Parole chiave: psicosi, psicoanalisi contemporanea, Bion
Cosa ci insegna la psicosi per la cura psicoanalitica contemporanea?
A proposito di ‘Il furto del tempo e altre sparizioni’ di Riccardo Lombardi
Maria Paola Ferrigno
«Non siamo nati per morire ma per cominciare».
(Hannah Arendt, Vita activa)
Ho scelto questa citazione di Hannah Arendt come esergo di queste mie note, pensando al lavoro psicoanalitico con pazienti gravi che, siano essi bambini o adulti, sembrano vivere in un mondo che non ha avuto un vero inizio. Nel lavoro psicoanalitico con questi pazienti, tutto sembra doversi rivolgere al cominciare, una apertura a un ex-novo di qualcosa che non c’è mai stato ma che, necessario alla vita, è costantemente ‘cercato/atteso’.
‘I tropismi sono la matrice da cui scaturisce tutta la vita mentale. Perché sia possibile la maturazione, devono essere evinti dal vuoto e comunicati. Proprio come per il sostentamento della vita infantile è necessario un seno, o un suo equivalente, così è necessario un equivalente mentale al seno primitivo, per il sostentamento della vita mentale’ (Bion, 1996, pag.56).
Mi diventa più chiaro, allora, il suggerimento di Bion ‘Il paziente come miglior collega…l’unica persona che puoi essere certo abbia la conoscenza vitale’ (Bion, 1977, pag.104) e ancora ‘…io credo che riguardo all’essere attaccati al seno il lattante ne sappia molto più di qualsiasi psicologo o psicoanalista’ (Bion, 1989, pag. 28) e penso al lavoro analitico nel suo essere una esperienza costruita insieme, in quell’inevitabile e necessario ‘two-way affair’ (Bion, 1974).
Quel che tutti sperimentiamo è che il lavoro terapeutico con pazienti gravi ci mette in gioco con livelli di profondità che dinamizzano il lavoro analitico e, di conseguenza, è una esperienza che ci consente di affrontare, in modo più profondo, anche pazienti maggiormente integrati.
Potremmo interrogarci, pertanto, su quanto ci possa essere utile avvicinarci a qualcosa di meno evidente nel paziente integrato, quella che Bion chiama l’area psicotica del funzionamento mentale (Bion, 1967), i livelli non squisitamente relazionali, affinché l’analisi sia pienamente trasformativa. In buona sostanza, potremmo chiederci come intendiamo la cura oggi, in una contemporaneità che conduce nelle nostre stanze d’analisi pazienti spesso poco integrati sotto una scorza apparentemente nevrotica che, pertanto, ci chiamano a un contatto con aspetti molto primitivi del loro funzionamento mentale.
Non potremmo pensare alla personalità psicotica come una ‘variante’ che appartiene a ogni individuo? E, di conseguenza, riconoscere che la cura analitica possa utilmente occuparsi anche di un’area psicotica?
In tale visione, forse, pur riconoscendo l’importanza della componente relazionale del lavoro analitico, potremmo meglio aiutare il paziente a fare i conti con il vero se stesso, aiutarlo a diventare ‘Un essere umano capace di usare la propria vita’. (Bion, 1989, pag 47)
Dove abita l’area psicotica del paziente e, a fronte di questo, cosa può insegnarci la psicosi per la cura psicoanalitica nella pratica clinica attuale?
In questa visione della cura, non solo nel lavoro con pazienti gravi, diventa necessario il confronto con le dimensioni di ‘corpo-spazio-tempo’, interlocutori privilegiati nel divenire della mente.
Penso allora al lavoro di Armando Ferrari (1992) che ci propone, con molta convinzione, che il primo oggetto È il corpo, peraltro interlocutore di ogni soggetto per tutto il corso della vita anche nel suo costante cambiamento, un corpo che diventa elemento motivazionale per ‘fare’ un lavoro interno, senza timore di perdere l’ancoraggio alla relazione d’oggetto.
Ho trovato un significativo aiuto a orientarmi nei complicati scenari degli interrogativi nati dal lavoro della cura di patologie gravi, leggendo l’ultimo libro di Riccardo Lombardi ‘Il furto del tempo e altre sparizioni’ (Lombardi, 2025) che mi pare offra una nuova e preziosa opportunità per transitare nell’accidentato territorio della psicosi accompagnati da un viaggiatore esperto e coraggioso.
