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“Pensare la psicoanalisi” di A. Green. Tradotto da Nelly Cappelli. Recensione di Luca Bruno

Pensare la psicoanalisi con Bion, Lacan, Winnicott, Laplanche, Aulagnier, Anzieu, Rosolato di A. Green

Parole chiave: psicoanalisi, Freud, autori contemporanei, lavoro del negativo, psicosi bianca

“PENSARE LA PSICOANALISI” con Bion, Lacan, Winnicott, Laplanche, Aulagnier, Anzieu, Rosolato

di ANDRÉ GREEN tradotto da NELLY CAPPELLI, Alpes, 2025

Recensione di Luca Bruno

È senz’altro un lavoro complesso tradurre Green. Il suo pensiero si distingue per l’ampiezza e la profondità della rilettura di Freud, concentrandosi in particolare su aree difficili quali il lavoro del negativo, la pulsione di morte, la psicosi bianca. Green propone una metapsicologia che integra gli investimenti oggettuali e narcisistici, esplorando la follia privata (gli stati al limite), le modalità del legame e dell’impasto pulsionale ma anche quelle del più estremo disinvestimento psichico.

“I suoi orizzonti lunghi, popolati da figure eterogenee, resi straordinariamente complessi e tuttavia non eclettici dai diversi contributi accolti nel suo pensiero, ne fanno una delle figure più affascinanti della cultura contemporanea” – scriveva sul Manifesto, Francesca Borrelli, quando Green morì nel gennaio 2012.

Nelly Cappelli affronta e realizza la traduzione del volume “Pensare la psicoanalisi con Bion, Lacan, Winnicott, Laplanche, Aulagnier, Anzieu, Rosolato” (Alpes, Roma, 2025) con la chiarezza e l’eleganza che la contraddistinguono e ci accompagna in questa bella promenade che Green compie a braccetto di grandi autori a lui contemporanei, con i quali si confronta.

Gli analisti ai quali Green dedica più spazio, con una maggiore estensione della sua riflessione, sono Bion e Winnicott e non nasconde la propria ammirazione per essi. Scrive: “Quando leggo e rileggo Winnicott e Bion mi sento del tutto a mio agio e le loro idee vanno al nòcciolo della mia prassi clinica. Avverto consonanza col loro discorso” (p. 30).

E aggiunge: “Bion mi sembra essere l’autore che ha esercitato l’influenza più profonda e finora più duratura sul pensiero psicoanalitico, dopo Freud” (p. 42). L’opera freudiana è un legame essenziale tra Green e Bion (“Concordavamo sul fatto che il nostro più grande debito fosse verso Freud” p.1).

Green ben evidenzia come l’opera di Bion possa essere divisa in due fasi. La prima (“Apprendere dall’esperienza”, “Elementi della psicoanalisi”, “Trasformazioni” e fino a “Attenzione e interpretazione” 1970) corrisponderebbe a un tentativo di costruire una nuova teoria psicoanalitica, partendo da osservazioni sul paziente psicotico (scienza). La seconda (“Memoria del futuro”, “Cogitations” e “Seminari clinici”) nella quale accetta il carattere inconoscibile della cosa in sé (O) (Kant), la realtà ultima, la verità assoluta, alla quale possiamo avvicinarci solo attraverso dei derivati (fiction o letteratura o arte).

Green afferma che le idee di Bion gli furono di grande ispirazione, se pensiamo ad esempio alla sua concettualizzazione sul “lavoro del negativo”. Il negativo è alla base dell’attività psichica: la mancanza dell’oggetto attiva la psiche e genera l’appagamento allucinatorio che costituisce la forma più elementare del funzionamento mentale.

Bion evoca la “capacità negativa” a partire da pazienti che dicono di non avere pensieri (che presentano un funzionamento psichico che adotta prevalentemente il diniego, l’identificazione proiettiva e l’acting). Per Green esiste un processo di “soppressione” drastica, un’attività svolta per eliminare, per far scomparire. Accade nella psicosi bianca e negli stati di “blanc de la pensée” (stati di sterilizzazione dell’attività rappresentativa): il risultato è un “buco” nella psiche, una lacerazione, uno strappo, una cancellazione, che non solo agisce come un vuoto interno, ma che ha anche il potere di attrarre contenuti mentali, alterando gravemente la capacità di simbolizzazione, producendo un’emorragia della rappresentazione, uno “stato di bianco” che corrisponde alla distruzione della capacità di rappresentare.

