Parole chiave: Autoregolazione, campo, complessità, emergentismo, linearità, sistemi.
Un ricordo di Edgar Morin. Per una rinnovata epistemologia psicoanalitica. Linearità o complessità? Campo o sistema?
di Amedeo Falci
È appena scomparso (29 maggio u.s.) alla più che venerabile (ed irraggiungibile) età di 105 anni, Edgar Morin (in realtà Edgar Nahoum, di famiglia ebrea sefardita passata anche attraverso Livorno), una delle più importanti voci dei dibattiti filosofici e sociologici della contemporaneità. Difficile dare una traccia esaustiva della molteplicità dei suoi itinerari di ricerca e della loro vasta trans-disciplinarietà.
Originale ed inedita figura, potremmo dire, di vocazione quasi rinascimentale, per la straordinaria capacità di muoversi, con uno stile originale, tra diversi saperi, sia in profondità, ma anche in attraversamenti e sintesi, in quella no man’s land tra filosofia, umanesimo, scienze naturali, teorie dell’informazione, cibernetica, teorie dei sistemi e cultura socio-antropologica, approdando a tanti importanti contributi epistemologici ed etico-sociali che non possono certo essere tutti ricordati in una breve nota commemorativa.
I suoi percorsi biografici — intrecciati in realtà in uno straordinario romanzo di molte più vite, passioni, interessi, studi, scritture, impegni politici, che non apparirebbero contenibili in una sola esistenza — e la poliedrica pluralità dei suoi apporti sono facilmente rintracciabili attraverso i suoi scritti ed i molti riferimenti dedicati a lui e alle sue opere in varie altre pubblicazioni e nel web.
Considerando, tuttavia, la sua decisiva presenza nell’ambito di una teorizzazione metodologica sul tema della complessità, mi sembra particolarmente adeguato ricordarlo attraverso questo suo importante contributo di pensiero, proprio per la sua peculiare pertinenza ad una riflessione sui metodi conoscitivi della psicoanalisi.
In un tragicamente ironico, acuto e poco conosciuto film dei fratelli Coen, A serious man (2009), il protagonista, un professore di fisica, chiede agli studenti del principio di indeterminazione di Heisenberg. Un allievo zelante lo spiega come l’impossibilità di conoscere contemporaneamente l’esatta posizione e velocità di una particella subatomica, con la conseguenza metodologica di un limite dei nostri sistemi di osservazione. Quell’altro gli replica: certo è così, ma questo è solo il racconto, tuttavia noi fisici parliamo attraverso la matematica, e gli porge quindi il gessetto. Così per non rendere la complessità solo una delle tante narrazioni della psicoanalisi, cerchiamo di coglierne le matrici scientifiche.
Intanto occorrerebbe distinguere brevemente tra il concetto di complessità in matematica e fisica, la teoria dei sistemi, i sistemi complessi, la teoria della complessità e l’epistemologia della complessità; magari tralasciando il più arduo capitolo della complessità computazionale, per la quale ci manca il gessetto.
Già fin dal XIX secolo matematici e fisici cominciarono a parlare di complessità relativamente ad una classe di problemi tanto nella meccanica classica, quanto nella meccanica dei fluidi e dei gas, per cui alcuni processi non obbedivamo al principio della linearità (vale a dire l’indipendenza dei processi dal tempo), e piccole variazioni nelle condizioni iniziali potevano risultare amplificate enormemente nel corso dell’esperimento.
Se ne dedusse che alcuni sistemi fossero appunto complessi [complexus, cum + plectere, “intrecciato”] in quanto costituiti da innumerevoli elementi in interazione tra di essi, tali che non potessero essere compresi nelle possibilità di calcolo matematico, rendendo l’evoluzione globale del sistema imprevedibile sul lungo periodo e non riconducibile alla semplice somma delle singole parti, con la conseguente messa in crisi dei modelli deterministici.
