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La funzione psicoanalitica della mente. A cura di Maria Giuseppina Pappa

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Vasilij Kandinskij, Verso l’alto (Empor), 1929

Parole chiave: funzione psicoanalitica della mente, pellicola di pensiero, gruppalità primitiva, emozione/estetica.

La funzione psicoanalitica della mente (Giovanni Hautmann, 1981)

A cura di Maria Giuseppina Pappa

Giovanni Hautmann chiama funzione psicoanalitica della mente (Hautmann, 1981) quella disposizione mentale dell’analista che ha per fine la realizzazione del lavoro analitico nella sua specificità.

Giovanni Hautmann appartiene a quella generazione di psicoanalisti italiani che si è formata tra gli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, che ha sviluppato la propria identità analitica tra lo studio e la rivisitazione dell’opera di Freud e il crescente rapporto con autori stranieri, specialmente di provenienza anglofona, che hanno formulato nuovi modelli descrittivi della mente e nuove modalità operative. Hautmann è stato particolarmente segnato dal pensiero di Bion, cosa che egli stesso ha riconosciuto in alcuni suoi lavori, tra i quali il libro Il mio debito con Bion (1999a). Egli riconosce a Bion il merito di aver collocato la psicoanalisi tra le funzioni della mente: nel considerarla contenitore o sonda, la psicoanalisi, attraverso Bion, appare come una modalità specifica del pensiero, un modo di entrare in una relazione mentale con l’altro e con se stessi. Al pari di ogni funzione, la funzione psicoanalitica della mente ha bionianamente dei fattori, variamente rappresentati, come ad esempio la capacità di ascolto, la capacità di aggiustare la distanza, la capacità di tradurre in parole e di fare silenzio, la capacità di richiamare il pensiero teorico e di lasciarlo scolorire e via dicendo. Il rapporto di tali fattori con la funzione stessa è a sua volta concettualizzabile secondo il modello contenuto-contenitore, categoria verità-falsità (Gregorio Hautmann, Andrea Marzi, 2020). Giovanni Hautmann ritiene che la funzione psicoanalitica della mente operi, al suo più elementare livello, attraverso l’immaginazione iconica, l’immaginazione visiva che assume varie forme, a seconda del grado di fluttuazione regressiva in cui l’analista si trova per le proprie modalità relazionali di porsi con il paziente, o per dinamiche controtransferali più o meno legate alle modalità relazionali del paziente stesso. La componente visiva è e rimane pur sempre il primo livello di organizzazione simbolica che entra in opera nella mente dell’analista, l’anello necessario anche se certo non sufficiente per una attribuzione di senso. Essa può risultare ora meno evidente ad un livello di funzionamento egoico più integrato, ed ora invece avvicinarsi sempre più alle forme del sogno, nelle condizioni di regressione funzionale. Tale immaginazione visiva attiene alla mente dell’analista al lavoro, ma comprende anche una qualità relazionale derivante dall’apporto complementare e/o sintonico da parte del paziente, che è fonte delle afferenze acustiche, motorie, affettive e in particolare visive.

