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“Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia” di Anna Nicolò. Recensione di Ludovica Grassi

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 “Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia” di Anna Nicolò

Parole chiave: Difese transpersonali, Inconscio ectopico, Interazioni, Legame, Transgenerazionale

 “Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia” di Anna Nicolò
Cortina, 2025

Recensione di Ludovica Grassi

Leggere questo nuovo e prezioso libro di Anna Nicolò, amica, maestra e collega di lunga data, è stato come ritrovarla in tutte le sue caratteristiche: in particolare, la sua generosità e franchezza nell’esprimere le sue posizioni, nonché la sua creatività sul piano teorico e la sua grande intuizione ed esperienza nella pratica clinica. Doti che le permettono di cogliere con immediatezza il punto chiave da cui partire con il lavoro analitico e interpretativo. In questo testo, che prossimamente sarà pubblicato in inglese da Routledge, sono esposte in forma organica e articolata tutte le idee che nel corso degli anni l’Autrice ha elaborato riguardo al lavoro nel setting analitico esteso alla coppia e alla famiglia, sempre intrecciate ad esperienze dirette con i pazienti, esposte e condivise con grande sensibilità comunicativa. Non manca il costante riconoscimento degli apporti ricevuti dagli autori che hanno scritto la storia della psicoanalisi con insiemi plurisoggettivi, originalmente sviluppati e ampliati dalla nostra autrice, oltre al frequente richiamo di concetti di autori che mai avrebbero pensato di occuparsi di coppie e famiglie!

Nella premessa del libro Anna Nicolò cita l’espressione “Je est un autre” di Arthur Rimbaud, che già nel 1871 rappresentava così l’idea della molteplicità e instabilità dell’identità, costituita da una complessità di livelli diversi: il poeta deve essere veggente e cogliere le voci altre che lo parlano, così come noi psicoanalisti dobbiamo prestare ascolto alle diverse voci che ci arrivano attraverso lo psichesoma del paziente e il nostro, nell’ambiente della cura. Nella famosa frase di Freud per cui “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto […] la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale” (1921, p.261), non solo vediamo prefigurati concetti poi sviluppati nella psicologia dell’Io (modello), nella teoria delle relazioni oggettuali (oggetto) e in quella winnicottiana della madre ambiente (soccorritore), e le tematiche inerenti alla pulsione aggressiva e all’identificazione proiettiva (nemico), ma troviamo il germe delle apparentemente più recenti teorie intersoggettive. Focalizzandosi sull’intersezione fra intrapsichico e interpersonale, oltre che sulle interazioni reciproche fra osservatore e osservato, l’Autrice ci mostra come sia possibile non solo una psicoanalisi della coppia e della famiglia, ma anche aprire la strada a nuove ricerche e ipotesi sul funzionamento dell’inconscio, concetto nucleare della psicoanalisi.

L’idea centrale, che percorre tutto il libro Gli inconsci che ci abitano attraverso le diverse articolazioni della psicoanalisi della coppia e della famiglia, è quello di un inconscio non più limitato all’intrapsichico, ma esteso oltre i limiti del soggetto, molteplice ed ectopico, collocato nei legami intersoggettivi e nei fenomeni transpersonali e transgenerazionali. Anche qui possiamo ritrovare ciò che era in germe nell’idea freudiana per cui “la psiche è estesa, di ciò non sa nulla…”. Non solo, ma le origini stesse dell’inconscio non possono più considerarsi individuali e intrapsichiche, idea che a mio avviso è stato Jean Laplanche a sviluppare pienamente, sostenendo “il primato dell’altro nella vita psichica”. Nella sua teoria della seduzione generalizzata, la situazione antropologica fondamentale comporta che ogni bambino appena nato sia in contatto con uno o più adulti da cui dipende per la sua sopravvivenza; l’adulto, dotato di un inconscio sessuale specificamente attivato dalla presenza di un neonato, invierà al bambino, accanto ai messaggi di cui è consapevole, centrati sull’autoconservazione e l’attaccamento, altri messaggi ignoti a lui stesso, impregnati di significanti sessuali, dunque messaggi enigmatici. La psiche immatura dell’infans, non possedendo tutti i codici necessari alla traduzione di tali messaggi, lascerà immutati (intradotti) alcuni dei significanti recepiti, e questi resteranno in lui come oggetti fonte da cui avrà origine l’inconscio pulsionale, che dunque non è innato o di origine biologica, ma proviene dall’altro, che ci abiterà per sempre come inesauribile fonte pulsionale. Un inconscio così contaminato dall’alterità, e più specificamente dall’altro in persona (Der Andere), viene a comprendere configurazioni quali le fantasie inconsce condivise, i legami co-costruiti, i miti, i riti e i sogni come produzioni dei diversi insiemi plurisoggettivi cui apparteniamo.

