Video “The Hope”, di Susan Steinberg, e mostra di Paul Coldwell “Freud’s Coat Revisited”

FREUD MUSEUM, Londra, 22 Febbraio – 7 Maggio 2017

“I came to England where I hope to end my life in freedom”: questa la dichiarazione di un uomo di 83 anni giunto a Londra come rifugiato politico- il corpo fragile devastato da un cancro alla mascella ormai con metastasi ossee-  che nonostante molti conoscenti e alcuni membri della sua stessa famiglia fossero già fuggiti da tempo, fino all’ultimo si era ostinatamente rifiutato di lasciare il suo paese, la sua casa, i luoghi gli oggetti l’idioma familiare.

L’uomo era Sigmund Freud, l’anno il 1938, e il nazismo stava giungendo all’apice della sua tirannica volontà di potenza, dando anche inizio allo spietato programma di distruzione sistematica degli ebrei.

Benchè anche le sue opere fossero state date alle fiamme nel rogo dei libri del ’33- insieme a quelli di molti altri intellettuali invisi al regime- Freud, pur preoccupato dall’evolversi della situazione politica e dalla violenza che minacciava l’esistenza quotidiana, aveva resistito alle sollecitazioni che gli giungevano da più parti affinchè lasciasse Vienna e prendesse la via dell’esilio. Si decise solo quando la minaccia entrò brutalmente tra le mura della sua casa toccando gli affetti più cari, e la figlia Anna fu portata via e trattenuta qualche giorno dalla Gestapo.

La speranza (hope) di libertà e sicurezza, di un futuro per sé e i propri cari che assicuri la sopravvivenza, è quanto spinse Freud e spinge oggi milioni di persone in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a cercare rifugio in altri paesi, tra i suoni di una lingua estranea, tra nuovi odori sapori colori luci, tra panorami geografici e culturali spesso assai lontani da quelli noti e familiari della terra d’origine. E questo per i fortunati che ce la fanno, e trovano accoglienza e non muri che respingono la loro disperazione.

Se questi viaggi della speranza, queste dolorose migrazioni di migliaia di persone interrogano con la loro drammaticità e urgenza i governi, la politica, la società e la coscienza individuale, come psicoanalisti siamo acutamente consapevoli della enorme sofferenza psicologica che quegli uomini, quelle donne e quei bambini stremati attraversano dentro di sé: l’angoscia per i traumi subiti, le perdite e le lacerazioni affettive, il senso di inermità, di incertezza, spaesamento e precarietà di tutto ciò che li circonda.

A partire dalla storia del viaggio di Freud, migrante nel ‘38 da Vienna a Londra-il padre della psicoanalisi morì l’anno dopo-, Susan Steinberg, vincitrice anche di un Emmy Award, ha creato un breve film di una decina di minuti che rappresenta una riflessione poetica e toccante sulle migrazioni contemporanee.

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In apertura del video, un gruppo di giovani rifugiati che hanno trovato asilo a Vienna fanno volare dei palloncini colorati a cui sono attaccate fotografie di oggetti che li hanno accompagnati nel loro viaggio pieno di rischi ed incertezze- così come il volo dei palloncini, che chissà se e dove arriveranno…-  rischio di perdere la vita, gli affetti, il senso di appartenenza e di identità.

Il film, frutto di una collaborazione tra il Freud Museum di Vienna e di Londra, è presentato nella sede inglese a complemento della mostra di Paul Coldwell- Freud’s Coat Revisited- che si concentra sul Freud migrante e sviluppa, parallelamente a Steinberg, un progetto artistico sull’ importanza e il valore affettivo e identitario degli oggetti per coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese e la propria casa.

Il nucleo della mostra di Coldwell è costituito da una istallazione che mostra, sotto teca, il pesante cappotto che Freud indossava in quel viaggio, riprodotto a grandezza naturale attraverso una serie di radiografie. Con questa tecnica a raggi X, l’artista mostra ciò che non è visibile ad occhio nudo, ciò che sta dentro, sotto la superficie dell’oggetto- una tecnica “psicoanalitica”?- e individuiamo alcuni biglietti di viaggio e un cappello da pioggia appartenuto ad Anna Freud, che dopo la morte del padre amò indossare quel cappotto che gli era appartenuto.

Sappiamo che Freud volle portare con sé a Londra anche l’amatissima collezione di piccole antichità pazientemente raccolte negli anni, che affollavano lo studio viennese dove trascorreva lunghe ore a lavorare con i pazienti o a riflettere e scrivere. Oggetti d’affezione, nutrimento all’immaginazione,  fonti di ispirazione per la sua “archeologia della mente”.  Caldwell ne ha replicati una sessantina in bianco nylon luminescente, con una tecnologia a 3D, come evanescenti fantasmi della memoria di luoghi ed esperienze, reliquie preziose di tutto ciò che si è dovuto abbandonare.

Guarda un video di M. G. Vassallo sui viaggi di Freud in Italia

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