Wasily Kandinsky dalla Russia all’Europa

Kandinskij13 Ottobre 2012/3 Febbraio 2013, Palazzo Blu, Pisa.

Al Palazzo Blu di Pisa, sono in mostra una cinquantina di opere di Kandinsky che abbracciano un periodo ben definito della sua produzione; sostanzialmente il periodo di formazione e di passaggio dal figurativo all’astratto fino al 1921, quando l’artista lascerà definitivamente la Russia per la Germania e inizierà l’avventura del Bauhaus con il passaggio ad una astrazione più geometrizzante.

Ogni manuale di storia dell’arte mette in relazione l’avvento delle avanguardie storiche e la loro ricerca antinaturalista – cubista, futurista, surrealista, astrattista – con l’affermarsi della fotografia e del cinema, media a cui era ormai affidata la riproduzione  più o meno mimetica del reale. L’astrattismo, tenuto a battesimo a Monaco nel 1912 dal movimento Der Blaue Reiter, vede Kandinsky tra i suoi padri fondatori – e nella mostra pisana si possono confrontare anche lavori di altri artisti russi o tedeschi legati all’artista dalla medesima ricerca espressiva. Una “chicca” è trovare alcuni quadri di Schönberg, che con l’artista russo intrecciò un fitto scambio intellettuale alimentato da interessi condivisi.

Nella summa teorica della sua concezione dell’arte, Lo spirituale nell’Arte, Kandinsky si interrogò sulla possibilità di definire il “suono interiore” di segni e colori in sé, sull’esempio del Manuale di Armonia dell’amico musicista. L’artista russo cercava una grammatica che individuasse le valenze espressive – e gli effetti – dei colori, dei rapporti dei colori tra loro, tra le forme e i colori, e questo per riuscire a comprendere come rendere l’aspetto spirituale ed emozionale della realtà. Abbandonare l’imitazione del vero non doveva portare, per Kandinsky, ad una anarchica soggettività, bensì la scelta di una certa forma – fosse essa una linea, un colore, una parola o un suono – doveva prodursi in base ad una intrinseca necessità  di efficacia espressiva, per cui l’uso antinaturalistico ed emotivo per esempio di un certo colore era connesso alla sua capacità di cogliere l’anima, la vibrazione intima delle cose.

Se alla ricerca dello spirituale nell’arte lo muovono interessi artistici e culturali – teosofia e matematica, musica e simbolismo – assai interessante anche per noi psicoanalisti è ciò che dalla mostra pisana si evince in merito alle fonti visive ed emotive della sua estetica.

C’è il magico e l’onirico delle fiabe della tradizione popolare russa – in mostra si trovano meravigliosi disegni di celebri illustratori russi dell’ottocento – che la zia di Kandinsky era solita raccontare al piccolo nipote, accendendo la sua fantasia di forti impressioni e popolando il suo immaginario di spiriti dei boschi, oggetti animati e miracolosi, animali parlanti. Scopriamo che l’interesse per la cultura tradizionale russa lo portò ad assumere un incarico per la Società di Antropologia ed Etonografia, spingendolo in sperduti territori alla ricerca dei rituali sciamani e alla indagine sulla concezione magica del mondo che vi era sottesa. Nella sezione iniziale della mostra, siamo anche accolti dai coloratissimi oggetti del folklore contadino russo, scatole, giocattoli, filatoi, ricami, stampe popolari, che illuminavano di gioioso e vitale cromatismo l’interno di misere case. Entrare in una di quelle izbe contadine, scrisse Kandinsky, la prima volta gli aveva procurato un’impressione indimenticabile: “come entrare in un quadro”.

Mi piace concludere con la suggestione di fondare anche in tutte queste esperienze le premesse alla concezione della pittura e del colore che per tutta la vita Kandinsky cercò di realizzare.

Maria Grazia Vassallo Torrigiani