Jaffè R.

Ronny Jaffè (Discussant nel panel “La gruppalità nella costituzione del soggetto psichico”.Relazioni di Rossella Candela, Alessandro Antonucci, Andrea Narracci, Giuseppe Saraò, Giovanni Foresti)
Bion “se riuscite ad essere completamente aperti, c’è allora la possibilità che vi capiti di acchiappare uno di questi pensieri selvatici. E se permettete loro di alloggiare nella vostra mente…ci può essere allora una possibilità di darvi un’occhiata…e se vengono tenuti per un periodo sufficientemente lungo si potrà essere in grado di formulare che cosa essi siano (Grotstein 88).

Questa riflessione riguarda sia la dimensione individuale cbe gruppale ed infatti Bion ha riservato un posto centrale “al conflitto tra narcisismo e socialismo all’interno dell’individuo affermando che ogni individuo è sì un individuo ma anche un animale sociale..politico” (Cogitations 117) ed in “Esperienze nei gruppi” afferma “che la differenza apparente tra la psicologia di gruppo e la psicologia individuale è un’illusione dovuta al fatto che il gruppo offre un campo di studi intelligibile per certi aspetti della psicologia dell’individuo e così porta alla luce fenomeni che appaiono sconosciuti ad un osservatore non abituato a lavorare con i gruppi”(Bion 61, 144)
Ma dobbiamo immediatamente intenderci quale è la nostra visione del concetto di gruppo che credo sia un cappello esplicito ed implicito che ritroviamo nei tre lavori e che viene perfettamente illustrato nelle parole di Foresti: è necessario non “frammentare l’osservazione del funzionamento collettivo in una somma aritmetica di problemi individuali” ovvero il gruppo è visto nella suo vertice olistico.

Cercherò di parlare di questi tre lavori nel loro insieme anche se naturalmente presentano caratteristiche davvero molto diverse soprattutto perché alcuni (in particolare quello di Saraò e di Candela Antonucci Carracci) si riferiscono maggiormente alla dimensione clinica mentre il lavoro del Dott. Foresti ha maggiormente a che fare con tematiche istituzionali che si riverberano anche nel lavoro con pazienti gravi. Le riflessioni di Foresti sono anche derivate della sua specifica esperienza e conoscenza del modello Tavistock e del Nodo-group.

I tre lavori sottolineano la dimensione fondamentale del gruppo nei suoi aspetti trasformativi e terapeutici e mettono in evidenza il complesso rapporto tra soggetto e gruppo, tra soggetto e altro da sé.

Mi sembra molto importante quanto scrive Saraò riprendendo Kaes sul fatto che il soggetto per costituirsi ha bisogno di una gruppalità cui appartenere: una gruppalità esterna che possa permettere la costituzione di un gruppo interno.

A questo proposito però farei un passo indietro e mi riallaccerei alla teoria del trans generazionale e alla trasmissione delle gruppalità familiare che si è inoculata nel soggetto.

Tempo delle generazioni e spazio comune

Riprendendo Kaes e H. Faimberg, vorrei ricordare che il soggetto è infatti attraversato da antiche e segrete traiettorie che viaggiano lungo l’asse delle generazioni e che adombrano i “momenti ora” date da traiettorie sincroniche.
Nella mente della madre, così come in quella del padre, sono trasmesse ed iscritte impronte narcisistiche primarie e vicissitudini edipiche dove sono in gioco processi identificatori che si iscrivono nelle rappresentazioni immaginarie del romanzo familiare, come abbiamo modo di vedere nei lavori presentati.

Tali identificazioni inconsce significano che i figli possono essere sottomessi ad adattamenti alienanti cui gli stessi genitori si sottomettono in modo alienante nel corso delle generazioni. Questo implica che lo spazio mentale dei genitori è ingombro dalle vicende esplicite ed implicite delle generazioni passate rendendo problematico, a seconda delle varie situazioni, la costruzione di una soggettività in cui ogni bambino possa sviluppare la propria identità; infatti il bambino rischia di trovare incapsulate alterità perturbanti scisse e proiettate dalle figure genitoriali. Si tratta di incistamenti che risultano incomprensibili ed enigmatici e che derivano dalla “ mancanza, l’eccesso e/o l’arbitrarietà delle funzioni genitoriali” (Kanciper, 2008 106) L’esito è che il figlio si troverà imprigionato in una storia che non lo riguarda, che non è la propria, in uno spazio altro da quello che gli appartiene. Tempi e spazi lontani che, con i loro coni d’ombra, si riflettono nei momenti e negli spazi sincronici. Cioè le gruppalità passate si intersecano e si incrociano con quelle del presente determinando melting pot di complessa e necessaria comprensione.