L’allucinazione negativa non coinvolge solo la percezione dei dati sensoriali, ma si applica anche alla percezione dei pensieri e alle rappresentazioni, che attraverso di essa non sono rimosse, ma vengono abolite e non saranno più disponibili (espunte, perse, in “una sepoltura senza resti”).

Green elogia la creatività, la sincerità e l’autenticità delle idee di Winnicott. Afferma: “Nessuno ha, quanto lui, riconosciuto i propri insuccessi” (p. 60). Winnicott predilige l’idea del “viaggio” per trattare l’evoluzione dello psichico: dallo stato originario di dipendenza assoluta a uno di indipendenza relativa. Parlando di “Gioco e realtà” Green scrive: “A mio avviso è il libro di psicoanalisi più importante dopo la morte di Freud” (p. 37).

Di Winnicott evidenzia l’interesse per il rapporto psiche-soma, la centralità della regressione nella cura, la rilevanza della creatività legata a uno stato non integrato della personalità che ha bisogno di essere rispecchiato/riverberato dalla madre. Green sottolinea inoltre l’importanza dell’area transizionale e dell’illusione, in accordo con l’area della “terzietà” che lui ha in seguito sviluppato. Gli oggetti transizionali non appartengono né al dentro né al fuori, resistono agli investimenti pulsionali erotici e distruttivi.

In particolare, però, Green muove una critica a Winnicott sulla restrizione del riferimento alle pulsioni e in particolare sul suo disaccordo rispetto alla pulsione di morte. Winnicott integra la teoria freudiana della bisessualità, postulando un elemento femminile puro che fa coincidere con l’Essere e che è la fonte della vitalità e della creatività dell’infante. Si tratta di uno stato privo di attività pulsionale che può essere collegato al narcisismo inteso come antagonista delle pulsioni (ma Winnicott nutriva dubbi anche sul concetto di narcisismo). Qui la critica di Green: se l’Essere è prodotto della creatività materna, quando inizia l’allattamento come può essere pensata la relazione fisica senza fare alcun riferimento all’attività pulsionale? Come può la relazione bebé-seno sfuggire all’attività pulsionale, essendo il seno il primo oggetto erotico dell’infans? L’amore nasce in appoggio al bisogno di soddisfacimento del nutrimento. Occupandosi del corpo del bambino (e dei suoi bisogni) la madre diventa la sua prima seduttrice. Green critica Winnicott per la sua concezione delle pulsioni e del loro ruolo sia sui processi di identificazione sia rispetto allo stesso funzionamento psichico “La sua concezione di pulsione mi sembra limitata” (p. 56): l’Essere per Winnicott non ha nulla a che fare con le pulsioni.  Ma, ribadisce Green, la spinta pulsionale costituisce l’attività fondamentale della mente umana.

Green sposta poi la sua “riflessione su tema dell’Essere” domandandosi come mai Winnicott abbia introdotto questo concetto nel 1966, a 70 anni (“Gli elementi scissi maschili e femminili che si possono trovare negli uomini e nelle donne”) e giunge all’ipotesi che possa essere stato motivato dal bisogno di contrastare la teoria della pulsione di morte. Green ipotizza che il concetto di Essere venne proposto da Winnicott sia per una ragione personale (potrebbe aver sentito la minaccia della propria morte) sia in risposta a una minaccia in seno alla psicoanalisi, dopo l’introduzione della pulsione di morte da parte di Freud. Scrive: “Suppongo che anziché accettare l’idea della pulsione di morte Winnicott abbia reagito introducendo il concetto di Essere, baluardo abbastanza potente per opporsi alla tentazione della distruzione totale dell’oggetto” (p. 53). Winnicott potrebbe avere introdotto ed elaborato il concetto di Essere nell’ultima fase della sua vita per contrastare la distruttività attribuita da Freud alla pulsione di morte. Siccome la distruzione può essere associata all’onnipotenza e l’Essere si oppone alla distruzione, l’Essere diventa il contrario dell’onnipotenza.

A più riprese Green parla dell’onnipotenza in Winnicott, soprattutto in riferimento al fatto che si occupasse di casi molto gravi (“Quasi tutti coloro che lo hanno conosciuto bene ritenevano che sovrastimasse la propria capacità di rispondere a tutti i bisogni dei pazienti. E l’onnipotenza di W. difficilmente poteva aiutare il paziente a rinunciare alla propria” (p. 56). Riporta anche una nota di Masud Khan nella quale si legge: “La manifestazione più tipica della sua onnipotenza era che non riusciva a rifiutare quelli che sapeva che lo avrebbero costretto a fallire” (p. 59).

