Parole chiave: Femminile, Limite, Corpo, Binarismi femminile/maschile, Psicosessualità.
Decostruire il femminile. Soggettività in transizione, di Leticia Glocer Fiorini
Edizione italiana a cura di A. Falci, FrancoAngeli, 2025
Recensione di Tiziana Bastianini
“Decostruire il femminile. Soggettività in transizione” è un volume complesso, attraversato da molteplici linee di ricerca che convergono attorno a un problema centrale: con quali strumenti la psicoanalisi può pensare oggi le soggettività sessuate? Più che circoscrivere il femminile come un oggetto teorico unitario, Glocer Fiorini ne segue la polisemia e distingue i diversi significati che il termine ha assunto nella storia della disciplina. Il femminile diviene così un punto di osservazione dal quale interrogare l’intreccio fra psicosessualità, genere e corpo, nonché i presupposti epistemologici e culturali che hanno orientato le teorie psicoanalitiche.
La decostruzione proposta dall’autrice non si limita a rivalutare ciò che è stato pensato come mancanza, deviazione o residuo rispetto a un universale implicitamente maschile. Interroga più radicalmente le operazioni teoriche attraverso cui il femminile è stato prodotto come differenza enigmatica. In questa prospettiva, anche il tradizionale «enigma femminile» perde il carattere di punto di partenza e diviene uno degli effetti delle categorie impiegate per descriverlo: l’opacità potrebbe riguardare non soltanto il femminile, ma anche gli strumenti concettuali che lo hanno costruito come enigma.
Un nodo decisivo concerne la persistente rappresentazione del femminile come negativo del maschile. Quando il maschile occupa tacitamente il luogo del positivo, del pieno e del simbolicamente rappresentabile, il femminile rischia di apparire soltanto come il suo rovescio: non-maschile, mancanza, passività, vuoto. A questo proposito risuona nella mia memoria la riflessione di Giulia Sissa ne “L’errore di Aristotele”: «Ad Atene si assiste al primo incontro mancato fra il popolo e le donne»: l’uguaglianza politica si fonda su un’identità qualitativa soggiacente e tende così a ridursi all’omogeneità di un gruppo chiuso. Se la qualità che rende uguali è l’andreia — coraggio, virilità —, l’universale porta già in sé il segno del maschile. L’autrice sottolinea a più riprese lo strettissimo legame che intercorre fra governo democratico e andreia. Per Aristotele è un tratto che caratterizza esclusivamente i corpi maschili; ne consegue che le donne, non essendone dotate per natura, non possono possedere le capacità che ne derivano e dunque la facoltà di deliberare e di prendere una decisione. Questa concezione della donna – ed è questo il punto centrale della ricerca di Sissa – è alla base della costituzione della demokratia; costituzione che, senza remore, esclude le donne dalla gestione del potere pubblico.
Il richiamo a G. Sissa permette di situare storicamente una logica che il libro rintraccia anche nella riflessione psicoanalitica: una differenza può essere riconosciuta e, nello stesso movimento, ordinata gerarchicamente. Nella nuova edizione Glocer Fiorini tenta di rendere più complessa la nozione di differenza, mettendola in tensione con quelle di diversità e di differenza simbolica. Il dialogo con Freud, pur facendo emergere le impasse del pensiero binario e delle concezioni essenzialistiche del femminile, continua a valorizzarne gli elementi generativi, capaci di sostenere un pensiero multicentrico. La complessità non coincide infatti con l’accettazione indifferente di una molteplicità di elementi: chiede che registri diversi siano posti al lavoro insieme, nei loro rapporti di collaborazione e di conflitto.
È qui che acquistano rilievo le brevi riflessioni di André Green contenute nella lettera inviata a Glocer Fiorini nel 2007, dopo la lettura di Deconstructing the Feminine, e parzialmente riprodotta nell’introduzione. Green riconosce nel volume una delle opere più complete sulla questione del femminile e ne intravede il valore di riferimento. Ne sottolinea la conoscenza del pensiero francese, la lettura attenta di Freud e, soprattutto, la capacità di interrogare i postulati classici aprendo nuove vie. Richiama le elaborazioni sugli ideali e sull’Altro, la concezione tripartita dei campi degli ideali, del desiderio e dell’arcaico, il riferimento all’intersoggettività e l’uso del pensiero di Eugenio Trías sul limite.