Francesco Conrotto (2020), nel considerare Giovanni Hautmann un “precursore della psicoanalisi attuale”, sottolinea come non si possa dire che Hautmann fosse semplicemente bioniano, in quanto egli ha sviluppato il proprio pensiero in maniera molto creativa. Sin dagli inizi, l’interesse  clinico e teorico di Hautmann ha riguardato non solo la pratica analitica con gli adulti, ma anche quella con i bambini, nonché il funzionamento dei gruppi, apportando così un contributo antesignano per l’estensione della pratica psicoanalitica a situazioni extra-nevrotiche. Tale estensione infatti derivava dall’interesse di Hautmann sia per il funzionamento dei gruppi che per la psicoanalisi infantile, situazioni nelle quali sono attivi meccanismi più prossimi ai funzionamenti extra-nevrotici. A tale proposito va ricordato il suo grande interesse per le psicosi, in particolare per l’autismo. Molti altri elementi mostrano l’attualità del pensiero di Giovanni Hautmann, permettendoci una comprensione più approfondita del concetto di funzione psicoanalitica della mente. Innanzitutto egli ha rafforzato la tesi dell’esistenza di un’analogia tra la situazione madre-bambino e la dimensione analitica e ha rivolto la sua attenzione alla Relazione Analitica in quanto specifico oggetto di studio e di riflessione. Tra gli elementi specificamente creativi del pensiero di Hautmann sono da annoverare i suoi preziosi contributi sul funzionamento mentale primitivo e la concezione di una sorta di stato di non-integrazione della mente, che è possibile definire come “gruppalità primitiva” (Hautmann, 2002). La gruppalità è da lui ritenuta una situazione proto-mentale, in cui ci si trova in una oscillazione tra livelli rappresentazionali e livelli pre-rappresentazionali, quindi, livelli ancora asimbolici. A partire da questa situazione, nello sviluppo infantile e nella psicoanalisi, si ha un progressivo sviluppo delle funzioni simboliche che Hautmann (1999a) denomina formazione della “pellicola di pensiero”. Si tratta di un processo che è espressione della nascita del Sé, laddove lo sviluppo del pensiero conduce al poter essere. Lo sviluppo del pensiero simbolico, si dispiega attraverso lo sviluppo della pellicola di pensiero, che elicita anche gli elementi estetici (1999a), mostrando così la sua attiguità con la creatività artistica. La prima forma di creatività ha infatti una dimensione oniroide, e per questo la capacità di creare è da intendersi innanzitutto come capacità di vedere. Il “pensiero visivo” è la prima forma di organizzazione della funzione del pensiero stesso, e nella misura in cui il processo di simbolizzazione consente lo sviluppo del desiderio, questo dà avvio alla nascita del soggetto. Se tale processo non può realizzarsi, si ha uno “splitting cognitivo primario”, con la difficoltà di trasformare gli elementi asimbolici in elementi simbolici, con una modalità di funzionamento che è specifica della psicosi e del fallimento della pellicola di pensiero (Hautmann, 1999b). Va sottolineato inoltre che, agli elementi beta e alfa descritti da Bion, Hautmann (2002) ha aggiunto quelli che egli chiama elementi gamma che avrebbero un carattere intermedio tra gli elementi beta e gli elementi alfa. Essi appartengono all’area asimbolica della mente come gli elementi beta, e sarebbero i precursori delle emozioni e dell’attività rappresentazionale, da considerare attinenti alla radice proto-mentale della sensorialità indipendente. Sandra Maestro (2017, Spiweb) osserva che Giovanni Hautmann, accanto al binomio freudiano rappresentazione/affetto introduce quello della emozione/sensorialità che attenuerebbe le distinzioni del primo. Per Hautmann l’osservazione analitica apre a una visuale su movimenti mentali intra-psichici ed inter e trans-personali, sostenuti dall’identificazione proiettiva ed adesiva proprie del sistema asimbolico; in questa matrice protosimbolica gli elementi, dispersi o aggregati che siano, si trovano al limite tra l’ambito psichico e quello fisico, quindi suscettibili di un avvicinamento analitico o biologico. La “pellicola di pensiero” si viene a costituire tra mente e cervello, attraverso l’aggregazione e il coagulo di elementi proto-sensoriali di natura motoria, tattile, olfattiva e propriocettiva. Tra tutti questi elementi, quelli relativi all’apporto visivo,  sono fondamentali per favorire l’esperienza estetica nell’incontro con l’altro e diventano predominanti. La “pellicola di pensiero” consente allo psichismo di disincarnarsi dal biologico e al Sé individuale di emergere dal Sé gruppale.                   