Questo offre a Green l’occasione per riflettere sugli attacchi che provengono dai pazienti (i pazienti che mettono in pericolo la vita degli psicoanalisti, suicidandosi) (e aggiunge “che dire degli attacchi che provengono dai colleghi?”) (p. 54). Afferma, a proposito di onnipotenza, che Winnicott “temeva di provocare la morte dei pazienti con la propria mancanza di disponibilità (ammalandosi) e, di conseguenza, di essere ucciso da loro” (p. 54).

Parlando “con” Lacan, lo confronta con Winnicott, mostrandone i punti di convergenza (L’oggetto è creato a partire dal desiderio che lo genera) ma anche la profonda biforcazione del loro pensiero, in particolare sull’importanza dell’ambiente nel determinare sviluppi felici o fallimenti. Pur essendo Lacan l’autore che ha approfondito di più, col tempo Green se ne è distanziato, avvertendo con il pensiero lacaniano poca consonanza. “Di fronte alla povertà della produzione psicoanalitica di quel periodo, l’opera di Lacan era una scelta inevitabile” (p. 32).  Sottolinea quanto Lacan non volesse sentir parlare di affetti, rimanendo ancorato alla sua idea dell’inconscio strutturato come un linguaggio.

Nel capitolo su Laplanche, Green si sofferma soprattutto sulla “situazione antropologica fondamentale” che descrive una condizione universale nella quale il bambino è inevitabilmente sedotto dalla sessualità dell’adulto. Laplanche fa riferimento al modello pulsionale, mettendo al cuore della sua riflessione l’infantile e il sessuale infantile (il sexual che inconsciamente è alla ricerca di tensione più che di appagamento e che è sensibile all’ambiente) anche per riflettere sulla genesi dell’identità sessuale scandita dalle tappe della trasmissione inconscia dall’adulto al bambino. Per Green “Questo sexual non ha molto peso nella valutazione del quadro clinico o del lavoro analitico” (p. 66) e assomiglia a quel che Freud denominava “il sessuale presessuale”, un sessuale che non ha la compiutezza del sessuale.

Una delle critiche che Green muove a Laplanche riguarda la reticenza a parlare della svolta della seconda topica. Sottolinea che Laplanche non considera l’esistenza di un Io inconscio né le sue difese inconsce. Laplanche si riferisce all’inconscio e ignora l’Es: per lui ogni nozione di rappresentazione è assente nell’Es. Inoltre, Green scrive che Laplanche non ha risposto ad alcune delle questioni che gli aveva rivolto: “perché nella prima topica le pulsioni sono fuori dell’apparato?” e “perché nella seconda topica la spinta pulsionale nata nell’Es prende il posto della rappresentazione (le rappresentazioni sono assenti nell’Es)?”

“Dialogando” con Piera Aulagnier afferma che l’autrice ha cercato di radicalizzare l’originario in senso diverso rispetto a Freud. Aulagnier aggiunge alle categorie di processo primario e secondario quella di originario. Il processo psicotico opera a monte del fantasma (una fase antecedente all’organizzazione degli scenari fantasmatici) al livello dell’originario e della sua particolare modalità di rappresentazione attraverso il pittogramma. Questa modalità di rappresentazione è legata al corpo libidico, alle radici dell’attività psichica. Per Aulagnier la psicosi deriva dall’assenza del discorso materno (un bambino che non avrebbe mai dovuto nascere), da una madre portatrice di un desiderio di morte forcluso nei confronti del suo bambino.

Aulagnier inoltre riformula in maniera originale la teoria dell’appoggio, concependo l’attività psichica come un duplicato dell’attività corporea da cui, in un primo tempo, prenderà a prestito il modello di funzionamento. L’attività corporea che funge da referente è l’esperienza sensoriale. Le sensazioni provate costituiscono un’autopresentazione della psiche che viene vissuta come la capacità di sperimentare il prodotto dell’incontro tra il corpo e l’oggetto. L’informazione che ne deriva è quella sulle qualità di piacere o dispiacere che costituiscono l’esperienza. L’infans attribuisce a sé stesso il potere di avere generato questa auto-informazione e in questo senso la psiche auto-genererebbe sia il piacere che il dispiacere.