Spazio

Le riflessioni sul tema dello spazio in psicoanalisi sono infinite e tra le tante possibili, sceglierò le definizioni di Claudio Neri, di Francesco Corrao e di Eugenio Gaburri.
Se noi pensiamo allo spazio non banalmente come ad un pezzo di terra o di proprietà (che per esempio può rimandarci ai frequenti contenziosi tra fratelli, una volta deceduti i genitori) ma allo “spazio che c’è tra individui che formano un gruppo, cioè individui legati l’uno all’altro (ma al tempo stesso separati e protetti) da molte cose che hanno in comune” (Neri) questo ci consente di pensare allo spazio secondo un particolare vertice. Lo spazio viene allora investito da un sentimento di appartenenza e da un senso di coabitazione soggettiva insieme ad altri soggetti.
Il riferimento è anche al “ti koinon” di cui parla Corrao ovvero verso il senso di una condivisione comunitaria in cui “le cose sono definibili per ciò che hanno in comune …poiché si instaurano tra le persone e le cose, tra le cose e le idee delle relazioni stabili (Corrao, 1998, II vol, 195).
La prospettiva è quella dell’”insiemità” (Gaburri, che consente di uscire “da una polarità caratterizzata da una parte da un’appartenenza familiare coartata sotto l’egida tirannica di un Super-io sociale e familiare e dall’altra di emanciparsi da un impasto sincretico ed agglutinato” (Jaffè, 2003, 128) così bene indicato nel lavoro di Saraò; Vediamo ora se questi vertici permettono di leggere la situazione clinica presentata da Saraò.
Credo che Regina ci mostri molto bene un super-io tirannico e rigido rappresentato dall’istituto in cui è vissuta da bambina.
Possiamo ipotizzare – Saraò ci dirà qualche cosa di più in proposito – che il gruppo abbia consentito elementi emancipativi che le hanno consentito di sposarsi, di avere un bambino e di non farsi schiacciare ed appiattire dall’episodio di violenza riportato.
Ma che significato ha questa unica seduta? Anzi quest’ultimo suo gruppo secondo una particolare espressione usata da Saraò?
Quello che ho pensato e che Regina, portando il suo bimbo, ha voluto fare vedere al gruppo che è viva e che non è identificata alla madre morta di parto. Forse le frequenti assenze precedenti indicavano fantasmi di morte che potevano concretizzarsi.
Di conseguenza penso che Regina abbia portato al gruppo un grande dono di vita nel senso di comunicare la dimensione vitale di una relazione madre-bambino.
Ciò non toglie che, sotto l’egida dell’alternanza tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, Regina abbia in qualche modo simbolicamente ucciso il gruppo.
Ma questo è vero in parte perché il gruppo non è rimasto annientato, ma, attraverso i tre sottogruppi, ha mostrato sentimenti di alternanza tra aggressività, invidia e gratitudine e sappiamo quanto il sentimento della gratitudine contenga una dimensione di vita. Se torniamo ad una visione del gruppo possiamo pensare che nel gruppo siano sì circolate fantasie di annientamento, rabbia, invidia ma contestualmente anche un aspetto di gratitudine e di speranza.

