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Nuovi aggiornamenti su alcune correlazioni cerebrali del Disturbo di Personalità Borderline. Cristiana Pirrongelli

Neuroscienze
Nuovi aggiornamenti su alcune correlazioni cerebrali del Disturbo di Personalità Borderline. Cristiana Pirrongelli
Europeana (da Unsplash)

Parole chiave: Amigdala, connettività neuronale, biomarker, Default Mode Network, Disturbo Borderline di Personalità, epigenetica, genetica, ippocampo, trattamento DBP.

Cristiana Pirrongelli

Nuovi aggiornamenti su alcune correlazioni cerebrali del Disturbo di Personalità Borderline.

Report su:

Giannoulis, E., Nousis, C., Sula, I.-J., Georgitsi, M.-E., & Malogiannis, I. (2025). Understanding the Borderline Brain: A Review of Neurobiological Findings in Borderline Personality Disorder (BPD). I. Biomedicines, 21;13(7):1783. doi: 10.3390/biomedicines13071783.

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Curare i pazienti borderline è una delle più grandi sfide, per via delle loro emozioni intense e disregolate che rendono difficile la relazione terapeutica. Noi sappiamo quanto le esperienze infantili avverse tra cui abusi fisici, emotivi e sessuali, nonché il neglect, siano fortemente associate allo sviluppo del disturbo borderline di personalità (BPD). Oltre il 70 per cento di tali pazienti riferisce di aver subito traumi gravi nella prima infanzia. Il 10 per cento va incontro a suicidio, mentre l’80 per cento ha avuto, nel corso della vita, ideazioni suicidarie. L’esperienza ripetuta del trauma durante i periodi critici dello sviluppo neurologico può interferire con la normale maturazione e il funzionamento di strutture cerebrali chiave, e produrre alterazioni a diversi livelli. 

La revisione che presentiamo integra i risultati di recenti studi di neuroimaging, neurochimica, genetica, epigenetica e trattamento per identificare i meccanismi neurobiologici fondamentali che sottendono il disturbo. Studi che includono risonanza magnetica strutturale (MRI), risonanza magnetica funzionale (fMRI) a riposo e basata su compiti, EEG, PET (tomografia ad emissione di positroni), DTI (risonanza magnetica con tensore di diffusione, per studiare le strutture della sostanza bianca nel cervello, mappando la diffusione dell’acqua nei tessuti), e nuove applicazioni di learning machine (algoritmi e tecniche dell’AI per analizzare dati e fare previsioni). 

Nel lavoro di Giannoulis et al. sono stati presi in considerazione 112 articoli tra i più significativi pubblicati tra il 2020 e il 2025 su pazienti borderline, che riguardassero almeno 20 soggetti.  La revisione che presentiamo è stata scelta nella speranza che il vertice psicoanalitico e quello neuroscientifico siano fecondi l’un l’altro promuovendo intuizioni, pensiero e utili ricadute sul piano clinico. Quel che giornalmente esperimentiamo nel contatto con tali pazienti appare qui rappresentato e comprovato nei suoi risvolti neurobiologici.

La base neuroscientifica del BPD implica una combinazione sinergica di disfunzione dei neurotrasmettitori, connettività patologica delle reti cerebrali e disfunzione dei sistemi di regolazione dello stress. Questi elementi, nel loro insieme, contribuiscono in modo significativo alle tipiche caratteristiche manifestazioni di disregolazione emotiva, impulsività e relazioni interpersonali problematiche. Di immediato risalto, l’osservazione di alcuni deficit neuroanatomici, con i correlati funzionali, nelle strutture del sistema limbico, vale a dire quel complesso di strutture cerebrali come amigdala, ippocampo, ipotalamo, corteccia cingolata, precuneo, talamo, parte limbica della corteccia prefrontale etc., fondamentali per la regolazione delle emozioni, degli istinti e delle motivazioni, nonché di memoria e olfatto. 

