Tutto comincia, e ricomincia, da uno scatto …

Di Maria Grazia Vassallo Torrigiani

 

"Il
salto",  opere e catalogo di Stefania
Salvadori. Galleria "La Corte. Arte
Contemporanea"
. Firenze, 3-11 Giugno 2010.

"    il
salto
(2008)

fotografo  una giovane donna

che corre e salta

ritaglio le fotografie

costruisco un modello

con le cinque figure

che fondano i passi di
una sequenza:

il passo, saltando,
salto n.1,

rincorsa, salto n.2

dipingo il corpo della
giovane donna

che si muove

per sentire i punti di
emozione

fotografo le figure
ritagliate

muovendo il mio corpo

per restituire la
tensione capita

con la fotografia
fermo il movimento

con la fotografia do,
attraverso il mio,

un nuovo
movimento  
"

[S. Salvadori: Il salto, diario 2002-2009. Astrolabio 2009]

 

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Stefania Salvadori è un’artista e
una psicoanalista. Viene prima l’una, l’altra? Domanda mal posta, direi, in
quanto il modo in cui l’artista porta vanti la sua ricerca, si fonda su una
apertura e una ricettività che sembra rappresentare solo l’altra faccia del
medesimo funzionamento mentale dello psicoanalista al lavoro, esposto
all’incessante fluire di stimoli proveniente dal paziente, dalla propria realtà
psichica, e dagli accoppiamenti tra le due menti  nella stanza d’analisi.

In apertura del catalogo che
documenta il primo approdo di un lavoro creativo in progress, Stefania
Salvadori enuncia il suo metodo di lavoro: fotografo, ritaglio, costruisco,
dipingo, fotografo. La pacata e programmatica linearità della sequenza di
operazioni è tuttavia come agitata dal soffio lieve di uno zefiro – corse,
salti, passi e movimenti – e nell’ariosità che si diffonde, sottilmente si
dispiega una poetica. A ben vedere, anche 
l’ortografia suggerisce un senso: la minuscola iniziale, e l’assenza del
punto finale, sospingono in un ritmo ciclico, continuamente rinnovantesi, nella
pulsazione di quel "fotografo" che ogni volta 
dà il via ad una nuova ripetizione, che riplasma e trasforma i materiali
in un ulteriore processo creativo.

"Fotografo": tutto comincia con
uno scatto, racconta Stefania Salvadori. L’occhio dell’artista è colpito da
un’immagine, scatta l’attenzione, scatta il click dell’apparecchio, e un
elemento fra i tanti viene scelto, fatto emergere dal confuso e caotico
sovrapporsi di immagini che si rincorrono. Una attivazione istintiva e
spontanea si è diretta e concentrata su qualcosa, qualcosa il cui senso è al
momento ancora oscuro o vago alla coscienza, e che tuttavia sembra
imperiosamente chiedere – nel momento in cui si presenta – un’accoglienza, come
premessa di una possibile futura comprensione.

Nella stanza d’analisi,
l’attenzione liberamente fluttuante dell’analista è colpita da qualcosa nel
flusso di parole, immagini, sensazioni in cui è immersa la coppia
psicoanalitica al lavoro; nel flusso degli stimoli, un particolare lì per lì
assume un’inattesa ed enigmatica pregnanza, diventa un "fatto scelto" capace di
riorganizzare quanto fino ad allora appariva opaco e privo di senso, attivando
un processo di comprensione e trasformazione. A sua volta – si potrebbe dire
–  un elemento liberamente fluttuante
sembra alla ricerca di un occhio che lo colga, una pellicola che ne venga impressionata,
un supporto su cui inscriversi, in grado di trasformare il latente in  presentificato e pensato: parafrasando Bion,
i pensieri sono alla ricerca di una mente che li ospiti e contenga, e di un
pensatore che dia loro forma.

"Fotografo": si fotografa da una
angolazione, si inquadra da una prospettiva spaziale, c’è sempre un punto di
vista in cui si è collocati. Non esiste mimesi totale, pura oggettività: c’è
sempre una soggettività che risponde al mondo, e che lo filtra e ne è
impressionata. In analisi, il mondo interno di quello specifico analista, in
contatto con quel determinato paziente, contribuisce a creare un’esperienza
unica che potrà essere solo il prodotto creativo di quella coppia al lavoro.

"…/con la fotografia fermo il movimento/con la fotografia do,
attraverso il mio/un nuovo movimento/…"
:

per capire e restituire il
movimento che si coglie nella figura – dice Salvadori – occorre disporsi a
sentirlo e venirne mossi a propria volta. È stato ripetutamente segnalato
quanto il vocabolario delle emozioni sia connesso al senso spaziale del
movimento: e dunque essere mossi, commossi da un movimento che è scorrere di
sensazoni-emozioni da far risuonare dentro, sembra essere il modo per esperire
e restituire l’esperienza autentica del contatto con l’altro.

Il catalogo di Stefania Salvadori
è suddiviso in cinque capitoli. Le opere riprodotte mostrano l’uso di linguaggi
e materiali diversi,
variamente mescolati e manipolati, per esplorare ogni possibilità espressiva:
stampe fotografiche con sfocature, sovraimpressioni; acquarello o carboncino su
tela o cartone, a volte con inserti materici dorati; installazioni con
plastica, fil di ferro, silhouettes 
ritagliate. La cifra stilistica resta comunque la leggerezza, il gesto
lieve e tuttavia pregnante con cui ci viene offerta una suggestione.

I cinque capitoli – i cinque
"passi", come Salvadori ha scelto di titolarli – sono organizzati con un
criterio che dona senso ad una serie di lavori prodotti nel corso degli anni
apparentemente senza una direzione ben precisa, ma che le si è rivelato quando
un giorno, riconoscendovi l’insistenza della figura femminile in movimento, si
è trovata ad esclamare: "… ma è la Gradiva che si muove! […] E accanto alla
Gradiva che prende vita, vedo Euridice che muore".

Tralascio gli innumerevoli
percorsi che da qui possono aprirsi, verso la riflessione psicoanalitica
sull’arte, verso le varianti e la densità simbolica  dei miti, e le molteplici ipotesi interpretative che ne possono
scaturire. Sfoglio semplicemente le pagine del catalogo: le immagini scorrono,
e muovono emozioni e domande. La donna che avanza luminosa e leggera ci invita
a seguirla; verso dove si dirige, cerca la sua origine o va verso la propria
fine? Ad un tratto un telo spiegazzato, impigliato nel vetro rotto di una
finestra chiusa e muta; o lo stesso telo come crocefisso dal vento su una
impalcatura, misera pezza grigia abbandonata. Quella foto dice di Gradiva che
non c’è più? Che quel cencio grigio è ciò che un giorno il suo peplo luminoso?
Sfacciatamente a colori, ecco un’inquietante rigida sagoma avvolta in un
telo  e legata ad una corda, posata su
una specie di improvvisata panchina; ecco il bozzolo scuro di un corpo
ripiegato su di sé, negazione di qualsivoglia vita o movimento, risucchiati nel
buio e nell’ignoto. È lì, dunque, che il salto ha precipitato Gradiva! E
tuttavia è anche da lì, da quel luogo di silenzio e immobilità mortale, che
lentamente, faticosamente, con un nuovo salto si può ricominciare, nel ritmico
pulsare della vita psichica.