La relazione madre-bambino nel gruppo mi consente di collegarmi al lavoro presentato dai colleghi Candela Antonucci, Narracci e a quel concetto di Badaracco che riportano di “virtualità sana” e quale spazio può avere questa virtualità sana nella dolorosa relazione tra familiari, pazienti e che si riproduce nella complessità e nelle diverse stratificazioni gruppali.
Non entro nel merito delle tecniche di conduzioni di questo tipo di gruppi ben illustrate ma al riferimento teorico secondo cui “il futuro malato non ha mai iniziato e portato compimento un accettabile processo di separazione ed individuazione.
Come vediamo siamo nuovamente nell’area delle identificazioni alienanti e primitive, o volendo utilizzare un altro termine nel campo della relazioni fusionali e primarie.
Gli autori trasmettono correttamente una visione estremamente drammatica, se non tragica, di questo tipo di relazione e di identificazione primaria. Quello su cui mi sembrerebbe utile confrontarci è proprio nelle parole conclusive del lavoro ovvero che il gruppo potrebbe configurarsi come il luogo in cui si rimette in moto una piccola scintilla. Mi sembra che qui vi sia qualcosa di profondamente analogo con il gruppo di Saraò.
Ma in questo caso mi sembrerebbe utile avere dagli autori qualche rimando clinico di come il gruppo e/o conduttori accendono questa scintilla poiché ho l’impressione che questa questione rimanga troppo sullo sfondo.
Allora scelgo la via dell’associazione libera e mi soffermo su un termine dal forte potenziale evocativo che è quello di caricatura utilizzato da Badaracco.
Una caricatura, sappiamo tutti, nel suo significato etimologico ma anche nel linguaggio comune è un ritratto che con intenti comici o satirici, accentua fino alla deformazione i tratti caratteristici di un soggetto: la caricatura quindi rientrerebbe in ciò che Bion definitiva le trasformazioni proiettive ovvero dove le figure subiscono un processo molto deformante ma dove è ancora presente un contenitore in cui può aver luogo la proiezione di propri oggetti interni.
Ora gli autori si riferiscono a pazienti schizofrenici e psichiatrici dove quindi mi sembra prevalgano le trasformazioni in allucinosi in cui o il contenitore non c’è, o il contenitore è frammentato o decomposto o scomposto come abbiamo modo di vedere in diversi quadri futuristi come in Balla o Boccioni.
Allora qui gli autori toccano un punto centrale e dicono: “i pazienti iniziano a manifestarsi, agli occhi dei curanti, come delle caricature dei genitori” e si presume che grazie a questo riconoscimento dei curanti, i genitori stessi possono operare questo riconoscimento. Ma come? Intanto vi chiedo se caricatura in spagnolo ha lo stesso significato che in italiano in quanto faccio fatica a ravvisare qualcosa di comico o satirico, forse si può più pensare alla rappresentazione del grottesco.
Detto questo ho l’impressione che, seguendo la pista bioniana, che gli autori facciano riferimento ad un passaggio dalle trasformazioni in allucinosi alle trasformazioni proiettive il che contiene anche forti cambiamenti catastrofici.
E’ questo che voi intendete? Il fatto che il genitore in questo figlio vuoto, frammentato, scomposto, reso estraneo ritrovi fili comuni, familiari il che significa anche, in modo sconvolgente, ritrovare dentro di sé aree psicotiche della mente?
Sarebbe anche interessante sapere qualcosa di più da voi, che vi occupate di gruppi multifamiliare se pensate che queste stesse condizioni avvengano quando si hanno situazioni opposte ovvero che è il genitore e non il figlio ad essere un paziente schizofrenico e psichiatrico.

Veniamo quindi al lavoro di Foresti che affronta la tematica gruppale nelle sue dimensioni molto complesse con un riferimento anche qui al lavoro con i pazienti gravi.
I suoi riferimenti teorici e tecnici rappresentano una rivisitazione in progress delle intuizioni e delle esperienze pioniristiche che Bion iniziò a fare con il gruppo in tempo di guerra e di cui vorrei fare solo un breve accenno.
Grazie alla sua esperienza sul campo, Bion ha ritenuto fondamentale il lavoro di gruppo e nel gruppo in quanto poteva favorire una cooperazione che ampliava gli aspetti conoscitivi e scientifici dell’individuo e della collettività; tuttavia l’esperienza sul campo gli ha indicato contestualmente che il gruppo eera sottoposto a pressioni emotive estremamente intense che spesso ostruivano o attaccavano queste possibilità di crescita e di sviluppo. Bion, nei suoi lavori con i gruppi prima a Northfield e poi alla Tavistock, si è trovato, con assoluto stupore ad attraversare e contenere, come un soldato in battaglia sotto i bombardamenti i contenuti angosciosi e violenti che circolavano nel gruppo. L’esperienza e lo studio dei gruppi ha quindi rappresentato una “pietra miliare” per lo sviluppo delle sue teorie perché il gruppo, come un osservatorio privilegiato metteva in luce la potenza dei flussi emotivi e psichici dentro l’individuo e nella relazione con l’altro.
Bion si rese conto di come uno stesso individuo poteva cambiare se inserito in un gruppo: infatti “l’individuo in un gruppo tornava ad usare come per massiccia regressione dei meccanismi mentali primitivi attraverso i quali perdeva la propria individualità per far parte di un gruppo” (11) e divenire l’espressione delle emozioni basiche di gruppo; grazie all’osservazione sul gruppo si poteva anche evincere che l’individuo stesso poteva essere immerso ed impregnato in una condizione protomentale cioè in uno stato della mente primitivo, indifferenziato, automatico, funzionante secondo il registro degli elementi beta.
L’occasione di questo panel mi ha ridato l’opportunità di ripensare ai seminari di Bion tenuti a San Paolo, Los Angeles, New York, in Italia e all’Istituto Tavistock, e sono rimasto francamente colpito dalla capacità di Bion di mettersi in gioco e di mettere in gioco il gruppo dei colleghi embricando in modo straordinario emozioni intense con sofisticate e complesse teorie della mente ma con un richiamo costante di Bion a ritrovare la propria O attraverso il filo e la catena dei pensieri senza pensatore. Questo comportava anche un attraversamento molto doloroso della propria mente individuale e grippale come si può evincere da un passo di un seminario italiano del 1977 che cito “ quando ci sono molti individui qui ci sono anche molti pensieri senza un pensatore…ed ipotizzo che stiano cercando un pensatore” (Seminari italiani 61) ed in questo stesso seminario Bion sollecita il gruppo a parlare dicendo “per quanto selvaggio sia il pensiero, per quanto esso sia irrazionale, non accettato, non accetabile, non pensabile, per il gruppo e per la persona mi sto aspettando in realtà che voi siate coraggiosi” (ibid 62) …e superare la paura di esprimere i pensieri erranti, da qualsiasi luogo essi vengono, perché si ha paura dell’accoglienza che riceveranno” (ibid 76).