Già nell’ottocento aveva cominciato ad essere messa in discussione la pretesa scientifica di poter calcolare tutte le forze della natura, e proprio dallo stesso Laplace (1814), il Newton francese, che era stato inizialmente uno dei maggiori sostenitori del meccanicismo deterministico. Proprio a metà del secolo, dall’astronomia e dallo studio delle proprietà statistiche delle molecole, cominciò a prendere forma l’idea di una fisica probabilistica. Per dirla molto brevemente, a partire dall’equazione di Boltzmann (1872!), si comprese come la distribuzione di particelle dei gas obbedisse a leggi di probabilità e non più deterministiche, per cui le “leggi fisiche non erano vere sempre, ma solo con probabilità molto alta” (Parisi, 2026). Da qui la svolta verso una fisica attenta ai comportamenti collettivi emergenti nei sistemi in cui il numero delle particelle fosse molto elevato.
Il successivo avvento della cibernetica prima, e dell’informatica più recentemente, hanno accelerato un interesse ai sistemi dinamici lontani dall’equilibrio. Si è così avuta una diffusione del paradigma insiemistico e sistemico con importanti convergenze interdisciplinari, creando nel tempo un’irreversibile crisi del sapere in quelle singole discipline isolate ed orgogliose nel loro hortus conclusus.
Come si vede, i concetti di insiemi, sistemi e complessità sono interconnessi. Per uscire dal vago, per insieme, in senso matematico, si intende una collezione di elementi raggruppabili sotto certi criteri chiari ed univoci. Il paradigma insiemistico fa riferimento all’uso metodologico per cui aggregati e concettualizzazioni complesse possono essere analizzati come una collezione di elementi.
Precisare il concetto di sistema in fisica non è semplice, dal momento che esso è passato attraverso vari livelli di definizione nel corso degli avanzamenti scientifici. Semplicemente potrebbe dirsi che sistema è una porzione di realtà che viene fatta oggetto di indagine, con varie specificazioni in base alla scala (macro- o micro-sistemi), o in base agli scambi con l’ambiente (sistemi aperti, chiusi, isolati). Sappiamo bene come la concezione originaria della psiche freudiana fosse di un sistema chiuso ed isolato che non scambia né materia né energia con l’esterno (principio di costanza, Freud, 1892-95, 1895, 1899).
Ma teoria dei sistemi nelle scienze biologiche è qualcosa di diverso. Tale teorizzazione, nata agli inizi del XX secolo, introduceva una nuova concezione organizzativa, gerarchica ed interattiva nel funzionamento dei sistemi viventi. Cellule, organi, organismi, non sono funzionamenti isolati, ma insiemi di elementi organizzati, sistemi in interazione con altre organizzazioni dinamiche, e (come sappiamo oggi) con gli ecosistemi (quindi i sistemi biologici come sistemi aperti!). Un radicale cambiamento di paradigma che metteva radicalmente in crisi il modello conoscitivo filosofico imperante, dal ‘600 in poi, nelle scienze fisiche e nella medicina: il modello di una epistemologia riduzionistica in cui l’oggetto di indagine andava studiato (analizzato!) nel suo funzionamento compartimentato. Dagli inizi del ‘900 andava invece emergendo un innovativo metodo conoscitivo basato sulla visione di un insieme funzionale, appunto un sistema (stavolta biologico) di elementi di realtà interconnessi ed interagenti. Ne è andata emergendo una progressiva diffusione metodologica del concetto di sistema presso altre discipline, come scienze naturali, ingegneria e fisica, prima, e scienze umane, antropologiche, sociali e psicologiche, successivamente. Da cui, in concomitanza con la fisica, una incrementale convergenza transdisciplinare sulla concettualizzazione dei sistemi complessi per indicare il comportamento dei sistemi dinamici (dove “dinamico” va inteso come l’evoluzione matematica di un sistema nel corso del tempo) composti da un numero notevole di sottosistemi interagenti.
