio davanti alla tensione dei corpi, allo scomposto divincolarsi delle membra delle pazienti isteriche di Charcot, nel 1895 il giovane Freud aveva cominciato ad interrogarsi sul senso e la funzione di sintomi inspiegabili per la medicina tradizionale. Di fronte alla provocazione erotica del corpo isterico, Freud aveva cominciato a gettare le basi della sua nuova disciplina. La nascente psicoanalisi, interpretando i sintomi come risultato di fantasie sessuali inconsce che trovano espressione nel linguaggio del corpo, denunciava altresì la repressione operante sulla dimensione sessuale dell’esperienza umana, e nella disposizione sessuale indifferenziata e polimorfa del bambino individuava le premesse di ogni possibile perversione.

I giovani corpi denudati dati in pasto allo sguardo, tracciati da Schiele con una straordinaria linea grafica di grande eleganza, segnati cromaticamente da lividi, arrossamenti, scorticature, sono corpi di famelica magrezza, come divorati dall’interno; corpi angolosi e contratti, disarticolati, rattrappiti in pose distorte, dove spasmi e smorfie è come se esprimessero un’alterazione originata da spinte e movimenti di forze interne, che dominano incontrastate e prive di controllo. E cosa dire delle audacie  prospettiche con cui Schiele si pone di fronte a quanto ritrae: il vertice di osservazione è spesso insolito, sghembo o laterale, come a gettare uno sguardo proibito o furtivo; oppure dall’alto, come a dominare e padroneggiare l’oggetto di visione; e le inquadrature risultano frequentemente "tagliate" dai margini del foglio, con arti troncati o torsi privi di testa, come per una incapacità a fronteggiare ciò che si vuole rappresentare, una impossibilità psichica a contenerlo intero nello sguardo.

Un beve cenno al tema del "doppio" negli autoritratti di Schiele, sia quelli su tela, sia nei ritratti fotografici in cui la sua immagine appare duplicata con l’artificio di uno specchio. In questi ultimi, e ciò è abbastanza singolare, l’artista appone la propria firma come se ne fosse l’autore, si direbbe per un bisogno di fare suo non solo l’atto creativo del fotografo, che presiede alla creazione di quella immagine, ma per impadronirsi dell’opera e dell’immagine che lo raffigura, che gli ha rubato l’anima o che gli rimanda un Io che è diventato Altro. La riflessione psicoanalitica ha messo in luce come il cercare di impadronirsi e controllare parti di sé proiettate all’esterno e personificate nelle fantasie del doppio, del gemello immaginario, del persecutore o della replica narcisistica, rappresenti una strategia psichica necessarie quando l’Io ha dovuto difensivamente scindersi o frantumarsi, per far fronte ad angosce intollerabili.

In ogni caso, le raffigurazioni del "doppio" rimandano all’angoscia della diffusione di identità, della confusione o del vuoto di senso dell’esistenza, e non di rado una vitalizzazione illusoria sembra offerta dal rifugiarsi nel corpo-sensazione: "Tutto ciò che è vivo, è morto" recita l’ultimo verso di una poesia di Schiele. Agiti e sessualità promiscua, sfide trasgressive ai limiti e linguaggio del corpo per dare espressione alla disperazione per la morte interna. C’è ancora da chiedersi perché per molti versi Schiele ci appaia così contemporaneo, oltre ad ammaliarci con la tormentata e dolorosa bellezza delle sue opere? E uno degli ultimi quadri esposti, Donna distesa,del 1917, il corpo disvelato/ coperto  /circondato dal ricco panneggio di un bianco lenzuolo, ci ammalia con un erotismo meno drammatico ma altrettanto incisivo e magnetico, rimane a lungo negli occhi mentre si lasciano le sale di Palazzo Reale.