Il giudizio di Green mette a fuoco la specificità del contributo di Glocer Fiorini: il femminile non viene isolato come tema settoriale, ma diviene un luogo critico dal quale riesaminare molte prospettive dell’edificio psicoanalitico. Che cosa la teoria riesce a rappresentare e che cosa, invece, relega nell’assenza? Quali forme di alterità può ospitare senza ricondurle al già noto? È in questo passaggio che la questione del femminile incontra i campi dell’arcaico, del desiderio, degli ideali e dell’intersoggettività indicati dall’autrice e sottolineati da Green.
Un aspetto di particolare interesse del volume riguarda l’ipotesi che la teoria freudiana della differenza sessuale poggi su una teoria di genere implicita, attraversata da punti ciechi soprattutto rispetto allo sviluppo psicosessuale delle bambine e delle donne. Le nozioni di differenza sessuale e di ordine simbolico non possono essere adoperate come se fossero trasparenti o neutrali: le loro connotazioni risentono anche di codici culturali, stereotipi, ideali normativi e rapporti di potere. Proprio quando aspirano a descrivere un ordine universale, possono occultare la storicità delle rappresentazioni che le sostengono.
Decostruire il femminile non implica tuttavia liquidare l’eredità freudiana, né sostituire a un modello universale un altro modello altrettanto prescrittivo. Significa sottoporre a interrogazione le categorie attraverso cui la psicoanalisi ha pensato il femminile, provando a distinguere ciò che appartiene alla scoperta dell’inconscio da ciò che risente delle rappresentazioni storiche e culturali del suo tempo. Il lavoro di Glocer Fiorini procede entro questa tensione: conserva la radicalità della scoperta psicoanalitica e, insieme, ne esamina i punti inerziali.
Nel capitolo La posizione femminile: una costruzione eterogenea, il punto di partenza è il dibattito Freud-Jones sulla femminilità primaria o secondaria. La controversia non vale soltanto come antecedente storico: rende visibili due diversi modi di concepire la costituzione psicosessuale. La formulazione freudiana tende a descrivere la posizione femminile come esito di passaggi e trasformazioni che assumono il maschile quale riferimento iniziale; Jones contesta questa derivazione e sostiene l’esistenza di una femminilità primaria. Glocer Fiorini riprende il confronto senza risolverlo in una scelta binaria: in entrambe le posizioni resta aperto il problema di quanto l’esperienza psichica possa essere separata dalle categorie mediante le quali viene nominata.
Ne emerge un interrogativo radicale: il femminile può trovare una simbolizzazione e una rappresentazione psichica proprie, oppure è destinato a rimanere associato alle figure dell’assenza, del vuoto e della mancanza? La domanda non sollecita una risposta definitiva. Consente piuttosto di osservare come il femminile sia stato collocato ai margini della rappresentazione e, nello stesso tempo, di chiedersi se ciò che eccede i codici disponibili debba necessariamente essere pensato come irrappresentabile. La «posizione femminile» potrebbe allora essere intesa come una costruzione eterogenea: non un luogo unitario, ma un’articolazione mobile di corpo, pulsione, identificazioni, fantasie, desiderio, ideali e discorsi culturali.
L’eterogeneità non equivale qui alla semplice somma di fattori differenti. Indica la compresenza di registri che non si lasciano tradurre integralmente l’uno nell’altro e che, proprio nella loro tensione, partecipano alla soggettivazione. Le identificazioni preedipiche, l’esperienza del corpo, le vicende edipiche e le appartenenze di genere non compongono una sequenza lineare né convergono necessariamente in una figura stabile. La posizione femminile sembra configurarsi come un punto di passaggio, sempre singolare, nel quale tracce arcaiche e successive risignificazioni possono incontrarsi, contraddirsi o restare in parte disgiunte.
È soprattutto questa posizione epistemologica a costituire, a mio avviso, uno dei maggiori interessi del libro: il femminile viene osservato dal vertice dei paradigmi della complessità. Nella seconda edizione l’autrice rende più complessa la categoria di differenza in senso lato, proponendola come organizzatore simbolico nell’ordine intrasoggettivo, intersoggettivo e transsoggettivo. La questione non è stabilire una volta per tutte che cosa sia «la donna», ma seguire il modo in cui si costituiscono soggettività sessuate singolari, all’incrocio fra corpo, inconscio, identificazioni, desiderio, ideali e appartenenze culturali.
