CPB e CVP. Incontro gruppi PER. Report di M.Martelli e P.Montagner

Report dell’incontro tra i gruppi PER ( Psicoanalisti Europei per i Rifugiati)  del Centro Bolognese e del Centro Veneto.

Padova 12 maggio 2018.

 

Il 12 maggio 2018 si sono incontrati a Padova il gruppo Per dell’Emilia Romagna e quello del Veneto.

Erano presenti 14 persone, 8 del centro Veneto e 6 del centro di Bologna: Bertogna, Campanile, Capitanio, Ceolin, Montagner, Olivotto I, Polojaz, Tallandini (per il Veneto), Ghetti, Martelli, Mereu, Rulli, , Carnevali e Vandi (per l’Emilia Romagna).

Il materiale clinico commentato tutti insieme è stato portato da Cinzia Carnevali e Gabriella Vandi del Centro Bolognese, mentre quello che sarebbe dovuto essere stato esposto da Patrizia Montagner (del Centro Veneto) è stato rimandato ad altra data perchè la discussione animata sul primo materiale ha impegnato un tempo lungo ma assai proficuo.

 

Carnevali e Vandi  hanno proposto un ricco materiale, frutto del loro lavoro con un gruppo di migranti ospiti di una struttura residenziale di Rimini e con un gruppo di operatori della stessa.

La presentazione del lavoro con i due gruppi ha messo in luce tematiche in parte diversificate e in parte simili, rappresentazione del necessario processo di differenziazione ed integrazione che il rapporto con i migranti comporta.

L’intervento è stato avviato dalla proiezione di un video che riprendeva alcune immagini dell’incontro tra gli ospiti della struttura e gli studenti di licei artistici di Rimini e Riccione, convocati a conoscersi ed interagire creando insieme delle rappresentazioni grafiche della loro identità.

Le colleghe hanno poi portato il report di una seduta con un gruppo di giovani richiedenti asilo, alla presenza di un mediatore francofono, in grado di capire alcune delle lingue materne dei ragazzi stessi e di tradurle in italiano. In sequenza è stata presentata anche una seduta con gli operatori dei ragazzi.

Il lavoro con i migranti è realizzato attraverso la tecnica dello psicodramma analitico, mentre quello con gli operatori offre ad essi un setting di ascolto psicoanalitico  dei loro disagi e difficoltà relazionali.

 

Riassumiamo qui di seguito i temi emersi nel lavoro del nostro gruppo di colleghi.

