Virginia Fagini 1945 – 2003

  •  Frascati, Scuderie Aldobrandini per l’Arte – 19 Marzo / 30 Aprile 2011.

mostravirginiafagini_invito.jpgLa prima retrospettiva di Virginia Fagini, organizzata con la collaborazione scientifica della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (GNAM), è stata curata da Angelandreina Rorro e Valeria Sassanelli, figlia dell’artista. La Fagini è presente nella mostra non solo con le sue opere, come artista, ma anche come "modella": infatti all’interno del percorso espositivo si può anche ammirare un omaggio fotografico a lei dedicato, costituito dalla serie di bellissimi ritratti che il fotografo armoricano Bob Willonghby – i cui scatti hanno immortalato famosi divi di Hollywood e set cinematografici degli anni ’60 e ’70 – le ha fatto nel corso degli anni, a partire da quando Virginia era bambina di 11 anni, perseguendo un progetto di documentazione sulle trasformazioni del corpo femminile nel tempo.
Nella mostra di Frascati, si trovano esposte 87 opere della Fagini, che coprono solo parte della sua ricca produzione a partire dagli anni ’70, mostrando l’evolversi della sua ricerca artistica fino all’approdo ad un linguaggio espressivo di estrema essenzialità, percorso accuratamente delineato dagli interventi critici di Rorro e Di Genova nel bel catalogo.
Giorgio Sassanelli, in un lavoro di qualche anno fa – Creatività e frammentazione. L’elaborazione creativa di un’esperienza di frammentazione – individua nell’opera di Virginia Fagini l’esercizio di una creatività che diviene risorsa vitale in un processo di rielaborazione di un’esperienza psichica di frammentazione. Scrive Giorgio Sassanelli: "Tutta l’opera pittorica della Fagini sembra dunque percorsa da un filo conduttore: vale a dire da un processo di elaborazione formale e linguistico di esperienze radicate nel corpo. Si tratta di una costante che ritroveremo, ancora trasformata, nell’ulteriore produzione dell’artista dove il corpo, ormai libero di esprimersi, trapassa direttamente sulla tela appunto come gestualità che si traduce in segno o pennellata; ed è questa gestualità ad assumersi allora quel compito di principio ordinatore e creatore di senso in grado di attuare, in modo ogni volta imprevedibile, una nuova realizzazione creativa".


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Lascio alle parole di Leonardo Albrigo, anche lui psicoanalista come Giorgio Sassanelli, e artista come Virginia Fagini, il compito di sollecitarvi ulteriormente a visitare questa bella mostra, e a mettervi in ascolto delle risonanze emotive che le opere esposte sapranno suscitarvi.
Maria Grazia Vassallo Torrigiani


Invito alla mostra di Virginia Fagini

Trovarsi lì in quel momento come analista, composto, in silenzio, attento ma non rigido, curioso ma non intrusivo – a captare, pronto a cogliere quelle parole, quelle immagini, quei sogni, quelle narrazioni, quelle schegge del paziente che, a metà strada e come in sospensione, sono contenuti dell’inconscio, sono "inconscio".
L’analista per la sua vocazione, per la sua propria passione ci lavora con questi contenuti, lavora con l’inconscio. Elabora, partecipa, si difende e restituisce, a volte risignifica. In una parola cura.
E ringrazia sempre il paziente, la sua sofferenza, la sua confusione, i suoi materiali perché anche l’analista in questo lavoro profondo circolare viene curato.


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Questo metodo e attitudine analitica possono aiutare l’analista ad un incontro speciale con l’opera d’arte.
Se un analista si trova a dialogare con le Opere di Virginia Fagini può cogliere nell’astrattismo dell’artista degli elementi che richiamano energie profonde: " La superficie del quadro si basa su campiture contrastate di bianco e di nero, in cui il segno è soprattutto linea di equilibrio di rapporti spaziali, oppure su forme ampie, curvilinee, interrotte e quasi "penetrate" da segni angolari acuti " ( Guido Montana, 1984 ).

" I suoi gesti – segni declinano, più che l’essere, l’irrompere della luce i cui infiniti valori, oltre che chiarore e oscurità, presenza e assenza, rarefazione e concentrazione, evocano il parlare sommesso o ad alta voce, il ritmo del registrare l’accadimento di qualcosa che non è di per sé storia o racconto ma clima, stato dell’anima per ogni possibile storia " ( Guido Strazza, 1996 ).
L’analista non può non cogliere questa sequenza di liberi ma rigorosi messaggi come rappresentazioni che provengono da un lavoro interiore fatto di obbligatoria spontaneità e di ricerca appassionata. Ascoltare con calma questa pittura permette un contatto vivo, immediato, attuale con l’espressività profonda della pittrice ( che è uscita dalla vita nel 2003 ), e l’analista come ogni persona attenta e disponibile rimane coinvolto e si sente un po’ curato da queste luminose rappresentazioni.
Leonardo Albrigo