La prima e centrale questione affrontata nel libro riguarda la possibilità stessa di esistenza di una psicoanalisi della coppia e della famiglia, che quindi superi l’idea freudiana per cui il metodo psicoanalitico non ammette testimoni. Punto di partenza è l’idea che la famiglia sia la matrice di base su cui si forma il nostro sé individuale attraverso differenziazioni, riprese e trasformazioni. Così nel setting terapeutico, a partire dai livelli più primitivi del funzionamento gruppale, la famiglia potrà riprendere la mitopoiesi e la trasformazione di aspetti traumatici e conflittuali che a livello psichico individuale non hanno potuto ancora essere rappresentati, pensati e verbalizzati.

Si tratta di mantenere la continuità della nostra identità di psicoanalisti pur attraverso le inevitabili trasformazioni richieste dalle forme di sofferenza presentate dai nostri pazienti e dalle loro diverse domande di cura. Secondo l’Autrice, lavorare in un setting di coppia o di famiglia richiede un articolato cambiamento di prospettiva, che include: il considerare il paziente come portavoce o portaparola del gruppo; la rivalutazione delle interazioni sia come strumento di comunicazione degli assetti familiari ed espressione di funzionamenti arcaici, sia come punto d’incidenza dei nostri interventi; la comprensione dei legami come terzo elemento co-costruito, quindi differenziati dalle relazioni oggettuali; l’individuazione di difese inter- e transpersonali e, infine, una concezione dell’inconscio esteso oltre il singolo soggetto nello spazio e nel tempo. In generale, questo approccio permette di evidenziare, e possibilmente di trattare, sia aspetti dissociati, scissi, denegati, spesso carichi di elementi traumatici e produttori di segreti, di vuoti rappresentativi, di sintomi somatici e di una modalità di pensiero operatoria, sia livelli di funzionamento estremamente primitivi in cui la differenziazione fra stati somatici e stati psichici, e fra sé e altro, viene meno.

Uno degli autori che hanno ispirato la concezione dell’inconscio plurale sviluppata dall’Autrice è René Kaës, che colloca l’inconscio in più spazi, intra-, inter- e trans-psichici, ipotizzando che “l’inconscio del singolo soggetto dell’inconscio si collochi in un luogo ectopico o extra topico, in un topos esterno, impensabile per le categorie della metapsicologica costruita sulla cura classica e inaccessibile con gli strumenti abituali del suo metodo” (citato a p. 17). Oltre che nello spazio, la psiche è estesa anche nel tempo, percorrendo l’inter- e il transgenerazionale; quest’ultimo porta all’incorporazione di elementi alieni nel soggetto, descritti con sfumature diverse da vari autori, quali ad esempio le cripte di Abraham e Torok e le identificazioni alienanti (Cahn, Faimberg, Badaracco). Nella clinica e nella teoria degli insiemi plurisoggettivi va poi tenuto presente, accanto all’inconscio rimosso descritto da Freud nella prima topica, l’esistenza di un inconscio non rimosso, declinato variamente da autori diversi, a partire da Freud stesso. La difficoltà è dunque quella di integrare, nel lavoro clinico con le coppie e le famiglie, il livello intrapsichico e quello interpersonale, e le loro mutevoli articolazioni. La possibilità di accedere a livelli plurimi e stratificati di funzionamento psichico e somatopsichico rende l’approccio presentato da Anna Nicolò particolarmente indicato per le patologie perverse e psicotiche, data la loro qualità eminentemente transpersonale. Va sottolineato come questa attitudine mentale si riveli molto utile anche nel nostro lavoro analitico con i pazienti che vediamo individualmente sul lettino, permettendo un’estensione della mente analitica.

Un altro nucleo teorico del libro e del sistema di pensiero di Anna Nicolò si basa sul concetto di legame, elemento terzo co-costruito inconsciamente da almeno due persone che ne vengono a loro volta influenzate; esso include la presenza irriducibile dell’altro, e dunque supera il concetto di relazione oggettuale, in cui dominano i meccanismi proiettivi e la rappresentazione di un oggetto che rimanda sempre a quello originario. Da questo punto di vista, possiamo parlare di legami soggettuali, in cui il soggetto è “il termine di un processo di scambio psichico, e quindi egli è come soggetto altro, un altro soggetto che insiste e che resiste in quanto altro” (Kaës, 1994, citato a p.27). Un posto ugualmente fondamentale, in questo modello di funzionamento di insiemi plurisoggettivi quali la coppia e la famiglia, è occupato dal meccanismo difensivo della traslocazione nell’altro della sofferenza o di altri elementi inaccettabili: essa può avvenire nello spazio, come accade quando un membro del gruppo assume la funzione di portaparola per altri, o nel tempo, come avviene nella trasmissione transgenerazionale.