Sfoltendo di parecchio l’intricata materia, si è studiata una complessità disorganizzata (come nei gas), che qui ci interessa poco, ma, soprattutto, una complessità organizzata, come nei sistemi biologici e nei sistemi mentali, che appare argomento molto pertinente per le sue implicazioni con la psicoanalisi. I processi mentali utilizzano, per l’appunto, strutture biologiche ad alto grado di complessità: regolazioni elettrolitiche bioelettriche, rigenerazioni neurali, attivazioni e disattivazioni genomiche, trascrizioni genetiche, sintesi di proteine, di molecole energetiche ADP<—àATP, di neuromediatori, ed altro ancora. La costruzione di complessità vuol dire costruzione di sistemi organizzati non casuali, con correlazione tra le parti, con proprietà globali emergenti, vale a dire nuove, originali e inedite rispetto al funzionamento delle singole parti. Evidenze che dimostrerebbero, soprattutto, che non sono in gioco funzionamenti psichici deterministici, ma complessità probabilistiche e competitive, dal momento che un singolo input neurale esplora e sceglie in frazioni di secondo simultaneamente tra incalcolabili possibili ramificazioni di propagazione, in cui vince la via neurale più rapida e disponibile.
In breve, il c.d. paradigma della complessità si è andato trasversalmente e progressivamente affermando presso diverse discipline, con una sua diffusiva origine rizomatica[1] in diversi campi di studio, fin dalla seconda metà del secolo appena trascorso. Anche se spetterebbe al genetista Weaver (1948) il conio del termine, ben 80 anni fa (!), il tema della complessità è davvero frutto di una straordinaria e feconda consilience[2] interdisciplinare. Una progressiva costruzione collettiva in cui è affluito, da molti decenni, un vastissimo apporto di idee seminali da vari saperi.
Morin comincia a riflettere sul pensiero complesso fin dal 1951[3], in un primo tentativo di connettere conoscenze disperse in varie discipline. Il suo grande merito intuitivo, è stato quello, in un certo momento storico del ‘900, attraverso un intelligente vagabondaggio epistemico, di avere saputo tessere insieme incontri culturali personali ed apporti da varie discipline. In una rassegna certamente molto sommaria e con molte carenze, potremmo ricordare: la psicobiologia di Henri Laborit (tra gli anni ‘50 e ‘70); la cibernetica di Norbert Wiener (1948), matematico con studi biologici e filosofici, a cui si deve la prima formulazione di regolazione retroattiva (feedback), da cui Morin prende il suo approccio interdisciplinare dell’estensione dal controllo automatico delle macchine ai funzionamenti del sistema nervoso, in una nuova visione dei rapporti tra biologia e sistemi artificiali; la filosofia biologica di Jacques Monod (1970); le dinamiche interattive dei gruppi e le teorie della comunicazione sociale (Bateson, 1972); la teoria dell’informazione di Shannon (1948); i suoi rapporti con il BLC (Biological Computer Laboratory, fondato nel 1957 presso University of Illinois), luogo di discussione interdisciplinare tra personaggi del calibro di Norbert Wiener, John von Neumann, Ross Ashby, Gregory Bateson, Margaret Mead, Claude Shannon, Humberto Maturana, Francisco Varela, e altri; i debiti al pensiero di Heinz von Foerster sulla dipendenza ambientale dell’autorganizzazione dei sistemi, e sulla concezione di order from noise, vale a dire sulla creazione di ordine strutturale dal disordine molecolare ed informazionale, e su una cibernetica dei sistemi osservanti, cioè di sistemi viventi capaci di guardare se stessi e di osservare le proprie osservazioni; le proposte di Prygogine e Stengers (1979) di un’alleanza tra umanesimo e scienze della natura, nel superamento del determinismo in favore di una scienza della complessità capace di integrare l’organizzazione di strutture biologiche sempre più complesse, malgrado la tendenza al disordine entropico del secondo principio della termodinamica (Clausius, 1895), idee da cui deriverebbe come i processi biologici e mentali, si oppongano incessantemente attraverso le proprie tendenze morfogenetiche e auto-organizzative contro tutte le tendenze dissipative della dispersione (“morte”) energetica e molecolare.
