Parole chiave: neurodivergenza, neuroqueer, neurosviluppo
La nozione di neurodivergenza non designa una diagnosi in senso stretto, né una nuova categoria nosografica unitaria. Indica piuttosto un insieme di configurazioni neurocognitive, sensoriali, attentive, linguistiche e relazionali che divergono dai modelli statisticamente e culturalmente assunti come ‘tipici’. In questo senso, il termine va distinto sia dalla diagnosi clinica – autismo, ADHD, dislessia, disprassia, Tourette e altre condizioni del neurosviluppo – sia da un generico elogio della differenza. La neurodivergenza non cancella la sofferenza, la disabilità o il bisogno di supporti; permette però di interrogare il modo in cui una differenza diventa “disturbo” quando incontra ambienti, istituzioni e codici relazionali costruiti intorno a un ideale implicito di funzionamento normale.
Il paradigma della neurodiversità, emerso anche all’interno dei movimenti di autorappresentazione autistica e in dialogo con i Disability Studies[1], ha spostato progressivamente l’attenzione dal deficit individuale alla relazione tra soggetto e ambiente (Oliver, 1990; Garland-Thomson, 1997; Dwyer, 2022). La letteratura più recente invita inoltre a non attribuire l’origine del concetto a una sola figura: se Judy Singer ne ha dato una prima formulazione sociologica alla fine degli anni Novanta (Singer, 1999), il paradigma è stato elaborato collettivamente da comunità neurodivergenti, in particolare nell’ambito dell’attivismo autistico online degli anni Novanta (Botha et al., 2024). In questa prospettiva, neurodivergente non significa semplicemente “malato” o “non adattato”; quanto piuttosto che il funzionamento psichico e corporeo non coincida con la norma maggioritaria e che tale scarto va compreso anche nelle sue condizioni storiche, sociali e materiali.
Il modello sociale della disabilità ha mostrato come lo svantaggio non possa essere pensato unicamente a partire da una condizione individuale, ma debba essere letto anche nel rapporto con ambienti, barriere, aspettative e norme che stabiliscono chi risulti leggibile come competente, adattato, desiderabile (Oliver, 1990). La neurodivergenza porta questa domanda nel campo dei funzionamenti cognitivi, sensoriali e relazionali: ciò che viene nominato come deficit va interrogato anche come attrito tra una forma di vita e un’organizzazione normativa del mondo. Dentro questo quadro, il concetto di varianza offre uno snodo teorico particolarmente utile alla psicoanalisi: consente di pensare configurazioni soggettive singolari senza trasformarle immediatamente in deviazioni rispetto a uno standard tacito (Glocer Fiorini, 2017). La varianza non è un’etichetta identitaria né una formula consolatoria; è un operatore critico che obbliga la clinica a distinguere la sofferenza dalla differenza e a riconoscere quanto spesso la sofferenza venga prodotta proprio dall’urto tra differenza e norma.
All’interno di questa trasformazione epistemologica, il paradigma neuroqueer introduce una torsione ulteriore. Neuroqueer non è la semplice somma di neurodivergenza e queer, ma una pratica teorica e politica che interroga simultaneamente la neuronormatività e l’eteronormatività: cioè i codici che stabiliscono quali menti, quali corpi, quali generi e quali forme di relazione siano riconoscibili come normali (Walker, 2021; Yergeau, 2018). La posta in gioco riguarda la normalità stessa come tecnologia di potere: una posizione non dichiarata che si presenta come “l’umano in generale” e che continua a produrre, per contrasto, figure dell’eccesso, dell’inadeguatezza o dell’incomprensibilità. Le genealogie postumane e decoloniali hanno mostrato quanto questa figura dell’“Uomo” universale sia stata, storicamente, la maschera epistemica e politica di un modello parziale elevato a norma (Braidotti, 2013; Wynter, 2003).
Per la psicoanalisi, questo passaggio è particolarmente interessante. La decostruzione della diagnosi non si traduce infatti in una negazione della clinica, né in una idealizzazione identitaria della differenza. Può piuttosto consentire una distinzione più fine tra sofferenza e varianza, tra ciò che domanda cura e ciò che domanda riconoscimento, tra il nome diagnostico come strumento di orientamento e il nome diagnostico come destino. Il rischio contemporaneo non è solo l’inflazione diagnostica, ma anche la saturazione identitaria della diagnosi: la sua trasformazione in una risposta troppo rapida all’enigma del soggetto.