Quello che Bion propone, da ex-militare di guerra come egli è stato è una disciplina ferrea sui pensieri indisciplinati: egli
raccomanda questa disciplina ad allievi, analizzandi, colleghi, come testimoniano tutti i suoi seminari di gruppo svolti tra il 73 ed il 79 e dove questa disciplina è caratterizzata dalla pazienza di attendere l’arrivo del fatto prescelto.

Ci tengo molto al termine di disciplina poiché mi pare che esso sia un filo rosso fondamentale di come si svolge il lavoro di gruppo presentato da Foresti.

La figura del convener, nell’attraversamento delle tre fasi, mi appare come il rappresentante di una disciplina molto articolata e che trova le sue radici nella proposta bioniana dei seminari.
A tale proposito ho anche pensato che non è casuale che Foresti nel suo lavoro non faccia riferimento al terzo assumto di base quello di dipendenza: infatti, ma questa potrebbe essere una mia illazione, la disciplina è data proprio dallla non-dipendenza dal leader, dal conduttore ma dalla possibilità di lasciare transitare in totale libertà i propri pensieri selvatici. L’idea di fondo è quindi che questi gruppi non sono caratterizzati né dalla sottomissione dal leader o dal leader-pensiero, né tanto meno dal conformismo al gruppo, ciò che Ambrosiano e Gaburri evocavano come l’ululare con i lupi.
Ed in linea con questo è il richiamo di Foresti in questi contesti all’evitamento dell’interpretazione.
Infatti per me l’interpretazione è lo specifico della situazione analitica, è uno dei nostri utensili fondamentali quando siamo con il paziente o con il gruppo dei pazienti, ma diviene uno strumento non selvatico come Bion lo intende, ma selvaggio se adoperato in contesti che non sono prettamente psicoanalitici.
Una cosa infatti è interpretare ed un’altra è attivare e far circolare dei pensieri come mi sembra ben evidenziato nel lavoro di Foresti.

Forse quello che mi piacerebbe discutere con Giovanni e con gli altri colleghi è l’affermazione conclusiva secondo cui “l’azione terapeutica sarebbe impedita dal peso del passato, ed il lavoro clinico diverrebbe impossibile”.
Ci riferiamo all’analisi, all’istituzione, al gruppo terapeutico?
Non possiamo integrare per esempio la teoria del transgenerazionale o più in generale le teorie che si fondano sulle origini della vita psichica con quelle teorie che sostengono di sostare sull’hic et nunc, sui momenti ora , sulla centralità della relazione e dell’incontro?
Mi pare che queste domande siano sfide importanti per vedere come far coabitare la psicoanalisi della contemporaneità con la psicoanalisi agli esordi. D’altra parte voglio ricordare che non potrebbe esistere una psicoanalisi della contemporaneità se non vi fosse stato Freud o i suoi mirabili saggi “Psicoanalisi delle masse” o “Il disagio della civiltà” e mi riferisco naturalmente solo a questi testi visto che siamo in un panel sui gruppi.