Idee ed elaborazioni di Morin che riportano certo affluenze di carattere filosofico — dai riferimenti e superamenti della dialettica hegeliana, alle critiche a Marx, a Maturana e Varela, a Deleuze e Guattari — ma anche di moltissimi altri apporti che sarebbe molto arricchente andare a studiare da vicino. In questa direzione, un’eccellente raccolta antologica delle principali radici del paradigma si trova nel recentissimo libro curato da Bocchi e Ceruti (2025); così come l’argomento di sistemi e complessità è stato anche affrontato nell’ultimo libro di Giorgio Parisi (2026), con un approccio epistemico che introduce a nuovissime, attuali e controverse competenze tecnologiche, come quelle dell’AI.
Il grande merito, dunque, di Edgar Morin è di essere stato un acuto e sensibile collettore di queste vaste confluenze concettuali e di essere stato nel tempo giusto ed opportuno (kairos) — le società post-industriali, la crisi dei grandi unificanti sistemi esplicativi, delle credenze forti, dei saperi scientifici universali — che gli ha permesso di elaborare un pensiero della complessità spendibile sul piano scientifico, epistemologico, filosofico, sociologico, educativo[4]. Una sua teorizzazione di un metodo per un itinerario conoscitivo della realtà come superamento della frammentazione dei saperi, in una visione di insieme che integri l’osservatore nel suo sistema di riferimento e l’osservabile nel suo rispettivo sistema, in una contemporaneità di particolare e globale, in cui gli opposti coesistano, in un netto superamento dei modelli binari — io/altro, soggetto/oggetto, maschile/femminile, eros/thanatos, corpo/mente, ed altri — a favore di modelli sistemici, dove non sono decisive le proprietà intrinseche degli oggetti di studio, o le loro ontologie, ma i processi dell’insieme nella molteplice connessione degli elementi.
Proverei a riassumere, conclusivamente, alcune delle principali implicazioni epistemiche del pensiero complesso che riterrei più idonee per un confronto con alcuni fondamentali assi epistemici della psicoanalisi.
—Interdisciplinarietà. La natura sistemica e complessa di certe aree della realtà — la geopolitica, ad es., ma anche i cambiamenti climatici, ma anche il raddoppiamento dei disturbi mentali nel mondo negli ultimo decenni, ma anche la forte sovrapposizione tra disturbi della neurodivergenza e dello spettro autistico con le incongruità di genere — segnala un inevitabile decremento del valore euristico di studi monodisciplinari isolati, rendendo necessari, per l’elevazione delle nostre conoscenze scientifiche, incroci e scambi di competenze interdisciplinari. Ad esempio, lo studio delle presentazioni (Glocer Fiorini, 2007) attuali della sessualità umana pone questioni metodologiche di ricerca ben al di là di competenze disciplinari isolate, a causa delle intersezioni sistemiche complesse tra biologico, simbolico, culturale e politico, le quali suggerirebbero piuttosto convergenze e scambi di conoscenze inter-territoriali.
— Non-linearità, non determinismo, funzionamento probabilistico dei sistemi. Modelli innovativi già presenti dala stessa fisica dell’800, che pongono in aperta discussione una concezione deterministica dei processi psichici (Freud, 1899, 1901, 1905, 1915).
—Autoregolazione di informazione ed energie. L’ organizzazione dei sistemi è regolata sul grado di ordine degli elementi componenti, quindi su processi di costruzione di informazioni ordinate. Pensiamo ad un nuovo concezione dei processi mentali: passaggi dal disordine entropico ed energetico a costruzioni di un elevato ordine energetico ed informazionale, in un incessante lavoro di costruzione di ordine contro il disordine. Tutti elementi che sembrano entrare in profonda contraddizione con il principio di costanza (Freud, 1892-95, 1895, 1899). I processi mentali non abbassano mai il loro costante alto livello di organizzazione delle informazioni, proprio perché i sistemi neurobiologici possiederebbero delle capacità autoregolative intrinseche contro la tendenza al disordine informazionale ed energetico, alla dispersione e alla “morte” del sistema.