Le mutazioni antropologiche del presente — accelerazione dei ritmi dell’esperienza, condizione onlife delle pratiche digitali, comunità connesse, metriche dell’attenzione, circolazione algoritmica dei linguaggi clinici — stanno modificando il modo in cui le persone incontrano la diagnosi, la cercano, la abitano e talvolta la assumono come forma di appartenenza (Floridi, 2017). La diagnosi non circola più soltanto tra clinici, istituzioni e pazienti: circola dentro ecosistemi digitali che producono riconoscimento, identificazione, visibilità e talvolta cattura. Studi recenti sulla self-diagnosis mediata da TikTok mostrano che le piattaforme possono offrire linguaggi di sé e comunità, ma anche favorire autoattribuzioni rapide o imprecise, soprattutto quando l’accesso ai servizi è insufficiente o tardivo (Foster & Ellis, 2024).
Per quanto detto, l’aumento delle diagnosi di autismo negli ultimi decenni va trattato con cautela. È un dato epidemiologico reale, ma il suo significato resta clinicamente e politicamente controverso: non autorizza né la scorciatoia del “tutto è autismo”, né la reazione speculare del “è solo moda”. Una parte consistente della letteratura attribuisce l’incremento a fattori di accertamento: ampliamento dei criteri e delle pratiche diagnostiche, maggiore consapevolezza, migliore accesso ai servizi, diagnostic substitution e accumulo di categorie e comorbidità che rendono più probabile l’etichetta ASD (disturbi dello spettro autistico). In parallelo, la discussione contemporanea insiste sempre più su un punto: “autismo” non va trattato come un’unica entità con una sola causa, ma come uno spettro eterogeneo, i cui confini diagnostici sono inevitabilmente sensibili al contesto clinico-culturale.
La svolta proposta dalla neurodiversità diventa allora decisiva per non trasformare l’inflazione diagnostica in una caccia alle streghe o, all’opposto, in una forma di autogiustificazione culturale. Leggere le differenze neurocognitive in analogia alla biodiversità non significa cancellare la sofferenza e i bisogni di supporto, ma smontare l’idea che la deviazione dalla norma coincida automaticamente con un difetto da correggere (Singer, 1999; Dwyer, 2022). Per la psicoanalisi questo rinforza un vincolo legato al metodo: evitare che la diagnosi diventi una narrazione totalizzante che copre il singolare e l’inconscio – storia, fantasmi, difese, vergogna, affetti, tracce corporee, elementi traumatici – e insieme evitare l’errore opposto, cioè “de-diagnosticare” quando la diagnosi è ciò che finalmente rende leggibili bisogni, accomodamenti e diritti.
È sotto questo vertice che la postura critica della psicoanalisi verso la patologizzazione può raffinarsi. Non si tratta di squalificare l’autodiagnosi in blocco, perché spesso nasce da un mancato di riconoscimento della sofferenza. Si tratta piuttosto di tenere ferma una distinzione clinicamente utile: assessment [valutazione]come strumento e processo, capace di orientare supporti e comprensione, versus diagnosi come destino, cioè etichetta che chiude il lavoro psichico. In altre parole, l’inflazione diagnostica non è solo una questione di “numeri”, ma il segno di una mutazione del campo in cui il soggetto cerca cornici di senso rapide per non restare solo con l’enigma della propria sofferenza.
Proprio in quest’area la psicoanalisi può incontrare il suo compito più specifico: non scegliere tra etica del riconoscimento e metapsicologia, ma farle lavorare insieme. Se la diagnosi può diventare un destino quando viene usata come risposta satura alla sofferenza soggettiva, la mutazione contemporanea consiste anche nel fatto che le risposte oggi non arrivano solo dalle istituzioni cliniche o dai discorsi sociali, ma da un intero ecosistema di dispositivi, piattaforme e comunità che si offrono come scorciatoie di senso, regolazione e appartenenza. La dignità della neurodivergenza si gioca anche nel modo in cui il soggetto viene “preso” – o lasciato – da questi oggetti culturali e digitali, e nel tipo di legami che essi rendono possibili o impossibili.
Dana Amir, leggendo Orlando, riprende da Britton l’immagine dell’“altra stanza” come spazio psichico che consente la coesistenza di più registri senza collassarli in un’unica verità: una stanza dove l’esperienza può restare in trasformazione, dove ciò che si è non coincide interamente con ciò che si pensa di essere, e dove la continuità non richiede rigidità (Britton, 1998; Amir, 2018). In questa prospettiva, la diagnosi diventa clinicamente feconda quando funziona come porta verso l’altra stanza — un modo per rendere leggibili bisogni e accomodamenti — e diventa clinicamente povera quando pretende di essere destino.