Già da tempo interessato all’esplorazione della psicosi (Lombardi 1992, 2004, 2006, 2016c), in quest’ultimo volume la potente esperienza clinica narrata viene presentata attraverso i fitti dialoghi con i suoi pazienti psicotici.
Lo scritto, mentre si intreccia con una puntuale riflessione teorica, ci apre, in qualche passaggio con una certa meraviglia, il doloroso scenario della mente psicotica e i processi che vi accadono.
Lèggere le fitte pagine dei suoi incontri con i pazienti e le riflessioni, cliniche e teoriche, che ne derivano, mi ha richiamato numerose situazioni cliniche vissute.
Assistere alle invasioni di angoscia, ai bizzarri percorsi delle proiezioni, alle presenze inquietanti che abitano la mente psicotica e che trovano, nell’intenso lavoro analitico, una qualche assegnazione di senso, permette graduali evasioni dalla camera degli orrori, interni ed esterni, in cui il paziente abita e ci fa abitare.
Ho trovato, nella ricerca clinica, che Riccardo Lombardi ha iniziato molti anni fa, una nuova e utile espressione di come si possa guardare al lavoro clinico con i pazienti gravi.
‘L’urgenza che più è apparsa all’orizzonte del contesto della mia pratica clinica è quella di cominciare a vivere e diventare persone reali’, scrive l’Autore.
Il linguaggio narrativo è, in alcuni passaggi, crudo e violento (è questo il linguaggio della psicosi così carico di concretezza da connotarsi come pensiero concreto?), in altri passaggi è reso più lieve dalle immagini artistiche e letterarie chiamate in scena o dai brani musicali evocati (è questa la dimensione poetica che sempre accompagna la rêverie?).
Le narrazioni attorno ai suoi pazienti, le parole, e non solo, con cui l’Autore tratta l’odio incandescente dei loro stati mentali, l’intimo contatto con loro attraverso un costante presentarsi di rêverie, l’attenta analisi dei sogni ‘curativi’ (Bion, 1962) e il costante collegamento tra il riconoscimento della morte nel suo ‘costruttivo legame con la creatività e la vita’, mi pare un indiscutibile aiuto nel difficile compito di avventurarsi nella dolorosa misteriosità del funzionamento psicotico e, al contempo, offre una cifra interpretativa utile per ogni intervento di cura psicoanalitico.
L’evidenza della difficile esperienza emotiva nel gestire le ‘ondate oceaniche di odio’ e la distruttività del paziente psicotico e i numerosi esempi del poter resistere e tollerare senza soccombere nella elaborazione dei difficili vissuti emotivi, obbligano ogni analista a una analisi continua di se stesso mentre lavora con il paziente, un working progress di apertura costante, tra intuizione e fede (Bion, 1970) -non solo fiducia- nella validità dello strumento psicoanalitico anche nel trattamento di pazienti molto gravi.
Fin dalle prime pagine del testo, entra in scena la psicosi e il dramma è servito: i mostri che abitano la psicosi prendono voce e corpo e il turbamento di cui parla Bion nell’accostarsi all’inconscio descrivendo l’analisi come ‘…una di quelle rare situazioni in cui degli esseri umani si possono trovare impegnati in una occupazione paurosa senza neanche uscire di casa’ (Bion, 1981, pag105) si mostra in tutta la sua evidenza.
Scorrono le storie di pazienti profondamente intrise di sofferenza psicotica e, attraverso gli scambi vivi tra pazienti e analista, che generosamente e fruttuosamente vengono riportati nei dettagli, è possibile cogliere come ciascun paziente venga accompagnato dal lavoro analitico, svolto con una frequenza media di quattro sedute la settimana, nel difficile lavoro della elaborazione dell’odio, collegato con il limite, la vita e la morte, verso la possibile ‘continuità di esistere che altrimenti sarebbe minacciata’.
In un momento storico in cui un’alta frequenza del lavoro analitico-le quattro sedute settimanali che prima erano una prassi condivisa- diventa esperienza sempre meno presente, assistiamo alla sua realizzazione: è questo un setting di cui il paziente grave ha bisogno?