—Emergentismo. È un importante concetto di riferimento nelle filosofie della mente. Le proprietà mentali sono emergenze originali inedite, nuove ed irriducibili al funzionamento delle singole componenti neurali, ma inscindibili (ma questo non lo dice Morin) dalla loro origine incarnata (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006; Gallese, Eagle, Migone, 2006).
—Auto-organizzazione dei processi. Assenza di elementi primi. Non vi è un originario big-bang della mente (implicazione (teo)logica del pensiero lineare). Essa semplicemente (!) emerge dalla complessità dei sistemi corporei, e va oltre il corpo. I processi del sistema corpomemte sono altamente correlati, retroattivi, reciprocamente avviati. Vedi: le regolazioni precoci feto-bambino-madre-ambiente che emergono secondo modalità reciprocamente innescanti (non vi è chi comincia per primo, si attivano insieme!) in quanto selezionati dalla lunga storia evoluzionistica dei mammiferi.
—Modello ologrammatico[5]. Ogni elemento del sistema contiene il tutto. In biologia: il DNA di ogni singola cellula ha la codificazione potenziale di tutto l’organismo. Morin utilizza il modello ologrammatico anche per i sistemi sociali, culturali, familiari. In ogni individuo vi sono linguaggi, pratiche sociali, modelli operativi, miti, narrazioni elementi immaginari ed identificazioni che contengono e rimandano a tutta la sua storia evoluzionistica, familiare, sociale e culturale.
Infine, tra le varie possibili ricadute delle precedenti teorizzazioni sulla psicoanalisi, e considerata l’importanza metodologica del pensare in termini di sistemi, porrei anche la delicata questione della sovrapposizione e confusione dei concetti di sistema e di campo, sovente usati nella nostra disciplina senza una chiara differenziazione. La psicoanalisi è stata inizialmente fondata sul disagio dei singoli, e quindi costruita con apparati teorici e clinici idonei a studiare eventi psichici lineari tra elementi unitari — bambino, madre, padre — secondo una modellistica di sistemi chiusi ed isolati. Ma alla luce dei vantaggi chiarificatori del paradigma dei sistemi complessi (variamente articolato a seconda dei saperi), ci si può chiedere se il vertice sistemico non vada maggiormente valorizzato, in psicoanalisi, sotto il profilo epistemico, clinico e metodologico, proprio per il suo maggiore grado esplicativo tanto verso aggregazioni macro-sistemiche ( bambino, madre, padre, famiglia, parentela, clan, classi sociali, e così di seguito), quanto verso interazioni micro-sistemiche (i processi neurobiologici, i processi mentali), tutti funzionamenti con codici e linguaggi comunicativi ben più intricati, complessi, non lineari ed emergenti rispetto ai rapporti lineari tra i singoli. Si potrebbe pensare di conseguenza pensare che il concetto di sistema sia molto più utile teoreticamente per poter concepire le strutture, le organizzazioni e le interrelazioni dei processi, mentre il concetto di campo potrebbe mantenere la sua pertinenza nelle situazioni cliniche cui sono in gioco prevalentemente vettori di forze e legami.
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—Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente. Adelphi, Milano, 2004.
—Bocchi, G., Ceruti, M. (2025). La sfida della complessità. Mimesis, Milano.
—Deleuze, G., Guattari, F. (1980). Mille piani, Castelvecchi, Roma, 1997.
—Freud, S. (1892-1895), Studi sull’isteria. (In collaborazione con Joseph Breuer). OSF, 1.
—Freud, S. (1895), Progetto di una psicologia. OSF, 2.
—Freud, S. (1915). L’inconscio. OSF, 8.
—Freud, S., (1899). L’interpretazione dei sogni. OSF, 3.
—Freud, S., (1901). Psicopatologia della vita quotidiana. Cap. XII: Determinismo, credenza nel caso e superstizione. OSF, 4.
—Freud, S., (1905). Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. OSF, 5.
—Gallese, V., Eagle, M.N., Migone, P. (2006). La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività e alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e scienze umane, 3, 1-38.