Arrivano da lontano gli interrogativi sul femminile e sulla differenza sessuale. Glocer Fiorini mette in discussione la tesi strutturale, eterna e immobile del significante fallo e le sue connotazioni androcentriche. Diviene così necessaria la distinzione fra diversità e differenza simbolica. Il concetto di diversità permette di avvicinare le molteplici varianti dei movimenti del desiderio e dei generi, compreso il loro intersecarsi con altre differenze sociali e culturali; quello di differenza simbolica rinvia alla possibilità di pensare il limite e l’alterità senza trasformarli in una gerarchia. La donna non può essere collocata soltanto dalla parte della mancanza, né il femminile assunto come equivalente del passivo, del masochistico o del materno sacrificale.
Nel confronto con Kristeva emerge la posizione paradossale assegnata alla donna: se si identifica con la madre rischia di essere esclusa dal simbolico; se si identifica con il padre è chiamata a rinnegare la propria identità femminile. Il volume mostra quanto questa alternativa dipenda da un’organizzazione binaria del pensiero. La decostruzione proposta non dissolve la differenza; prova, piuttosto, a sottrarla alla necessità di coincidere con opposizioni rigide — maschile/femminile, fallico/castrato, natura/cultura — che oscurano la pluralità dei processi di soggettivazione.
Proprio il limite costituisce uno dei passaggi più fecondi del volume. Attraverso il pensiero di Trías, Glocer Fiorini propone il limes non come barriera negativa o linea che separa entità già definite, ma come spazio teso e conflittuale di mediazione e collegamento. È uno spazio animato dalla dualità sé-altro, nel quale identità e differenza si producono reciprocamente. Il pensiero delle intersezioni di Deleuze consente, a sua volta, di spostare l’attenzione dalle essenze ai passaggi, alle sovrapposizioni e alle traiettorie. La soggettività «in transizione» del sottotitolo non designerebbe dunque una condizione eccezionale, ma il carattere processuale di ogni divenire soggetto.
Questa prospettiva trova un punto di risonanza nella teoria delle identificazioni. Più che un meccanismo psicologico fra gli altri, l’identificazione appare come una delle operazioni attraverso le quali il soggetto viene costituendosi. Già Freud descrive un Io dai confini fluidi, modificato dal rapporto con l’oggetto: «l’ombra dell’oggetto cade sull’Io». Gli sviluppi successivi della psicoanalisi hanno ulteriormente mostrato come la struttura psichica non si formi in isolamento, ma attraverso l’appropriazione e la trasformazione dell’esperienza intersoggettiva, dapprima inscritta a livello presimbolico e poi continuamente rimaneggiata dalle capacità simboliche e linguistiche.
Da questo vertice, l’identità sessuata difficilmente può coincidere con un’identificazione univoca. Bambini e bambine sembrano cercare, fin dai primi momenti della vita, di mantenere legami identificatori con entrambi i sessi, nel bisogno e nel desiderio di trovare nella madre e nel padre oggetti di sicurezza e di riconoscimento. Quando le condizioni evolutive lo consentono, l’identificazione con l’altro sesso può coesistere con quella con il proprio; nelle successive vicende edipiche, il riconoscersi nel proprio genere non richiede necessariamente l’espulsione degli aspetti maschili o femminili del Sé. La loro integrazione può offrire, al contrario, una premessa per comprendere insieme se stessi e l’altro.
Se la soggettività è il precipitato mobile di identificazioni molteplici, «il femminile» non può essere ricondotto a una proprietà psichica unitaria, naturalmente appartenente alle donne. La femminilità primaria di cui parla Winnicott, riferita all’essere e alle identificazioni primarie di entrambi i sessi, permette di pensare un femminile non interamente organizzato dal riferimento fallico. Il femminile si offre così come costruzione e dimensione dell’esperienza, più che come destino anatomico o repertorio stabile di qualità.
Nel capitolo “Il femminile, il prelinguistico e il simbolico” questa apertura viene ricondotta allo spazio preedipico, là dove il femminile-materno arcaico precede le distinzioni più stabilizzate senza per questo costituire un’origine semplice o indifferenziata. Le tracce corporee, affettive e relazionali dell’incontro primario con l’altro non sono ancora organizzate dal linguaggio, ma non restano neppure estranee al lavoro successivo della simbolizzazione. Il problema diviene allora come pensare il passaggio fra prelinguistico e simbolico senza ridurre il primo a un fuori-senso né il secondo a un ordine chiuso, capace di tradurre senza residui l’esperienza arcaica.