In tutti i principali studi si è rilevato l’aumento di volume e l’iperattività dell’amigdala, una struttura il cui funzionamento è cruciale per le emozioni di paura, ansia e per la memoria emotiva, mentre risulta diminuito lo spessore della corteccia prefrontale, delegata al controllo top-down degli impulsi, al processo decisionale e alla regolazione delle emozioni, con il risultato di una disconnessione fronto-limbica. Tali dati forniscono una base neurobiologica in grado di spiegare l’ipersensibilità emotiva (sentirsi penetrato dall’altro, o sentire l’altro come troppo significativo etc.) e il deficitario controllo top-down fronto-corticale sull’impulsività. In altre parole, l’amigdala, che è anche l’organo centrale nell’elaborazione della salienza emotiva, vale a dire la rilevanza di un certo stimolo per il cervello, appare non solo aumentata di volume, ma anche iperreattiva, favorendo reazioni esagerate a minacce percepite. Da qui deriverebbero il rifiuto sociale e l’aggressività impulsiva nel quadro di una generica disregolazione emotiva. Anche la perdita di volume dell’ippocampo (integrazione di nuovi ricordi, orientamento spaziale, neurogenesi, sensibilità allo stress) (Salgado et al. 2025), è una caratteristica dei pazienti borderline ed in particolare degli individui con una storia di traumi precoci o stress cronico. Una caratteristica distintiva del BPD è anche la disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che svolge un ruolo centrale nel sistema di risposta allo stress. Ne risulta un aumento del cortisolo, a sua volta responsabile di vulnerabilità allo stress e instabilità emotiva. Dato il ruolo dell’ippocampo nella memoria contestuale e nella regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), un danno strutturale in questa regione può essere anche alla base della combinazione di ricordi intrusivi, frammentazione dell’identità e iperattivazione emotiva.

Il quadro teorico dell’attaccamento (Ainsworth et al., 1978; Ainsworth, 2006) fornisce preziose informazioni sui problemi interpersonali associati al disturbo borderline di personalità. I ​​pazienti con tale disturbo mostrano modelli di attaccamento insicuri e disorganizzati (“…mi vuoi bene? …mi tradirai? …sei troppo vicino… sei troppo lontano… ho bisogno di te ma ho paura che mi lascerai…  etc.”) spesso derivanti da comportamenti di cura incoerenti o negligenti (Kabadayan T., 2022; Kaurin et al., 2020), L’attaccamento insicuro e/o disorganizzato interferisce altresì con lo sviluppo della mentalizzazione (Fonagy, Target 1997), ovvero la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui, che si instaura nel bambino dopo i tre-quattro anni. La mentalizzazione alterata è una caratteristica centrale del BPD, che porta a fraintendimenti dei segnali emotivi e delle intenzioni altrui. 

Disfunzioni nella rete di mentalizzazione e nel sistema dei neuroni specchio (Di Pellegrino et al., 1992; Rizzolatti, Sinigaglia, 2006) compromettono la capacità di comprendere e riflettere sugli stati mentali altrui. Si tratta di deficit che compromettono l’empatia, aumentano l’ipersensibilità al rifiuto e portano a una errata interpretazione dei segnali sociali., rendendo ovviamente le interazioni interpersonali più avversive e instabili.

Rispetto al neurosviluppo, l’esperienza ripetuta del trauma durante i periodi evolutivi critici, nonché discontinuità e esperienze avversive nelle relazioni di attaccamento, possono influenzare negativamente la regolazione emotiva e la cognizione sociale (Schore et al., 2016), interferendo con la normale maturazione di strutture cerebrali chiave che svolgono un ruolo significativo nella regolazione delle emozioni, nel consolidamento dei ricordi e nell’adattamento allo stress. I principali sistemi neurotrasmettitoriali coinvolti nella fisiopatologia del BPD mostrano una disregolazione serotoninergica (che può correlarsi all’impulsività), alterazioni dopaminergiche (correlate all’elaborazione della ricompensa e all’affettività), deficit del funzionamento dell’ossitocina (associati all’attaccamento e all’empatia), un costante basso livello degli oppioidi endogeni (benessere, mancanza di dolore) e le nuove evidenze sullo squilibrio del sistema del glutammato (sistema eccitatorio).

Relativamente al malfunzionamento della connettività neuronale sono state riscontrate anomalie nel Default Mode Network (DMN), una rete neurale molto complessa che (con qualche semplificazione) connette la corteccia medio-frontale, la corteccia cingolata posteriore, la corteccia precuneale, il giro angolare. Tale rete è stata ipotizzata essere legata alla formazione e al funzionamento della percezione del proprio sé: come base neurofunzionale di un minimal-self, e come base esperienziale preriflessiva di un bodily self, che si attiva quando siamo a riposo e rilassati, non impegnati in compiti esterni. Il suo malfunzionamento può esitare in fratture e discontinuità dell’immagine di sé, in particolare della coerenza del sé narrativo e in un incessante pensiero ruminativo negativo. 