Molto utile è la delucidazione delle differenze fra legami intergenerazionali, che trasmettono da una generazione all’altra elementi psichici elaborati o elaborabili, basati sull’alterità e la differenziazione fra soggetti, e la trasmissione transgenerazionale, in cui contenuti non elaborati attraversano le generazioni in forma immutata, non riconoscendo l’alterità e in assenza di uno spazio transizionale in cui possano compiersi delle trasformazioni: una forma agita di memoria che porta all’incorporazione di elementi alieni, all’origine di agiti, sintomi somatici o gravi forme di psicopatologia.

L’attenzione costante dell’Autrice ai cambiamenti avvenuti e in corso nell’organizzazione familiare, le permette di affrontare problematiche molto attuali che osserviamo sempre più spesso nella nostra pratica clinica. Particolarmente acuta mi pare la sua proposta di una crisi delle funzioni introiettive della coppia genitoriale come strumento interpretativo di molte delle difficoltà attuali delle famiglie e delle coppie. I temi trattati nel libro sono numerosi e ben approfonditi, e non è possibile riassumerli nello spazio di una recensione. Vorrei accennare al capitolo sulla trasmissione del trauma nella famiglia, e alle difese inter- e transpersonali implicate. Spesso i traumi non trovano contenimento ed elaborazione, anche perché scissi, denegati e dissociati, per cui in questa forma non simbolizzabile vengono traslocati nel tempo e nello spazio, quindi nelle generazioni successive, insieme con le difese organizzate dall’individuo e dal gruppo contro di essi: in questo modo il trauma conserva una dimensione attuale, che perpetua una modalità alterata di funzionamento, traumatica a sua volta. In essa è compreso il segreto, inteso come modalità di funzionamento anti memoria che perpetua la scissione identitaria dei soggetti in un doppio registro rappresentativo. Il mito familiare, invece, può essere considerato come tentativo di elaborazione del trauma, codice traduttivo e prescrittivo del comportamento dei membri della famiglia, ma anche punto di aggancio interpretativo e trasformativo.

Il capitolo Il sogno e l’inconscio nella coppia e nella famiglia ci offre una prospettiva estesa del sogno, nelle sue dimensioni intrapsichica, interpersonale ed espressione del legame che unisce il soggetto alla coppia o alla famiglia. Il sognatore diventa così portaparola del gruppo, e può sognare al posto dell’altro, come nella famosa novella Doppio sogno di Schnitzler; oppure i sogni dei membri della famiglia o della coppia possono presentare problematiche analoghe cui ognuno contrappone difese differenti. Il sogno riferito in una seduta familiare o di coppia può avere una funzione trasformativa, indicando un movimento delle dinamiche gruppali, oppure costituire un agito; inoltre può attivare l’attività onirica degli altri componenti della famiglia, fino a svolgere una funzione terapeutica, anche perché la sua dimensione polisemica permette ai membri del gruppo di sognarlo a loro volta e di svolgere la funzione di co-terapeuti.

Prima di concludere, vorrei segnalare che è possibile rilevare altre forme dell’inconscio oltre a quelle trattate nel libro, quali l’inconscio etnico, descritto da Devereux (Saggi di etnopsichiatria generale, 1973), e l’inconscio sonoro (Grassi, 2021), che evidenzia la natura musicale dell’inconscio, dove la musica e l’esperienza sonora sono principi organizzativi fondamentali della psiche, che si attivano già nella vita intrauterina. Un aspetto che rende particolarmente pertinente il concetto di inconscio sonoro alle concezioni che vedono la famiglia, la coppia o il gruppo come organismi che producono legami, fantasie, sogni e miti condivisi, è la struttura polifonica che accomuna musica e inconscio, richiedente un ascolto contemporaneo di più voci eterogenee e al tempo stesso dell’insieme complesso che esse producono. Dunque il cambiamento radicale del setting che caratterizza la terapia della coppia e della famiglia richiede, agli analisti che si cimentano con un paziente costituito da più soggetti ma al tempo stesso unitario, di riuscire a oscillare fra un funzionamento psichico individuale, di coppia e di gruppo, tutti sempre compresenti: un’oscillazione analoga a quella che Georges Devereux aveva descritto come complementarismo, a proposito del ruolo della psicoanalisi e dell’antropologia all’interno dell’etnopsicoanalisi, definendo una nuova epistemologia basata sul dialogo fra discipline diverse e complementari piuttosto che su riduzionistici principi di causa-effetto.

Questo libro ci aiuta a cogliere nelle famiglie e nelle coppie, che costituiscono organizzazioni che durano nel tempo, con una loro origine e una loro storia, l’esistenza di “modi di ammalarsi e di curarsi che utilizzano l’altro, che sono un curarsi nell’altro e un ammalarsi al posto dell’altro”. È una prospettiva che può ampliare e raffinare la nostra sensibilità di psicoanalisti anche nel nostro lavoro quotidiano con pazienti adulti, bambini e adolescenti, per cui la lettura di questo libro non può che arricchirci ed entusiasmarci.

“Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia” di Anna Nicolò. Recensione di Ludovica Grassi Monica Castellini

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