In questo contesto acquista particolare interesse l’ipotesi di Jacques André (1995), ripresa da Glocer Fiorini, di una femminilità precoce per entrambi i sessi. Attraverso il modello della seduzione, André la pensa in rapporto all’irruzione — e alla frattura — prodotta dalla sessualità dell’adulto nel mondo infantile. «Femminile» indicherebbe qui una posizione precoce di passività e di apertura all’effrazione dell’altro, non un sapere anatomico già costituito. In questa prospettiva, la femminilità precoce non equivale alla conoscenza della vagina: la distinzione sottrae l’ipotesi tanto a una lettura biologizzante quanto all’idea di una femminilità originaria già compiuta.
Questa proposta solleva, più che risolvere, alcune tensioni feconde. In che modo il femminile-materno arcaico partecipa alla costituzione psichica senza essere attribuito in esclusiva alle donne o confuso con la maternità? Come si intrecciano tali tracce preedipiche con la diversità dei generi, con le identificazioni successive e con le forme singolari del desiderio? Il capitolo sembra invitare a pensare che il simbolico non cancelli il prelinguistico, ma lo riprenda in traduzioni sempre parziali. Ciò che resta non tradotto non sarebbe necessariamente un difetto di simbolizzazione: potrebbe costituire anche una riserva di trasformazione e di senso, diversa per ciascun soggetto.
Il corpo, tuttavia, non scompare. Il merito della proposta di Glocer Fiorini consiste nel non sostituire al determinismo biologico una soggettività disincarnata. Il corpo partecipa alla costituzione psichica, ma i suoi significati non sono dati una volta per tutte: vengono iscritti nelle fantasie, negli investimenti familiari, nelle identificazioni e nelle reti simboliche di una cultura. Decostruire significa rendere visibile questo lavoro di attribuzione di senso, separando il riconoscimento della differenza dalla prescrizione di identità e destini.
La premessa alla seconda edizione interroga direttamente l’adeguatezza delle categorie psicoanalitiche rispetto ai conflitti che incontriamo oggi nelle consultazioni: la risoluzione eterosessuale del complesso di Edipo è abbastanza ampia da comprenderli? Il complesso di castrazione femminile e le sue successive varianti offrono risposte adeguate per pensare la sessualità femminile, la maternità e i processi di sublimazione nelle donne? I modelli della sessualità e del desiderio femminile possono ancora essere assunti come categorie universali? Sono domande che nascono dalla clinica e alla clinica ritornano. Non chiedono di adattare la psicoanalisi alle forme della contemporaneità, ma di verificare se i suoi strumenti sappiano ascoltare ciò che non rientra nei modelli già disponibili.
La clinica contemporanea ci pone di fronte a traiettorie nelle quali investimento sessuale, genere e orientamento possono divergere e ricomporsi in forme non prevedibili. Il compito dell’analista non sembra essere quello di ricondurre tale complessità a un ordine normativo, quanto di interrogare, per ogni soggetto, il prezzo psichico delle soluzioni trovate, la loro funzione e la possibilità che esse consentano di sentirsi vivi e reali. L’attenzione alla singolarità impedisce di pensare uomini e donne come categorie universali: ciascun soggetto è inscritto in una storia di investimenti, memorie identificatorie e legami, e chiede di essere conosciuto e riconosciuto nella propria irriducibilità.
Prima che l’esperienza possa essere rappresentata verbalmente, il bambino costruisce un sapere affettivo e procedurale sul modo di essere con l’altro. Tale sapere non pensato rimane attivo per tutta la vita e partecipa alla formazione del senso di sé. Le identificazioni sono dunque anche memorie dell’incontro, tracce della qualità del riconoscimento ricevuto. La pluralità non va idealizzata: può essere fonte di ricchezza, ma anche luogo di conflitto, scissione o alienazione quando le attese dell’altro si sostituiscono alla soggettività nascente. Proprio per questo la decostruzione conserva una portata clinica: apre spazi di pensabilità senza negare la sofferenza.
