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“Un tempo per l’amore” di T. Cancrini. Recensione di B. Genovesi

25/09/23
"Un tempo per l'amore" di Tonia Cancrini

“Un tempo per l’amore” di Tonia Cancrini

Parole chiave: Psicoanalisi, Cancrini, Amore, Dolore

“Un tempo per l’amore”

di Tonia Cancrini

(Franco Angeli ed., 2021)

Dal dolore all’amore, ripercorrendo il sentiero tracciato da Tonia Cancrini.

Recensione a cura di Benedetto Genovesi

In maniera accogliente, generosa e spontanea, con un linguaggio semplice e quasi colloquiale, Tonia Cancrini ci porta con sè, mentre la sera, dopo una giornata intensa di lavoro, con passo lento e pensieroso, torna a casa, con in mente i suoi pazienti e il piacere e il gusto del vivere. Sembra che ci tracci la strada maestra da seguire, come un sentiero che ci consente di raccogliere i frutti di una vita in cui, a partire dal dolore, è possibile seminare tanto amore. Una vita di intensa esperienza clinica, didattica e umana. Probabilmente, l’essere umano viene ancora prima dell’essere analista. Come nota Antonino Ferro nella sua bella prefazione del libro “Un tempo per il dolore”, l’analista mette a disposizione del paziente non solamente il suo sapere, ma soprattutto il suo modo di essere. E l’essere analista si nutre e affonda le proprie radici nell’essere persona, con il proprio personale bagaglio esperenziale e di vita vissuta. Il proprio mondo di affetti, di scambi amicali e professionali, di dolore e di amore è la linfa vitale affinché l’analista possa prendersi cura dei propri pazienti.

Nonostante la nostra professione ci porti a continuo contatto con la sofferenza, quasi misteriosamente e paradossalmente, la sera non siamo appesantiti dalla lunga e intensa giornata di lavoro, bensì siamo alleggeriti e sollevati da un senso pieno del vivere.

Emily Dickinson scrive:

Se io potrò impedire

a un cuore di spezzarsi

non avrò vissuto invano

Se allevierò il dolore

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano.

Come nota Daniele Biondo, c’è un filo conduttore nell’opera di Tonia che si muove sul binomio dolore e amore.

Freud ne “Il disagio della civiltà” scrive:

Mai come quando amiamo, prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbiamo perduto l’oggetto amato o il suo amore siamo così disperatamente infelici (Freud, 1929).

Il dolore può essere trasformato in amore.

Poi dall’amore nasce ancora amore.

Vero è che poi il tempo passa e si avvicina la fine, ma ogni cosa è bella proprio nel momento in cui può essere vissuta e resta dentro di noi per sempre e ogni volta è un nuovo inizio di esperienze che riscaldano il cuore e ciò è fondamentale nel rendere la vita sempre sorprendente. Già Freud nello scritto “Caducità” ci fa notare che le cose belle acquisiscono un maggior valore proprio in considerazione della loro natura “destinata a cadere” (Freud, 1916). E la beltà ha in comune l’origine etimologica con la bontà dal latino duonus che origina dalla radice sanscrita divonus (la stessa che dà origine alla parola divino) che significa splendere. Solo splendendo si potrà raggiungere la felicità. Come se Tonia Cancrini avesse trovato implicitamente il modo di rispondere a Freud, il quale nel “Disagio della civiltà”nota che nella loro vita gli esseri umani vogliono essere felici, ma che paradossalmente, in realtà, nulla è più difficile da ottenere della felicità. Vero è che l’evitamento del dispiacere o l’evacuazione del dolore potrebbero apparire una soluzione breve, posta al servizio del principio del piacere, ma poi le esigenze della realtà richiedono una via lunga di amorevole cura delle nostre ferite e di elaborazione profonda del nostro dolore. Solo trasformando il nostro dolore in amore possiamo avere una possibilità di splendere e di andare al galoppo verso il sole. E ciò è possibile se le cose vanno bene, nel caso in cui abbiamo ricevuto amorevoli cure.