Per quanto riguarda più strettamente la funzione psicoanalitica della mente, attraverso questo concetto Hautmann rivolge la sua attenzione ai fenomeni costitutivi della situazione analitica e del metodo analitico, vedendoli dal punto di vista della mente dell’analista al lavoro. La mente dell’analista è oggettivamente una parte della situazione analitica medesima, ma può anche costituire un luogo soggettivizzante di tutto quanto avviene nella situazione analitica. D’altro canto “l’essenza della psicoanalisi può essere descritta come l’operare di una funzione-pensiero che induce trasformazione e crescita; una funzione che tende a farsi continuamente cosciente di ciò; che organizza le condizioni necessarie e peculiari per potere autogenerarsi; e che ciò avvenga all’optimum nella situazione analitica intesa come metodo. In questa funzione-pensiero converge tutto quanto costituisce l’assetto mentale dell’analista al lavoro”   (Hautmann,1999a, p. 57). Il concetto di situazione analitica è centrale nella teorizzazione di Giovanni Hautmann fin dai primi lavori degli anni ’60, primi anni ’70, ed è da lui prospettata come una sorta di unità vivente, analoga per la psicoanalisi a quello che è la cellula per la biologia. La situazione analitica è da lui visualizzata come un triangolo equilatero, ai cui vertici stanno interpretazione (I), fantasia (F) e setting (S) ed i cui lati, tra di essi compresi, sono rappresentati dal processo analitico (IF), senso di realtà (SF) e relazione analitica (IS). Più in particolare il rapporto tra fantasia ed interpretazione configura il processo analitico; il rapporto tra setting e fantasia è la misura dell’instaurarsi del senso di realtà lungo il percorso dell’analisi; il rapporto tra setting ed interpretazione, configura la relazione analitica, rappresentata da quella serie di fenomeni incentrati prevalentemente nella mente dell’analista, che esercitano il loro influsso sulla relazione con l’analizzando. La relazione analitica è caratterizzata dalla costanza lungo l’arco temporale, il processo analitico è dato dai processi trasformativi, delineandosi così, rispettivamente, l’una come contenitore, l’altro come contenuto, funzioni del campo analitico inseparabili, pur nella loro distinguibilità (Hautmann, 1974, 1984). L’assetto mentale dell’analista è assimilabile alla parte emergente dell’iceberg, la cui parte sottostante corrisponde al pensiero teorico dell’analista e alla distanza che egli vi intrattiene, nelle forme coscienti e nelle forme inconsce, alla vicenda transfert-controtransfert, alla relazione analitica come sistema duale, alla struttura, organizzazione di personalità, storia e cultura dell’analista, e al loro rimodellarsi nella vicenda analitica attuale. Hautmann suggerisce di considerare questi ed altri elementi costitutivi dell’assetto mentale dell’analista, come un insieme i cui componenti sono tra loro collegati, riferendosi  in tal modo a Bion e alla sua teoria delle funzioni e dei fattori. Bion (1963) dà il nome di funzione ad un insieme di funzioni fisiche e mentali governate da uno scopo o diretto ad esso: funzione indica l’attività mentale di una certa quantità di fattori che operano in concordanza per dei fini. Dunque la funzione psicoanalitica della mente si avvale di fattori che sono i modi in cui nella sua mente l’analista vive e rappresenta la situazione analitica, come campo di forze in cui è immerso, come relazione duale, come processo, come mente propria, come mente del paziente, ma che l’analista vive e si rappresenta in funzione di accogliere, comprendere, condividere, risignificare, comunicare, al fine di trasformare e sviluppare. “La funzioneanaliticadellamente”dell’analista cerca un contatto con l’aspetto del campo analitico che maggiormente evoca, in quel momento, una emozione di autenticità e verità. Questi punti del campo sono quelli in cui si gioca, nella conflittualità, la possibilità di trasformazione da elementi asimbolici ad elementi simbolici” (Hautmann, 1999b, p. 9). Il campo analitico è quel luogo dove, sotto osservazione, i “pensieri del sogno”, in continuazione con il sonno e con la veglia, vengono prodotti e significati nella iconografia e nella narratologia. Questa operazione è condotta dalla mente dell’analista e da parte della mente del paziente, sotto la responsabilità dell’analista, sugli elementi del campo che si propongono come insieme di forze, di emergenze di persone, di parti di persone, di coppie o di gruppalità, o di transgenerazionalità. Si tratta di un’operazione propria di una funzione mentale che va da livelli onirico-simili a livelli mitico-narratologici e logico-matematici. Dunque la mente dell’analista al lavoro transita da esperienze assimilabili al lavoro del sogno nel sonno, alle varie modalità del pensiero di veglia nelle sue varie forme. In questa ottica di pensiero, possiamo guardare alla situazione analitica paragonandola al sogno. Possiamo cioè considerare l’attività mentale e il formarsi del pensiero nel campo analitico come la formazione di un sogno allo stato di veglia. Esso si organizza a partire da elementi asimbolici e simbolici, in una condizione mentale di campo cui contribuiscono paziente e analista, che vengono trasformati e integrati ad opera della funzione di ascolto, partecipazione empatica, interpretazione e possibile comunicazione verbale dell’analista. Sempre riferendosi a Bion, Hautmann suggerisce di fare un altro passo nello studio del funzionamento mentale dell’analista al lavoro. Si tratta di considerare che se la funzione analitica opera, e i fattori in cui si esprime la mente dell’analista in modo concordante, sono tesi a promuovere la crescita mentale, noi dovremmo aspettarci di ritrovare nella funzione analitica, tutto quanto Bion ha descritto a proposito del cambiamento catastrofico. A partire dalla teorizzazione di Bion (1962; 1970; 1974), che indica nel cambiamento catastrofico una vicenda interna al rapporto tra contenuto e contenitore, noi potremmo pensare nei termini di contenuto e contenitore il rapporto tra i fattori che attraversano o costituiscono in un dato momento la mente dell’analista e la funzione analitica che tenta di utilizzarli per il lavoro analitico. Nel parlare di “cambiamento catastrofico”, Bion intende qualcosa in cui operano allo stesso tempo violenza, invarianza, sovversione del sistema, promozione di crescita, sia in senso positivo che negativo. Si possono individuare tre forme di legame che si istituiscono tra contenuto e contenitore: la forma conviviale, simbiotica, parassitaria. Nella forma “conviviale” contenuto e contenitore possono esistere ognuno per proprio conto anche senza incontrarsi, ma se nella loro evoluzione si incontrano, in modo puntuale, compare un terzo elemento una condizione nuova, fattore di crescita positiva per entrambi. Anche la forma “parassitaria” comporta la produzione, a seguito di un incontro puntuale, di un terzo elemento, ma in questo caso di carattere distruttivo, con carattere di resistenza al cambiamento. Hautmann (1984) evidenzia che per le loro caratteristiche, il legame “conviviale” e quello “parassitario” appartengono alla dimensione del discreto, mentre il legame “simbiotico” appartiene alla dimensione del “continuo”. L’evoluzione mentale che caratterizza il legame “simbiotico” tra contenitore e contenuto è infatti una condizione di reciproca interdipendenza, vantaggiosa per la crescita, non sempre percepibile, di entrambi. Hautmann evidenzia come “continuo” e “discreto”, se costituiscono una “bipolarità di interdipendenza”, sono fattori di crescita. Dunque tutto ciò riguarda alcuni aspetti della situazione analitica, con particolare riferimento alla loro soggettivazione da parte dell’analista, dal punto di vista degli aspetti continui e discreti, a livello di legami conviviali, simbiotici e parassitari. L’essenza della positività analitica del cambiamento mentale, risiede nell’emozione estetica, essenziale per l’accendersi della vita mentale nelle forme più elementari, come in quelle più complesse. Hautmann (1976; 1978; 1982; 1987; 1990) colloca l’insorgere dell’emozione estetica, a livello del formarsi del simbolo, nell’organizzarsi della raffigurazione visiva come prima forma di conferimento di senso. Questa prima emozione è il germe di tutto quanto di affettivo avrà i caratteri della “passione”, ed ha a che fare col sentimento dell’esserci come espressione soggettiva del formarsi del Sé. Viene così affermato il ruolo dell’emozione estetica fin da questo primo livello generale e di base del funzionamento della mente analitica. Viene anche posta l’attenzione sulla regressione funzionale delle operazioni di pensiero che sottendono il lavoro analitico. La funzione analitica della mente opera secondo una complessità multidimensionale. L’immaginazione visiva dell’abbozzo di “pellicola di pensiero” viene elaborata attraverso la gamma degli aspetti qualitativi e quantitativi in cui il pensiero si sviluppa. L’emozione estetica dunque caratterizza i momenti salienti del percorso analitico e, attraverso livelli progressivi di simbolizzazione, conduce alla comprensione più astratta, alla comunicazione in generale e alla parola interpretativo-costruttiva. Tutto ciò ha delle implicazioni per le condizioni di personalità dell’analista, che vanno messe in relazione con le esigenze del suo assetto mentale operativo e non valutate in sé. Per quanto riguarda il livello immaginativo della funzione analitica,  sono importanti quelle condizioni dell’analista che hanno a che fare con la mente primitiva, cioè i livelli di organizzazione del Sé, l’elaborazione del narcisismo e delle angosce di base (Hautmann, 1976; 1987), le relazioni oggettuali attraverso la posizione schizo-paranoide e depressiva. L’analista infatti, nell’incontro-separazione con il suo paziente (Di Chiara, 1978) attiverà quella funzione analitica nei livelli su descritti.