Il rischio, oggi, è che la diagnosi si faccia “satura” e si trasformi in una nuova forma di binarismo: dentro/fuori, neurotipico/neurodivergente, cura/negazione del problema. È un binarismo particolarmente seducente perché promette riconoscimento, ma, come ogni soluzione binaria, riduce la complessità e alza il prezzo del legame, chiedendo al soggetto di esistere soprattutto come categoria. La clinica psicoanalitica prova invece a sostenere un movimento più delicato: tenere insieme il valore politico del nome e l’irriducibilità del singolare; mantenere accessibile il diritto al riconoscimento senza chiudere la domanda sulla sofferenza, sulle difese, sulla vergogna e sui modi incarnati della relazione.
Si tratta allora, per citare Bion, di trasformare la diagnosi da cut, un taglio che stabilizza una certezza, in caesura, un intervallo che permette trasformazione: lo spazio in cui la diagnosi può essere usata senza diventare un assoluto, e in cui la varianza può essere riconosciuta come forma di vita senza essere immediatamente convertita in norma alternativa (Bion, 1977). In una cultura che tende a premiare la chiarezza istantanea, la psicoanalisi può offrire qualcosa di contro-intuitivo e necessario: tempo, e quindi complessità; terzietà, e quindi gioco.
In questa cornice, lo spazio analitico conserva una funzione specifica: non ridurre la soggettività al cervello, ma pensare cervello, corpo, ambiente, linguaggio e tecnologia come dimensioni inseparabili di una stessa ecologia della soggettivazione. La neurodivergenza non è soltanto un fatto neurobiologico; è anche il punto in cui biologia, ambiente, norme sociali, dispositivi tecnici e forme di riconoscimento si incontrano. Il compito psicoanalitico consiste nel mantenere aperto questo incontro: riconoscere la realtà delle differenze neurocognitive senza trasformarle in deficit, e ascoltare la sofferenza senza ridurla alla diagnosi che la nomina.
Bibliografia essenziale
Amir, D. (2018). The Two Sleeps of Orlando: Transsexuality as Caesura or Cut. In O. Gozlan (Ed.), Current Critical Debates in the Field of Transsexual Studies: In Transition (pp. 36–47). Routledge, London & New York.
Berardi, F. “Bifo” (2021). Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale. Nottetempo, Milano.
Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Trad. it. L. Micati e L. Zecca. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2019.
Bion, W. R. (1977). La griglia e Cesura. In W. R. Bion, Il cambiamento catastrofico. La griglia/Cesura/Seminari brasiliani/Intervista. Loescher, Torino, 1981.
Botha, M., Chapman, R., Giwa Onaiwu, M., Kapp, S. K., Stannard Ashley, A., & Walker, N. (2024). The neurodiversity concept was developed collectively: An overdue correction on the origins of neurodiversity theory. Autism, 28 (6).
Braidotti, R. (2013). Il Postumano. DeriveApprodi, Roma, 2014.
Britton, R. (1998). The other room and poetic space. In R. Britton, Belief and imagination: Explorations in psychoanalysis (pp. 120–127). Routledge, London & New York..
Dwyer, P. (2022). The neurodiversity approach(es): What are they and what do they mean for researchers? Human Development, 66(2), 73–92.
Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Raffaello Cortina, Milano.
Foster, A., e Ellis, N. (2024). TikTok-inspired self-diagnosis and its implications for educational psychology practice. Educational Psychology in Practice. 40 (4). 491-508.
Garland-Thomson, R. (1997). Extraordinary Bodies: Figuring Physical Disability in American Culture and Literature. Columbia University Press, New York
Glocer Fiorini, L. (2017, 2024). Decostruire il femminile. Soggettività in transizione. Ed. it. a cura di A. Falci. FrancoAngeli, Milano, 2025.
Oliver, M. (1990). The Politics of Disablement. Macmillan, London.
Singer, J. (1999). NeuroDiversity: The Birth of an Idea. (volume autopubblicato) J. Singer, Lexington.
Walker, N. (2021). Neuroqueer Heresies: Notes on the Neurodiversity Paradigm, Autistic Empowerment, and Postnormal Possibilities. Autonomous Press, Fort Worth.
Wynter, S. (2003). Unsettling the Coloniality of Being/Power/Truth/Freedom. The New Centennial Review, 3(3), 257–337.
Yergeau, M. R. (2018). Authoring Autism: On Rhetoric and Neurological Queerness. Duke University Press, Durham.
[1] I Disability Studies sono un campo di ricerca interdisciplinare, nato dai movimento per i diritti civili delle persone con disabilità; essi sono indirizzati a ridefinire radicalmente il modo in cui concepiamo la diversità, analizzando la disabilità non come un semplice limite biologico o una tragedia personale, ma come un costruito sociale, politico e culturale.