È possibile interrogarsi su questo senza lasciare che le nuove prassi-indubbiamente imposte dalla ‘contemporaneità’- allontanino l’alta frequenza in una lenta e silenziosa dissolvenza?
I territori emotivi e le catastrofi emozionali dei pazienti vengono descritti da Lombardi nel dettaglio mentre, in parallelo, trova voce anche l’intenso lavoro di elaborazione delle potenti esperienze emotive dell’analista: possiamo osservarlo al lavoro, assistere agli scambi con i suoi pazienti, all’emergere di importanti cambiamenti intrapsichici e relazionali verso l’attivazione di una capacità di sognare, evidenza del valore trasformativo del lavoro analitico e del valore costruttivo del cambiamento catastrofico (Bion, 1981).
Nella cura dei pazienti gravi, e nella ‘catastrofe psicotica’ che li riguarda, si sente, in Lombardi, la eco del pensiero di Matte Blanco – un tema particolarmente sviluppato in Ginzburg e Lombardi (2007) e Lombardi (2006, 2015) – la profonda conoscenza soprattutto del pensiero di Bion (Lombardi 2012, 2016b, 2017), ma anche di Armando Ferrari, Grotstein e Tustin anche se ogni voce trova un timbro personale incarnato.
Come ci possono aiutare i nostri Maestri a trovare la nostra personale voce in una Psicoanalisi che, in quanto Oggetto Vivo, inevitabilmente evolve?
Il tema del tempo: è il tempo che trascorre e impone un aggiornamento della tecnica e della teoria psicoanalitica in parallelo all’evoluzione degli scenari clinici che i pazienti portano; è il tempo lungo dell’analisi e, talvolta, dell’analisi in due tempi; è il tempo ‘come parte del test di realtà inteso da un punto di vista psicoanalitico’; è il tempo come limite e confine; è il tempo della fine dell’analisi; infine è il tempo come consapevolezza della temporalità, una dimensione che viene perduta negli stati mentali primitivi, in cui ‘la misura fisica del tempo (viene) sperimentata come primo rappresentante della realtà della perdita, ovvero dei limiti che la realtà impone alle aspettative senza limiti del paziente’.
Infine, è anche il tempo collegato ‘al conflitto profondo di riconoscimento della morte nel suo costruttivo legame con la creatività e la vita’.
La consapevolezza della morte, limite ‘estremo’, e del tempo, ‘giocano un ruolo centrale nel processo analitico, svolgendo un ruolo chiave nel trattamento psicoanalitico della psicosi. […] (dove) si può realizzare un vero e proprio furto del tempo […]. Con la falsa soluzione della sparizione del tempo e della vita, la morte apparentemente cessa di essere un limite reale e fonte di angoscia. L’esplosione della follia ha il valore di fare emergere allo scoperto il conflitto aprendo, al tempo stesso, ad un possibile cambiamento’.
È attraverso il corpo- del paziente e del terapeuta- che anche la consapevolezza della morte permette di conquistare il senso del limite, un elemento che, non inteso come pulsione di morte, possa guidare verso una vita personale più autenticamente intrisa di verità.
E’ così che troviamo altri temi cari a Lombardi: l’importanza del corpo in psicoanalisi – un tema che si costruisce a partire dalla sua personale lettura dell’evoluzione Freud-Klein-Bion (Lombardi 2012, 2019) – ma anche il transfert sul corpo (Lombardi 2022) e la rêverie corporea dell’analista, che trova ampio spazio nei suoi lavori. In quest’ultimo testo, attraverso le diverse descrizioni cliniche, la questione che riguarda il corpo viene declinata non solo come un corpo costantemente coinvolto e drammaticamente invaso da esperienze sensoriali disorganizzanti, ma anche come un corpo che partecipa con una cifra acustico-musicale.
Il corpo dell’analista, allora, si fa ascolto, rêverie e strumento sonoro che ri-suona con il paziente attraverso un intreccio suggestivo tra partecipazione somatica, sensazioni e vissuti musicali, preziose esperienze sensoriali nella mente dell’analista.