Il riferimento all’alterità evita che la moltiplicazione delle differenze si trasformi in una pluralità indifferenziata. Diventare soggetti comporta un lavoro continuo sui confini, sulle intersezioni e sui limiti. L’altro non è soltanto ciò che il soggetto assimila mediante l’identificazione, ma anche ciò che resiste all’assimilazione e impone il riconoscimento di una vita psichica separata. In questo senso, la differenza non coincide con un attributo anatomico né con una posizione predeterminata: può essere pensata anche come la funzione psichica che interrompe la fantasia di autosufficienza e rende possibile il legame.
Differenza(e) e nuove costruzioni
Nelle pagine conclusive Glocer Fiorini torna sulla proposta di distinguere la differenza sessuale dalla differenza in sé. Quest’ultima non designa un contenuto già dato, ma una procedura simbolica implicata nella costruzione di una soggettività sessuata: introduce il limite, rende pensabile l’alterità e interrompe l’illusione di un’identità pienamente omogenea a sé stessa. Un secondo passaggio consiste nel distinguere la differenza sessuale dalla differenza-diversità di genere. Se la prima ha organizzato una parte decisiva della teoria psicoanalitica, la seconda consente di accostare la molteplicità delle configurazioni di genere e i loro intrecci con i percorsi singolari del desiderio e delle identificazioni.
Queste distinzioni non rendono il corpo neutro. Il corpo conserva un nucleo di radicale eterogeneità rispetto alla soggettività: non può essere interamente riassorbito nelle rappresentazioni che lo significano. Nello stesso tempo, anche il sesso anatomico-biologico è tutt’altro che neutro, poiché viene percepito, nominato e organizzato attraverso costrutti ideologici, religiosi, politici e culturali. Fra materialità corporea e costruzione simbolica non sembra quindi darsi né coincidenza né separazione assoluta, ma una tensione che ogni soggetto è chiamato a elaborare.
I concetti di differenza sessuale che hanno attraversato la psicoanalisi affondano inoltre le loro radici nelle teorie sessuali infantili. Nei testi del 1908 su tali teorie e nel caso del piccolo Hans, redatto nel 1908 e pubblicato nel 1909, Freud mostra come il bambino costruisca ipotesi per dare forma all’enigma della differenza dei sessi. In questo quadro la castrazione acquista importanti effetti sul piano simbolico e contribuisce alla genesi del dualismo fallico/castrato. Glocer Fiorini invita però a chiedersi che cosa accada quando una teoria infantile, pur dotata di efficacia psichica, viene assunta come matrice universale della differenza sessuale: quali esperienze rende pensabili e quali, invece, lascia ai margini della rappresentazione?
La conclusione del volume non scioglie queste tensioni; le consegna nuovamente alla teoria e alla clinica. Preservare i fondamenti della psicoanalisi senza trasformarli in fondamentalismi, riconoscere la materialità del corpo senza farne un destino, pensare le differenze senza irrigidirle in dicotomie: è forse in questo movimento che “Decostruire il femminile” offre il suo contributo più fecondo. Ne emerge l’immagine di una psicoanalisi poietica, capace di elaborare i propri punti inerziali e di incontrare, senza ridurla, la singolarità dei soggetti contemporanei.
Bibliografia essenziale
André, J. (1995), Aux origines féminines de la sexualité, Presses Universitaires de France, Paris.
Freud, S. (1908), Teorie sessuali dei bambini, in Opere, vol. 5, Bollati Boringhieri, Torino.
Freud, S. (1909), Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), in Opere, vol. 5, Bollati Boringhieri, Torino.
Freud, S. (1917), Lutto e melanconia, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino.
Freud, S. (1931), Sessualità femminile, in Opere, vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino.
Freud, S. (1933), Femminilità, in Opere, vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino.
Glocer Fiorini, L. (2025), Decostruire il femminile. Soggettività in transizione, edizione italiana a cura di A. Falci, FrancoAngeli, Milano.
Jones, E. (1927), The Early Development of Female Sexuality, International Journal of Psychoanalysis, 8, pp. 459-472.
Jones, E. (1933), The Phallic Phase, International Journal of Psychoanalysis, 14, pp. 1-33.
Sissa, G. (2023), L’errore di Aristotele. Donne potenti, donne possibili, dai Greci a noi, Carocci, Roma.
Winnicott, D. W. (1971), Creativity and Its Origins, in Playing and Reality, Tavistock Publications, London.