È come se Tonia Cancrini ci raffigurasse un bivio all’origine, in cui se riceviamo amore possiamo transitare dal tempo del dolore al tempo dell’amore. Sembra segnarci le coordinate spazio-temporali dell’evoluzione trasformativa che consenta la nascita dell’amore, nello spazio della relazione con l’altro, di cui la relazione primaria ne è il prototipo. Nella relazione primaria è determinante la funzione materna, intesa come la capacità di amare, pensare e capire le emozioni del bambino. Grazie alla funzione di reverie la mamma può prendere dentro di sè ed elaborare le protoemozioni che il bambino le ha mandato, per poi restituiergliele in maniera bonificata, comprensibile e tollerabile. La madre si prende cura del corpo e della mente del neonato, tramite le operazioni di handling e di holding riuscendo a trasformare gli elementi beta in elementi alfa e trasmettendo al bambino la possibilità di sviluppare una adeguata funzione alfa che consenta di accedere alla dimensione K. Come connettere gli aspetti emotivi subsimbolici sottocorticali che danno vita alle emozioni, con i livelli cognitivi corticali che consentono una regolazione e una significazione simbolica delle emozioni, passando attraverso il pensiero verbale. Tonia Cancrini, infatti, sottolinea il ruolo essenziale dell’ascolto e dell’attenzione da parte dell’altro. L’attenzione abbraccia il corpo e la mente e dà amore rendendo l’anima buona e bella. E ciò non può non essere visibile e non può non essere iscritto nella memoria implicita. Recuperare la memoria è fondamentale per ricostruire una narrazione creativa della propria vita. Melanie Klein in “Invidia e gratitudine”scrive che la felicità goduta nell’infanzia e l’amore per l’oggetto buono arricchisce la personalità ed è alla base della capacità di godere e sublimare, in tutte le età della vita (Klein, 1957). E sottolinea a più riprese quanto sia fondamentale un rapporto buono e soddisfacente con l’oggetto primario, da cui possa trarre origine la fiducia e la sicurezza in sè stessi. E come ci fa notare Tonia Cancrini è proprio attraverso la fiducia, la sicurezza e l’amore che la madre costruisce e fornisce al bambino il senso di esistere, il senso di sè e della relazione con l’altro.

Ma, tornando al bivio all’origine di cui sopra, se la madre non è in grado di svolgere questa funzione di amorevole contenimento e comprensione, il bambino si troverà sommerso da qualcosa che ritorna a lui come un uragano incontenibile. Ci si sente irrimediabilmente soli e senza via d’uscita. Si sprofonda nel buio e può essere sconquassato l’apparato percettivo dell’organismo mentale. Da qui si può generare l’origine della psicosi in cui si cade in -K. E questo è ancora più tremendo e drammatico se succede ad un bambino non capito o abbandonato come vediamo nel caso di bambini autistici o adottati, nei quali le ferite all’origine possono prendere la via della violenza. E viene distrutto tutto e si può sprofondare nel nulla. Come in una violenta implosione si può sprofondare nella noia, come in un buco nero, la quale, come ci fa notare Leopardi, è il contrario della vita vitale e ci sentiamo irrimediabilmente soli. Egli scrive: quando i nostri occhi non potranno più parlare all’altrui core, in quel momento ci sarà solo chiusura e poi il nero buio della solitudine e della noia saranno ancora più presenti. Nella noia non solo è annientato il terreno degli affetti, ma è annullato anche il campo del pensiero e della fantasia. L’oggetto non c’è e il soggetto è solo, avvolto come in una fitta nebbia di cui ci parla Moravia, in un mondo desertificato. Non ci sono più gli altri e il Sè si devitalizza. Come ci fa notare Sartre ne “La nausea”, dove non esistono rapporti prende corpo la noia. Quanto a me, dice il protagonista, io vivo solo, completamente solo. Non parlo con nessuno mai: non ricevo niente, non dò niente …. Quando uno vive solo non sa nemmeno più cosa sia il raccontare. E allora nella solitudine assoluta c’è la nausea, la noia. La noia è l’assenza di rapporti, è il chiudersi all’altro, è un non trovare più valore nello scambio né nella propria esistenza né in quella dell’altro.Dal dolore può nascere l’amore, invece nella noia ogni cosa viene annullata. Da una parte c’è la vita, il dolore e l’amore; dall’altra parte la noia e il vuoto e la morte. Per questo il passaggio dalla noia al dolore è qualcosa di vitale, una trasformazione interna di gran valore, perché comunque il dolore è qualcosa di vitale e può essere trasformato in amore. Come di gran valore è la possibilità di elaborare il senso di colpa che pesa sull’anima come un macigno insostenibile e può impedire l’elaborazione del lutto e l’emergere del dolore e dell’amore. Da qui possono prendere il sopravvento sentimenti di frustrazione, sofferenza, rabbia, invidia, odio che possono dare vita a condotte distruttive e autodistruttive.  

Ma come una buona madre, una buona relazione analitica può agire nel tentativo di riparare queste mancanze e curare le ferite profonde.

Originale è il richiamo di Tonia Cancrini al ruolo dei nostri amici a quattro zampe, i quali proprio come dei buoni analisti promuovono la funzione analitica e creano un tempo per la vita.