  • Il senso di spaesamento, frutto della consapevolezza del difficile incontro con chi è gravemente traumatizzato e appartiene ad una cultura diversa, è sia nel migrante sia nell’operatore, perchè la paura della diversità genera meccanismi inconsci (incontro con il perturbante) che rendono difficili le rappresentazioni inedite da entrambe le parti.
  • Ulteriore fonte di spaesamento ma anche di impotenza nasce dalla consapevolezza che lavorare con i migranti significa fare i conti con problematiche di diverso genere: bisogni psicologici, emotivi, materiali, procedure legali ed istituzionali, il tutto mescolato e talvolta difficilmente separabile. Risulta spesso difficile intervenire nella cura psicologica senza tenere in mente e/o lasciare ad altri i diversi ambiti relazionali.
  • E’ necessario e ineludibile dedicare uno spazio di pensiero sulla lingua, sia su quella di origine, materna e sul cosa possa significare non poterla usare per essere capiti, sia sulla lingua da imparare, lingua dei dominatori e di chi accoglie. Si è rilevata la possibilità di cercare linguaggi comuni, preverbali, che talvolta permettono un avvicinamento altrimenti quasi impossibile. E’ importante sapere che, prima di interpretare, ci si trova a dover tradurre e capire.
  • Connesso al tema della lingua ma non solo, si è pensato insieme al problema dell’identità dei rifugiati. Difficile per loro costruire e vivere una identità in transito, che spesso soggiace anche alla necessità di fingere per essere accolti, di mimetizzarsi ed assimilarsi.
  • Ci si è resi conto di come spesso chi accoglie porti avanti un progetto di assimilazione dei migranti che tende ad annullare le loro differenze e ricchezze mentre viene più difficilmente sostenuta l‘integrazione, che valorizza l’incontro tra diversità che possono entrare in dialogo e reciprocamente scambiarsi qualcosa.
  • Si è cercato di tenere vivo il potenziale autocurativo dei rifugiati, che non devono essere appiattiti sull’identità di vittime traumatizzate ma piuttosto descritti come persone sofferenti, individui che cercano riparazioni, progettualità in grado di far loro reinvestire le forze vitali.
  • Si è pure riflettuto sul problema del senso del tempo , il tempo dell’attesa che connota la vita di queste persone che chiedono asilo e che temono di divenire “vite scartate”, senza più alcuna prospettiva di aiuti. Si è inoltre notato come il tempo degli operatori possa diventare un tempo frenetico, pieno di azioni da fare che impediscono l’ascolto e l’incontro più profondo.
  • Il tema della verità è qualcosa che ha a che fare con la libertà del rifugiato di raccontarsi e con la disponibilità all’incontro con il perturbante degli operatori. Collegandosi a questo si è riflettuto sulla tematica della fiducia, degli uni verso gli altri, cercando di riconoscere le difficoltà di costruirla a causa delle diversità, della fatica a capirsi ed incontrarsi, delle aspettative reciproche all’interno di un rapporto troppe volte molto asimmetrico.
  • Si è riconosciuto come avvicinarsi ai rifugiati presupponga il mettere in campo attitudini genericamente umane, che si intrecciano con quelle specificamente psicoanalitiche. E’ importante definire queste, senza confonderle con altro ma anche valorizzare le possibili integrazioni di interventi con caratteristiche diverse, che riconoscano la necessità di costruire qualcosa di nuovo. Ci si è chiesto se sia possibile creare momenti di incontro con i rifugiati preliminari a interventi propriamente psicoanalitici, che valgano a costruire un linguaggio comune altrimenti non raggiungibile (attraverso l’uso della musica, ad esempio).
  • Ci si è interrogati sullo spazio e la cura da dedicare al corpo dei rifugiati, spesso veicolo di messaggi più espressivi, comunicabili e comprensibili delle parole. Ci si è chiesti se la cura del corpo possa essere preliminare a quella della psiche, quasi a fornire una sicurezza materna che attenua l’angoscia di morte.
  • Si è poi riconosciuto che l’attitudine del pensiero psicoanalitico, che ci caratterizza, è comunque qualcosa che ci accompagna, essa rimane un elemento fondamentale che fornisce una griglia di lettura degli avvenimenti e della relazione, sia nell’hic et nunc sia a posteriori. In prossimità della conclusione dell’incontro, si è aperto un interessante dibattito sulla funzione analitica dell’analista, su che cosa sia psicoanalitico in questi contesti e su che cosa la psicoanalisi possa dare, ma anche possa ricevere da esperienze di questo tipo.

 

Infine un commento merita l’atmosfera di grande partecipazione e di interesse che il gruppo ha vissuto, molti partecipanti hanno espresso il loro gradimento per un incontro inedito, ricco di spunti di riflessione e di aperture di pensiero. Ci piace pensarlo come un’esperienza rappresentativa dell’incontro con l’inedito che avviene tra operatori e richiedenti asilo, che ha preso corpo anche tra noi colleghi dei due diversi Centri.

Si individuerà un’altra data in cui ritrovarsi a Bologna, per ascoltare la presentazione del materiale che non è stato proposto per limiti di tempo e per proseguire un dialogo che si è avviato e che ha mostrato una ricchezza tale da richiedere un ulteriore spazio di approfondimento.

Autrici del report: Manuela Martelli e Patrizia Montagner,  rispettivamente coordinatrici dei gruppi PER del centro di Bologna e del centro di Padova.

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