La critica di Green si concentra proprio su questi concetti di auto-informazione e auto-generazione. Secondo Green vengono da Aulagnier attribuite all’infans funzioni e proprietà molto elaborate che la mente in quella fase dello sviluppo non può ancora possedere. Infatti, la capacità di auto-informazione presuppone l’esistenza di un’istanza in grado di riflettere questa informazione utilizzando l’autoreferenzialità.

Inoltre, ciò che viene definito come auto-generazione presume una contemplazione dell’auto-generato, ma questo non può avvenire in una condizione nella quale non c’è ancora una distinzione tra rappresentante (soggetto della rappresentazione) e rappresentato. L’originario presuppone la passivizzazione del soggetto e non si può quindi parlare di auto-informazione e auto-generazione. Inoltre, aggiunge Green, l’auto-informazione deve essere preceduta non solo dalla possibilità di differenziare il soggetto dall’oggetto, ma dall’esperienza della perdita dell’oggetto.

La madre offre il primo appoggio per queste esperienze, dando un senso alle espressioni di piacere e di dispiacere del bambino (operazione che Aulagnier chiama “metabolizzazione”). Prima dell’auto-informazione vi è un passaggio obbligato attraverso l’informazione o comunicazione materna, con tutta la gamma di distorsioni possibili nel suo lavoro di decodifica. Winnicott parla di rispecchiamento materno. Bion definisce rêverie questo processo attraverso il quale la madre trasmette la qualità psichica dell’esperienza e la significa. L’infans si approprierà di quella che Green chiama la proiezione soggettivante della madre.

Infine, Green pensa la psicoanalisi insieme ad Anzieu e Rosolato.

Il concetto di Anzieu di “Io-pelle” (1985) apre nuove prospettive, dando impulso a un nuovo sguardo sulla metapsicologia. Il concetto di “involucro psichico” e la rivisitazione del “contenitore del pensiero” (già fondamentale nel pensiero di Bion) sono al centro di questa riflessione: l’Io fornisce una pelle ai pensieri. “Qualsiasi essere umano pensa prima con la pelle, la questione sta nel sapere se con la propria pelle o con quella di un altro” (p. 94). Una delle idee di Anzieu riprese da Green è il “pensare in piedi”: il pensare ha come vettore lo slancio fallico che spinge il corpo umano verso l’alto. Green afferma che “La forza e l’onestà, persino la brutalità, la franchezza di Anzieu mi affascinano. Per esempio, quando dice: non sappiamo se il pensiero sia al servizio della verità, del desiderio o della resistenza” (p. 90).

Di Rosolato riprende il tema de “La Relation d’inconnu” (1978). La relazione di ignoto è un concetto modellato su quello di relazione oggettuale e in particolare della relazione originaria con la madre (la madre come l’ignoto originario). L’ignoto originario è idealizzato, ma contiene anche aspetti di una madre fallica, onnipotente, distruttiva, arcaica. Green rimprovera a Rosolato di avere rafforzato la teoria lacaniana, pur essendosi proposto di esplorare ciò che essa cercava di occultare.

Era piuttosto nota la personalità non certo facile di André Green, il suo carattere spigoloso. Egli stesso scrive di sé “Chi mi conosce sa anche che sono un collerico” (p. 21). Caratteristica di Green era la sua passione per un confronto diretto, franco, aspro se necessario, che mai andava disgiunto da uno sguardo rivolto al futuro della nostra disciplina. A questo proposito mi ha molto colpito rivedere il montaggio di due interviste di Daniel Friedmann a Green, che si trova in internet. Mentre nella prima,  risalente al 1983, vediamo Green molto attento a curare e rifinire il suo pensiero sui temi della verità, dei momenti di grazia nel lavoro tra analista e paziente (quando il sentimento di verità assume una qualità che appartiene all’ordine della bellezza) sensibile a considerazioni sulle trasformazioni della psicoanalisi alla luce dei cambiamenti storici, nello spezzone dell’intervista del 2007, Green più anziano, forse più disincantato, appare quasi mutacico e, di fronte ad una domanda sulla psicoanalisi del futuro, sull’avvenire della psicoanalisi, si limita a rispondere “chi vivrà vedrà”.