Concludendo, è possibile pensare alla mente dell’analista come il luogo in cui continuamente si ripropone all’esperienza una vitalizzante condizione psicogenetica: quella della mente primitiva, nelle sue declinazioni peri-natali e neonatali, che la vicenda che è sotto i nostri occhi e che osserviamo nella situazione analitica, ci permette di ricostruire.

Riferimenti bibliografici

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Bion  W.R. (1974), Il cambiamento catastrofico, Loescher, 1981.

Conrotto F. (2020), “Hautmann precursore della psicoanalisi attuale”, in Giovanni Hautmann e la passione del pensiero, a cura di Gabriela Gabbriellini, Arianna Luperini e Simona Nissim, Mimesis, Milano. 

Di Chiara G. (1978), La separazione, in Rivista di Psicoanalisi, n. 2. 

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Hautmann G. (1999a), Il mio debito con Bion, Borla, Roma.

Hautmann G. (1999b), La psicoanalisi tra arte e biologia, Borla, Roma.

Hautmann G. (2002), Funzione analitica e mente primitiva, ETS, Pisa.

Hautmann Gregorio, Marzi Andrea (2020), Gli elementi fondamentali del pensiero teorico-clinico di Giovanni Hautmann, in Giovanni Hautmann e la passione del pensiero, a cura di Gabriela Gabbriellini, Arianna Luperini, e Simona Nissim.

Maestro S. (2017), vedi in Spiweb: Il ricordo di Sandra Maestro

La funzione psicoanalitica della mente. A cura di Maria Giuseppina Pappa Monica Castellini

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