A proposito del BPD, uno studio di connettività neuronale del 2025 (D’Adda F. et al., 2025) ha collegato alterazioni nell’organizzazione di una rete cerebrale su larga scala tra il DMN, la rete di salienza, SN, e la rete di controllo esecutivo, ECN, ad alterazioni specifiche nei domini del PID-5 (il questionario sulla personalità del DSM-5) quali insicurezza da separazione, tendenze depressive e labilità emotiva. Queste corrispondenze possono essere considerate biomarker utili, ipoteticamente, per diagnosi e/o trattamenti più individualizzati e controllati. Per biomarker, si intendono degli indicatori biologici (DNA, proteine, enzimi, ma anche parametri neurobiologici) correlati a processi normali, patologici o a risposte esterne, che possono assumere valore diagnostico, prognostico, predittivo o di monitoraggio per alcuni medicamenti. Altri esempi sono i biomarkers di neuroimaging, parametri quantificabili di brain imaging utilizzati per la misurazione di alcuni processi neurobiologici o di alcune risposte neurofarmacologiche. Un recente biomarker studiato nella neurofisiologia clinica è costituito dalla componente P300 dell’EEG, una risposta elettrofisiologica cerebrale a stimoli significativi che richiedono attenzione o discriminazione, solitamente legati a processi cognitivi, di attenzione selettiva o di memoria. Invece, altri biomarker, come gli psico-endofenotipi, sono tratti studiabili oggettivamente, stabili nel tempo, che indicano predisposizione a certi disturbi mentali.  Ne sono un esempio le peculiari anomalie nel movimento oculare dei pazienti schizofrenici, descritte già nel 1973 da Holzmann, che confermerebbero una matrice genetica, sebbene ancora difficilmente precisabile, correlata alla base del grave disturbo. Riguardo al BPD le ricerca sono ancora in corso.

Una parziale sovrapponibilità di dati tra il BPD, il Post-traumatic Stress Disorder (PTSD) e la dipendenza da cocaina (CUD, Cocaine Use Disorder), ha portato alla ricerca di un biomarker differenziale individuato nell’iperconnessione del precuneus (sistema limbico), fulcro centrale del Default Mode Network (DMN), le cui alterazioni della connettività sono spesso legate a disturbi dell’autoconsapevolezza o della percezione. Rispetto al PTSD e al CUD, il BPD è caratterizzato dal dominio e dalla stabilità dell’iperconnessione del precuneus. Un altro recente biomarker appare essere l’ipoattivazione della corteccia cingolata anteriore (dACC) anche se, per entrambe le rilevazioni, saranno necessarie conferme svolte su campioni più ampi.

Rispetto ai dati genetici, studi su famiglie, gemelli e adozioni indicano che i tratti del BPD presentano un coefficiente di ereditarietà stimato intorno al 46%, con un coefficiente di rischio 11,5 più alto nei monozigoti rispetto ai gemelli dizigoti. Tuttavia, non solo le basi genetiche specifiche rimangono in gran parte sconosciute, ma i dati acquisiti si sovrappongono a quelli di altri disturbi psichiatrici, tra cui il disturbo bipolare, il disturbo depressivo maggiore e la schizofrenia, suggerendo fattori di rischio genetici condivisi. È stato ampiamente riscontrato che l’esposizione a traumi precoci cronici causi cambiamenti epigenetici (ad esempio attraverso l’ipermetilazione del gene NR3C1) — vedere articoli dedicati all’epigenetica su Spiweb — che alterano i meccanismi di regolazione dello stress rendendo gli individui più vulnerabili e labili emotivamente. Esiti dei traumi possono essere deficit cognitivi che riguardano compromissioni in funzioni esecutive, memoria, attenzione e abilità visuo-spaziali. Tali deficit, possono influenzare anche la risposta al trattamento, come nel malfunzionamento della memoria con conseguenti compromissioni e distorsioni mnemoniche anche rilevanti per gli stimoli emotivi negativi.