I nostri amici a quattro zampe sono vitali come i bambini, i quali possono soffrire tantissimo, possono piangere disperatamente, ma magari dopo dieci minuti vanno in giro a giocare. Come se trovassero una forza misteriosa per superare gli ostacoli e andare avanti, nonostante le difficoltà. Ci danno amore e calore affettivo vitale. Quando li perdiamo è una sofferenza terribile. Naturalmente, c’è il dolore della perdita e la necessità di avviare il lento e doloroso lavoro del lutto. Se c’è stato un buon rapporto, ciò permette di conservare dentro di sè il buon oggetto d’amore perduto. Melanie Klein, nel saggio sul lutto, ripercorre i diversi momenti dell’elaborazione della perdita, dal senso di colpa al dolore. Dall’angoscia paranoide animata dal senso di colpa di avere distrutto l’oggetto e dalla paura della rappresaglia retta dal senso di persecuzione e dall’odio, all’angoscia depressiva per l’oggetto d’amore perduto. Ella ci mostra quanto sia fondamentale l’elaborazione del lutto, ovvero l’accettazione della perdita e la conseguente possibilità di introiettare l’oggetto amato perduto che consenta una riparazione del proprio mondo interno, in cui possano prevalere oggetti buoni e amati.

Scrive Melanie Klein: colui che è in lutto sente più intensamente che nonostante tutto, la vita interna ed esterna continua e che l’oggetto d’amore perduto può essere tenuto al sicuro nel mondo interiore. In questa fase del lutto, la sofferenza può diventare produttiva (Klein, 1940).

Come sappiamo, è proprio dall’elaborazione simbolica della sofferenza che può nascere la bellezza e la creatività, linfa vitale essenziale dell’amore. E Tonia Cancrini non nasconde il proprio amore per gli animali e non esita a parlarci del suo grande amore e della sua grande passione per i cavalli, simbolo di vita, di amore, di forza.

E ci racconta che quando è arrivato il suo primo cavallo, Glandoran chiamato affettuosamente Chicco, era fuori di sè dalla gioia. E ci fa notare che è quasi magico l’odore del collo dei cavalli, a tal punto che Savater dice che strofinare il naso sul collo di un cavallo, significa trovare un antidoto contro la follia umana.

E ci ricorda che per Platone, Eros è figlio di Poros e Penia, del sentimento della mancanza e dell’ingegno creativo; e ancora che l’amore viene rappresentato come un cocchio trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero, uno irruente e l’altro docile ed equilibrato.

Freud conclude il Disagio della civiltà con il seguente quesito: quale delle due potenze celesti prevarrà? L’Eros portatore di vita e speranza o invece Thanatos con il suo oscuro e gelido velo della morte e della disperazione? (Freud, 1929).  

Se prevale il cavallo nero il rapporto sarà caratterizzato da irruenza e violenza; invece se prevale il cavallo bianco sono il buono, il bello e la temperanza ad avere il sopravvento. Come se ci fosse un implicito richiamo all’etica nicomachea di Aristotele, in cui l’amore sia canalizzato su un oggetto in maniera armonica, equilibrata come fosse non già una passione folle, bensì una passione “saggia”.  

Del resto anche Freud aveva equiparato il cavallo all’Es, considerandolo espressione della vitalità, della forza e della pulsionalità, e l’Io al cavaliere che ha il compito di governarlo, in un incontro stupendo tra una forza meravigliosa di un corpo possente e una mente sapiente ed equilibrata.

Tonia Cancrini cita “Il cavallo magico”di Afanasjev il quale racconta di un cavallo così intelligente che bastava che Ivan pensasse ad una cosa, e lui già la sapeva e che gli apre la via alla conquista dell’amore. È come mantenere viva dentro di noi la nostra preziosa dimensione infantile e la voglia di giocare e la profonda sensibilità che hanno i bambini. 

E cita Giovanni Pascoli il quale ne “La cavallina storna”ci trasmette la capacità di comunicare e di partecipare alla nostra vita affettiva da parte della cavalla, quando con un nitrito dice alla moglie chi ha ucciso il marito. Tonia Cancrini non esita ad affrontare il tema della morte con grande profondità e sensibilità, diversamente da chi tenta di negarla non parlandone.      

E poi cita Cechov il quale ci parla di un vetturino a cui è morto il figlio e cerca ascolto e comprensione che può trovare solo nella sua cavallina a cui riesce a confidare: già è così, cavallina mia … non c’è più Kuz’mà Ionyc … se n’è andato all’altro mondo … è morto così, inutilmente … vedi, diciamo, tu hai un puledrino e sei la madre di quel puledrino … e d’un tratto, mettiamo, questo puledrino se ne va, muore … non è una cosa che fa pena? La cavalla mastica, ascolta e soffia sulle mani del suo padrone … Iona così si lascia andare e le racconta tutto.

Come facciamo noi se ci sentiamo accolti in una buona relazione analitica.               

Bibliografia

Cancrini T. Un tempo per il dolore, Bollati Boringhieri, Torino, 2002. 

Cancrini T. Un tempo per l’amore, Franco Angeli, Milano, 2021.

Freud S. (1916) Caducità, O.S.F. 8

Freud S. (1917) Lutto e melanconia, O.S.F. 8

Freud S. (1929) Il disagio della civiltà, O.S.F. 10

Klein M. (1940) Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi, in Scritti (1921-1958)

Klein M. (1957) Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze, 1969

Klein M. (1963) Il nostro mondo adulto e altri saggi, Martinelli, Firenze, 1972

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