Ma tornando al volume che Nelly Cappelli ha tradotto, si può notare come il testo sia costellato non solo dalle critiche ad alcuni aspetti della teorizzazione dei colleghi con cui dialoga, ma anche da affermazioni più taglienti su di essi. Insomma, ce ne è per tutti, anche per gli amici… Anche rispetto a Winnicott, che pur stima ampiamente “Per fortuna ho conosciuto il lavoro di Winnicott” (p. 41) sottolinea contraddizioni e lacune (p. 60).

Green con il suo tipico stile con il quale prima è “liscio” poi immediatamente dopo “ruvido” scrive – riferendosi a Laplanche – “L’esposizione del suo pensiero è rigorosa e ricca di nuove idee… ho apprezzato molto. Benché la mia posizione sia piuttosto diversa” (p. 61). E ancora – in un passaggio che ho trovato persino divertente – “Il pensiero di Jean Laplanche è ricco, cesellato ed elegante. Dire che è convincente? Ho qualche esitazione…” (p. 70).

Molto meno clemente è con Lacan, il quale ha fatto parte dell’ambiente in cui Green si è formato come psicoanalista.  Talora si fa “velenoso”. Scrive: “La sua teorizzazione è superata e non è servita che a distrarre gli psicoanalisti dalla psicoanalisi, quella vera” o “per quanto concerne i casi-limite non era in grado di dire nulla al riguardo, visto che negava l’esistenza di questa categoria clinica” (p. 41).

Il percorso di André Green si conclude con questo libro, che lui ha voluto, scegliendo i capitoli l’anno prima della sua morte. Il testo è un dialogo/confronto con analisti dei quali analizza le idee e le mette in discussione con il proprio punto di vista. Green compone questo volume nell’ultimo anno della sua vita e un anno dopo avere dato alle stampe il suo realistico, duro e perturbante testamento “Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico” (2010).

In esso affronta il tema del fallimento, le reazioni terapeutiche negative più pervicaci, i destini più infelici della distruttività, le analisi durate decenni con aggravamento delle condizioni iniziali o terminate nel suicidio. Nella presentazione scrive: “Purtroppo ho conosciuto, più spesso di quanto avrei immaginato, evoluzioni negative, sia perché non ho saputo prevenirne l’esito sia perché non ho potuto invertirne il corso”. Forse dopo aver gettato la più vasta ombra della pulsione di morte sulla psicoanalisi clinica ha sentito il bisogno di riemergere, trovando un conforto nella vitalità del pensiero degli Autori contemporanei a lui cari e nel potersi confrontare con essi.

Potremmo intercettare un parallelismo con quanto accaduto a Freud, alla fine della vita, dopo aver scritto “Analisi terminabile e interminabile” (1937) nel quale, come è noto, si interroga sugli ostacoli che si frappongono alla riuscita dell’analisi. Nell’avvertenza editoriale leggiamo “Il tono generale dell’opera può apparire in qualche modo pessimistico”. Scrive: “Non avremmo il diritto di meravigliarci se alla fin fine risultasse che la differenza di comportamento fra una persona non analizzata e colui che si è sottoposto a un’analisi non è poi così radicale come vorremmo, come ci attenderemmo e come affermiamo che in effetti sia”. Nell’anno successivo potrebbe aver trovato ristoro nello scrivere il “Compendio” (1938) con l’intento di radunare i capisaldi della psicoanalisi e, potremmo dire, risollevando l’animo dopo quell’importante capitolo della sua produzione cupo e disilluso.

Radunare in un compendio i concetti principali della psicoanalisi dopo aver analizzato i limiti e i pericoli dell’interminabilità dell’analisi (Freud) o radunare gli amici per pensare insieme la psicoanalisi dopo aver analizzato le disillusioni della psicoanalisi stessa (Green). Radunare come riparare, dopo aver dato voce allo scoramento? Green forse avrebbe concluso così: “Lascerò aperta la domanda per evitare la disgrazia di una risposta”.

“PENSARE LA PSICOANALISI” con Bion, Lacan, Winnicott, Laplanche, Aulagnier, Anzieu, Rosolato
Il volume, disponibile dal 5 maggio 2026 Fino al 4 maggio 2027, in Fad  Asincrona su Piattaforma Matrix rilascia 15 Crediti ECM

“Pensare la psicoanalisi” di A. Green. Tradotto da Nelly Cappelli. Recensione di Luca Bruno Monica Castellini

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