Oltre alla psicoterapia psicodinamica sono stati investigati trattamenti psicoterapici come l’MBT, (Terapia Basata sulla MentalizzazionediBateman e Fonagy (2004), radicata nella teoria dell’attaccamento), la DBT (Terapia Dialettico Comportamentale di Marsha Linehan), la mindfulness, la neuromodulazione (TMS), e infine anche la psicoeducazione come supporto ai genitori e agli adolescenti a rischio. I modelli di apprendimento automatico o learning machine (algoritmi e tecniche dell’AI per analizzare dati e fare previsioni) raggiungono un’accuratezza di classificazione del 70-88% e possono supportare il monitoraggio delle risposte precoci al trattamento. Studi longitudinali di fMRI (risonanza magnetica funzionale) indicano che la terapia psicodinamica facilita la progressiva normalizzazione dell’attività della corteccia cingolata anteriore dorsale (dACC). Questa, abitualmente ipoattiva e ipoconnessa nei BPD (Noor et al-2024; Lai et al., 2007)), è parte del sistema limbico ed è coinvolta nella percezione e nell’interpretazione del dolore sia fisico che emotivo, e dovrebbe essere attiva nei momenti di empatia e nella motivazione verso la ricerca di un piacere o una ricompensa. 

La terapia psicodinamica favorisce anche la riduzione dell’alessitimia, termine con cui intendiamo la difficoltà a comprendere e dare un nome alle proprie emozioni, e quindi una difficoltà a dare riconoscimento al proprio mondo emotivo. La psicoanalisi favorirebbe quindi una capacità di riflessione, ai suoi livelli inconsci, su quanto accade nella relazione terapeutica e nelle relazioni in generale. 

I risultati del lavoro di revisione qui commentato sono coerenti con la letteratura precedente, ma incorporano studi recenti sulle disfunzioni a livello di reti come il DMN, al livello della mentalizzazione e al livello del sistema dei neuroni specchio. Questi dati offrono una spiegazione neurobiologica – per quelle sintomatologie del DBP quali la diffusione dell’identità, l’ipersensibilità interpersonale e gli stati dissociativi – che appoggia le concettualizzazioni psicodinamiche. Il trattamento psicoanalitico attraverso la conoscenza degli specifici meccanismi di difesa, delle teorie sulla relazione oggettuale, sul trauma, sull’identificazione con l’aggressore, sull’oscillazione tra posizioni schizoparanoide e depressiva, integrate con gli apporti dell’infant research e le teorie sull’attaccamento di Bowlby, rimane uno strumento d’elezione per la comprensione e la cura del BPD, anche se con i noti limiti relativi alla raccolta e valutazione dei dati. Un recente studio di neuroimaging del 2024 condotto nell’arco di dodici mesi, ha rilevato che sedute psicodinamiche settimanali erano associate a una progressiva normalizzazione dell’attivazione della corteccia cingolata anteriore dorsale (dACC, abitualmente ipoattiva ed ipoconnessa nel BPD) in particolare in risposta a stimoli affettivi come il dolore e ad un lavoro terapeutico sul conflitto. Questi cambiamenti neurali erano accompagnati da una graduale riduzione dell’alessitimia misurata dalla Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), indicando un miglioramento della consapevolezza e della comprensione delle proprie e altrui emozioni, diminuzione delle condotte di evitamento nelle situazioni emotive e della regolazione emotiva nel tempo. In particolare, la maggior parte dei partecipanti ha mostrato un miglioramento significativo dopo otto mesi, il che è in linea con le precedenti evidenze che suggeriscono che i cambiamenti cerebrali strutturali e funzionali possano richiedere un impegno terapeutico sostenuto (Uscinka et al.,2019). 

È opportuno precisare che gli autori del presente lavoro, interpretano le alterazioni cerebrali osservate come marker di risposta ad eventi reali, plasmati da esperienze di vita avverse, piuttosto che come deficit predefiniti e stazionari. Ad esempio, l’atrofia dell’ippocampo è collegata all’esposizione al trauma, con conseguente compromesso consolidamento della memoria autobiografica e dell’elaborazione contestuale delle emozioni. Allo stesso modo, l’indebolimento dell’accoppiamento corteccia prefrontale-amigdala è interpretato come la base neurale per una scarsa regolazione emotiva e la persistenza di stati di iperattivazione in situazioni emotivamente forti. Questi risultati supportano l’ipotesi che la psicoterapia psicodinamica influenzi non solo i profili sintomatologici, ma anche i sistemi neurocognitivi fondamentali implicati nel BPD, come il monitoraggio degli errori, la valutazione sociale e la risoluzione dei conflitti emotivi. Questi effetti longitudinali suggeriscono che la terapia psicodinamica potrebbe rappresentare un approccio efficace e non farmacologico grazie alla capacità di adattamento neuroplastico insito nei sistemi di regolazione emotiva e cognitiva, integrando in modo efficace le conoscenze meccanicistiche derivanti dagli studi farmacologici e dei neuromodulatori.  

Bibliografia

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vedi anche:

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