In tal modo, l’esperienza sensoriale/emotiva/corporea dell’analista si fa assegnatore di senso ai bisogni emozionali primari del paziente per ‘procedere verso forme mentalmente più organizzate in senso spazio-temporale, nonché contribuire all’insieme dei processi comunicativi consci e inconsci della coppia analitica’.
Assistiamo alla ricomposizione di legami tra immagini mentali e stati emotivi che riparano ‘la dissociazione che contrapponeva mente e corpo, pensieri e sensazioni, [un] sentire [che era stato] eliminato’.
Riflettendo sull’importanza della elaborazione di tali vissuti dell’analista, torna, presente e forte, la mia esperienza di Infant Observation, fatta ormai molti anni fa, un apprendimento prezioso, direi necessario, per il lavoro analitico, quell’esercizio costante atto a sviluppare nell’osservatore l’attenzione a ogni dettaglio, attraverso il corpo e ogni senso, ma anche ad essere presenza ricettiva nello scambio emotivo tra il conosciuto e l’ignoto, disposti a vivere anche le rotture dei propri schemi ed equilibri nell’attesa di una possibile ‘digestione psichica’ (Bion, 1992), un’esperienza che si ri-presenta in tutta la sua pregnanza nel lavoro analitico, in particolar modo nel lavoro con i pazienti gravi.
Infine: La Psicoanalisi Ontologica
L’ultimo capitolo del testo che ha ispirato le mie riflessioni, ‘Esiste una psicoanalisi ontologica?’, si offre, nell’incipit, come una conversazione con Thomas Ogden, un dialogo ‘a distanza’ che, partendo da un loro scambio sullo Psychoanalytic Quarterly nel 2018, permette a Riccardo Lombardi di offrire una sua personale visione della psicoanalisi ontologica o, per meglio dire, della psicoanalisi con pazienti gravi, mettendo in luce la vicinanza del pensiero tra i due Autori ma anche le loro differenze che sono inevitabilmente derivate dalla loro rispettiva esperienza clinica.
In una evidente coerenza con i punti cardine della sua visione del disturbo mentale e, di conseguenza, del suo metodo di lavoro, Riccardo Lombardi integra la visione di una psicoanalisi ontologica di Thomas Ogden –l’experiencing in analisi- aggiungendo, all’esperienza relazionale con l’analista, l’attenzione che va data al conflitto corpo-mente, ‘…un conflitto di sostanze’, concretezza e astrazione, il conflitto con il tempo e la temporalità, in buone parole ‘sento il mio corpo, quindi sono’.
Come avevamo già visto in Metà Prigioniero Metà alato. La dissociazione mente-corpo in Psicoanalisi (2016), per Lombardi l’ontologia dell’individuo si basa prima di tutto sul suo ‘fondamento corporeo’ e il suo invito è guardare al lavoro psicoanalitico come a qualcosa di vivo che, in quanto tale, deve poter evolvere verso nuove ipotesi di lavoro insieme ai pazienti che, ben sappiamo, cambiano costantemente.
La dimensione ontologica coinvolge anche il tema della morte, intesa come ‘un derivato della questione più ampia del corpo’, poiché può divenire pregiudiziale all’accesso alla vita; per questo l’Autore suggerisce -e lo dimostra con la ricca clinica presente nel libro- di ‘avvicinare l’ontologia del paziente a partire dai livelli corporei e dai livelli mentali più elementari, come il tempo e lo spazio […] anche se non coincidono col simbolismo e il mondo relazionale dei livelli più integrati’.
Siamo tutti d’accordo quando parliamo di Psicoanalisi Ontologica?
Nella visione di Lombardi, psicoanalisi ontologica e psicoanalisi epistemologica sono ‘due facce della stessa medaglia’; ciò che risulta importante è aver presente che i livelli arcaici di funzionamento sono sempre intrisi di conflitto ‘e la presenza di conflitto diventa un forte elemento unificante tra i diversi livelli di funzionamento che possono essere esplorati dalla psicoanalisi’.
La vita dello psicoanalista è, anche, una vita in solitudine.
A volte, però, si trovano Compagni di viaggio che ci fanno sentire meno soli.
‘Una realtà non ci fu data e non c’è:
bisogna farsela’.
(Così è se vi pare, Luigi Pirandello)
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