—Glocer Fiorini, L. (2007). Decostruire il femminile, a cura di A. Falci. FrancoAngeli, Milano, 2025.
—Laplace P. S. (1814), Saggio filosofico sulle probabilità. (Il testo di una traduzione italiana di pubblico dominio del 1820 è presente su Internet Archive).
—Maturana, H., Varela, F. (1986). L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana. Garzanti, Milano, 1987.
—Monod, J. (1970). Il caso e la necessità. Mondadori, Milano, 1971.
—Morin, E. (1951). L’uomo e la morte. Erickson, Trento, 2014.
—Morin, E. (1973). Il paradigma perduto. Che cosa è la natura umana? Mimesis, Milano, 2020.
—Morin, E. (1977). Il metodo. I: La natura della natura. Feltrinelli, Milano, 2001.
—Morin, E. (1990). Introduzione al pensiero complesso. Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
—Morin, E. (1999). La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Cortina. Milano, 2000.
—Morin, E. (2011). La sfida della complessità, a cura di A. Anselmo e G. Gembillo. Le Lettere, Firenze, 2011.
—Palmisano, G. (anno non precisato). Dall’evento al rizoma nel pensiero di Deleuze. On-line in filosofiatv.org/news.
—Parisi. G. (2026). Le simmetrie nascoste. Perché la fisica è alle radici dell’intelligenza artificiale di oggi e di domani. Rizzoli, Milano.
—Prigogine, I., Stengers, I., (1979). La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, a cura di P.D. Napolitani. Einaudi, Torino, 1981.
—Restak, R. (2017). Karl H. Pribram: il Cervello Olografico. On line in: Altro Giornale.
—Rizzolatti G., Sinigaglia C., (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Cortina, Milano.
—Shannon, C. E. (1948). A mathematical theory of communication. Computing and Communications Review, 5, 1: 3-55.
—Weaver, W. (1948), Science and Complexity, American Scientist, 36: 536 (1948). Traduz. italiana in Reserchgate.
—Wiener, N. (1948). La cibernetica. Bompiani, Milano, 1951.
—Wilson E. O., (1998). L’armonia meravigliosa. Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza. Mondadori, Milano, 2022.
[1] Deleuze, Guattari, 1980. Rizoma, in botanica, è un fusto perenne che cresce orizzontalmente sotto il livello del suolo pur senza essere radice, con funzioni di organo di riserva. Nel linguaggio di Deleuze e Guattari, invece, il concetto di rizoma — che non deve essere considerato una metafora, ma va inteso in senso materiale — è antitesi di albero come ordine, struttura, gerarchia tronco-rami-foglie. Una struttura rizomatica non è lineare, non è struttura unificata. Può avere molti inizi e fini, passaggi tortuosi. Può dare luogo a diverse insorgenze in posti diversi, in continua espansione, che si amplificano in innumerevoli dimensioni (Palmisano).
[2] Consilience. Il termine era stato coniato dal filosofo ed educatore britannico William Whewell, nella sua opera La filosofia delle scienze induttive, già nel 1840 (!), con il significato di convergenza di prove e di unificazione dei saperi proveniente da discipline diverse. Il concetto è poi tornato in auge nel 1998 grazie al biologo americano Edward Osborne Wilson, per indicare una convergenza di temi, evidenze e argomentazioni da differenti discipline, anche su fenomeni diversi; convergenza che permette di arrivare a certe concordanze tra modelli.
[3] Morin, 1951.
[4] Morin, 1973, 1977, 1990, 1999, 2011
[5] In realtà quello che Morin chiama modello ologrammatico sembra in realtà più chiaramente comprensibile richiamando il modello olografico di Karl Pribram e David Bohm, che proporrebbe che il sistema nervoso funzioni come un ologramma, per cui i ricordi non sono immagazzinati in aree specifiche, ma decodificati come sequenze di onda distribuite in tutta la rete neurale, per cui ogni parte potrebbe contenere l’informazione del “tutto” (vedi Restack, 2017).
Vedi anche: