Parole chiave: Metapsicologia,Psicoanalisi, Epistemologia, Pensiero clinico, Costruzione teorica.
“Perché la metapsicologia“
A cura di Maurizio Balsamo, Fabio Fiorelli, Amalia Giuffrida, Franco Angeli, 2026.
Recensione di Floriana Sarracino
Ci sono dei testi che per la natura dell’oggetto a cui si dedicano e per il metodo più o meno implicito che adottano, esercitano un inevitabile effetto perturbante. Generalmente sono quelli che flettono il tempo, s’insediano nelle sue pieghe e le lavorano, portando il lettore ad uno nuovo sguardo che rapisce – e rimane rapito – da ciò che di estraneo continua ad abitare il presunto “già noto”, “già concluso”. Scrivere oggi di metapsicologia significa tenere aperto lo squarcio originario operato da Freud, quello che in un sol colpo attraversò da parte a parte l’epistemologia, la concezione dell’umano e della realtà. Come suggerisce già il titolo del volume, siamo di fronte ad una domanda che non può chiudersi, che non si esaurisce in risposte definitive, soluzioni rassicuranti o verità assolute, ma procede, piuttosto, per «approssimazioni e metafore» [1]. Differentemente da quanto nell’attuale preme a favore di cliché interpretativi orientati a erodere, anziché nutrire, l’emergenza dell’inedito e del singolare, “Perché la metapsicologia” invita a quello scomodo, ma fecondo, ‘esercizio di inattualità’ che tiene vivo “lo scandalo del fuori-tempo” [2] esploso con Freud.
In uno dei suoi scritti più coinvolgenti, Pontalis [3] collocava la psicoanalisi in un luogo atopico, quello della linea d’orizzonte, direi lo stesso in cui si muove la ricerca metapsicologica di questo volume: «Si procede verso questa linea, non vi si può sostare. Essa indica un movimento verso, non definisce né un luogo né un tempo». Il pensiero metapsicologico tratteggia una dimensione virtuale, esso si sviluppa tra percezione e rappresentazione, tra illusione e realtà, tra trovato e creato, tra il ’notturno’ del processo primario e il ‘diurno’ del processo secondario, riuscendo così a «forzare le censure della coscienza che condannano [i fatti] all’insignificanza», con le parole di Rolland [4]. Io stessa che qui scrivo, lo faccio da una zona liminale: con le parole dei Botella, «soltanto dentro», quale partecipante del gruppo di ricerca da cui è nato il volume e autrice di uno degli articoli in esso contenuti, «anche fuori», in un tentativo di ritorno perlaborativo di oggettivazione e oggettualizzazione di un prodotto del pensiero.
Vi è un’intima coerenza tra il tema del volume e il modo in cui quest’ultimo procede. Si noterà, infatti, che i contenuti delle pagine seguono un andamento “a spirale”, usando un’immagine cara a Laplanche, per cui temi che potranno apparire sufficientemente sviluppati in un punto, poi ritorneranno nelle pagine successive in forme e da prospettive ulteriori. Anche la ‘genealogia’ di questo testo traccia una profonda continuità tra il processo di pensiero da cui origina e quello a cui si rivolge. Il volume nasce dagli incontri periodici di circa sessanta psicoanalisti SPI provenienti da tutta Italia [5] e di differente esperienza (Associati, Ordinari, Analisti con Funzioni di Training), ognuno con la propria storia formativa, animato da quelle che la Aulagnier chiamava le “questioni fondamentali” proprie di ogni analista, convocato a reinterrogare i propri transfert verso l’oggetto metapsicologico con differenti gradi di libertà (cfr. Matteini, Vigneri, Castelli, Giuffrida): un’eterogeneità al lavoro che guarda all’altra eterogeneità, quella del funzionamento psichico, nel tentativo di coglierne la complessità e «rendere conto, per quanto possibile, dell’intreccio inestricabile tra la collocazione epistemologica della psicoanalisi, i concetti che guidano la teorizzazione sull’apparato psichico e l’esperienza clinica» [6], come dichiara efficacemente Fiorelli. Si comprende bene perché la cornice più generale in cui s’inseriscono il lavoro del gruppo e il suo progetto editoriale sia quello del pensiero clinico, visto che, come chiarì bene André Green [7], la specificità della conoscenza psicoanalitica sta nel «compiere il ritorno a sé mediante la deviazione attraverso l’altro». Questa è una delle ragioni per cui, come dichiarato nella presentazione di Maurizio Balsamo e Fabio Fiorelli, «non si dà ricerca, in psicoanalisi, che non sia ricerca metapsicologica, derivante cioè dalla riflessione clinica intrecciata inestricabilmente con la sua controparte teorica», perché, con le parole incisive di Green [8], «una psicoanalisi incurante del pensiero clinico svolgerebbe una disciplina mondana, ornamentale, sterile».
Le possibilità euristiche che ne discendono aprono un vasto campo che questo volume esplora soffermandosi sullo statuto epistemologico della psicoanalisi (cfr. Garella, Giuffrida) percorrendo lo Junktim freudiano di Teoria, Metodo e Clinica (Diena), immergendosi nell’ineludibilità dello scarto teorico-pratico (Balsamo). Esplicativa e interpretativa [9], traduttiva e detraduttiva [10], punto di condensazione di «realtà materiale, mitica, fantasmatica, storica, ermeneutica» [11], mescolanza di induzione, deduzione e abduzione, la teorizzazione psicoanalitica intrattiene con la clinica un rapporto di intima implicazione. Come specificato da Garella, «la conoscenza e i modi della teorizzazione originano dalla, e operano nella, pratica clinica stessa, e non [sono] applicati da un “esterno” riflessivo e astratto» [12], in un movimento di andata e ritorno tra il tempo dell’ avant-coup quale spazio di attesa creato dalla teoria, il tempo dell’hic et nunc dell’incontro singolare e irripetibile della seduta, e quello dell’ aprés-coup, quando l’esperienza clinica può battere un nuovo colpo e trovare risignificazione nella mente dell’analista. La prospettiva è quella che André Green ha definito epistemologia della pratica [13], e su cui si sofferma il testo di Maurizio Balsamo [14] presente nel volume. Il principio d’incertezza che inevitabilmente attraversa questo modo di intendere il processo di costruzione della conoscenza, deriva dalla continua esigenza di lavoro psichico che la complessità della clinica impone alla teoria e, di contro, dallo sforzo di realizzare una lettura integrata e coerente che la teoria rivolge al funzionamento psichico, «il tentativo di porre un limite teorico alla libertà pulsionale (e ai suoi correlati)», come scrive Zontini [15]. Questa articolazione e l’’area di pensabilità’ a cui dà luogo, permettono di evitare tanto lo schiacciamento della teoria ad opera della clinica, eventualità che impedirebbe di sganciarsi dalla singolarità del caso per raccordarlo ad altre storie e ad altri incontri clinici, quanto lo schiacciamento inverso, quello esercitato sulla clinica dalla teoria, con il rischio di un irrigidimento arido, scarsamente ‘creativo’, incapace di accogliere ciò che cade fuori dalle teorie consolidate e tentare nuove vie speculative [16]. La garanzia di questo scarto è ciò che consente di spingere il pensiero in un al di là da venire– come fa osservare De Renzis [17], è questa un’altra traduzione possibile del prefisso ‘meta’ – e di «reimmettere il rumore nell’eccesso di coerentizzazione che definisce un quadro clinico, riaprire le teorie soggettive al loro impensato, sciogliere i nodi agglutinati che imprigionano un affetto, un pensiero, una visione [corsivo mio], aprendo a nuove organizzazioni e nuove processualità [18]».
Difatti, procedendo nella lettura del volume, ci si potrà accorgere di una traccia che attraversa molti dei testi (Casini, Munari, Sarracino, Scotto di Fasano). È quella che attiene ad una sorta di visione poetica, uno sguardo obliquo che prova ad intercettare quanto è ancora in attesa di un senso, capace di scoprire la realtà mentre la si inventa, uno «sguardo doppio, lo sguardo che osserva e lo sguardo che contempla colui che osserva» [19], un «visore ottico» [20], una «visione prospettica» [21]. Si ricorderà, a tal proposito, cosa scrivesse Freud [22], con una certa ammirazione, in riferimento alla ‘capacità di vedere’ di Charcot: «[…] era un visuel, un visivo. Quanto al suo metodo di lavoro […], era solito osservare attentamente, più e più volte, le cose che non conosceva, rafforzando così l’impressione che ne aveva tratto: giorno per giorno, fino a che non gli si dischiudeva, all’improvviso [corsivo mio], il loro intimo significato. […] Non di rado lo si udiva affermare che la maggior soddisfazione che un uomo possa provare, consiste nel vedere qualcosa di nuovo, o meglio, nel riconoscere la novità, e in molte sue osservazioni ritornava su tale punto e sulle difficoltà e sulla utilità di questo “vedere”, chiedendosi come mai gli uomini vedano sempre e soltanto ciò che hanno, a suo tempo, imparato a vedere, e giudicando meraviglioso il fatto che si possano tutt’a un tratto vedere come nuove cose che, probabilmente, sono vecchie quanto l’umanità». Alcuni anni più tardi, nella lettera a Ferenczi del 31 luglio 1915, proprio quando, preda di un impeto creativo, stava per concludere gli scritti metapsicologici iniziati solo pochi mesi prima, dichiarerà con convinzione: «Io ritengo che non si debbano fabbricare teorie, ma che debbano capitare in casa come un ospite inatteso [corsivo mio]». Come a dire: perché si possa vedere al di là, occorre tenersi aperti all’inatteso, al sopraggiungere improvviso di un’idea. È solo un passo quello che da queste considerazioni conduce all’einfall freudiano, raccordando profondamente il Metodo, con la sua complementarietà di associazione libera/attenzione fluttuante, i modi del teorizzare e quelli del curare. Il lavoro metapsicologico passa, dunque, attraverso una sorta di destrutturazione controllata, un’auto-disorganizzazione transitoria, quella che accompagnò il processo creativo di Freud per tutto il corso della sua opera. Dal 1895, ancor prima della nascita ‘ufficiale’ della psicoanalisi, in una lettera a Fliess [23], fino ad Analisi terminabile e interminabile, le manifestazioni della ‘strega metapsicologica’ ricompariranno più volte attraverso il phantasieren e l’erraten, quali vie di accesso ai residui dell’attività interpretativa/traduttiva (übersetzen) e modi di captazione dell’intraducibile.
I lavori contenuti nel volume approfondiscono questi nessi, evidenziando quanto la metapsicologia sia un movimento vivente di pensiero dei processi psichici inconsci [24]. Essa è colta nella sua natura duplice: da un lato, intesa come struttura teorica saldamente costruita su delle invarianti topiche, dinamiche ed economiche, e si configura come ciò che resiste e si oppone alla disorganizzazione proveniente dalla realtà interna ed esterna; dall’altro, in quanto animata da quelle stesse spinte che ha come oggetto di conoscenza, diventa essa stessa portatrice di disorganizzazione, scompaginando quanto sistematizzato, generando ulteriore enigma, in un processo interminabile (Balsamo, Munari, Zontini).
Come reso noto da Jones, dei dodici saggi metapsicologici progettati da Freud in origine, ne sono stati pubblicati solo cinque, mentre gli altri sette sono scomparsi, o perché non conclusi o perché distrutti dallo stesso Freud. Un atto fondativo incompiuto, un tentativo irriducibile di messa in forma dell’inconscio, quasi a ribadire la natura necessariamente infinitibile della metapsicologia, come specifica De Renzis nel testo. Non stupisce che essa abbia subìto periodicamente le stesse sorti del materiale psichico da cui proviene e che indaga, rimanendo oggetto di rimozioni, rigetti, deformazioni di vario genere. La metapsicologia non può essere piegata né ad una sorta di dottrina fatta di principi, proposizioni, modelli psicologizzanti da applicare per saturare il vuoto alla sua prima comparsa, banalizzando, svuotando di vitalità inventiva quanto invece può emergere proprio dall’attrito, dalle fratture, dalla discontinuità, né può scivolare in una specie di soggettivismo empirico con il rischio di uno scollamento fatale dai fondamenti teorici indispensabili. Uno dei meriti del volume “Perché la metapsicologia” risiede proprio nella sua funzione auto-interrogante, nella «passione dell’ignoranza» [25], nella domanda di senso che la psicoanalisi è chiamata infaticabilmente a rivolgere a se stessa. Qui si apre la dimensione del futuribile, il raccordo dei tempi, la riscrittura delle tracce di ciò che è stato e non smette di ripresentarsi, la riconquista dell’eredità. Si tratta della possibilità di sostare in certezze inquiete [26], rimettendole continuamente al lavoro, producendo nuovi resti, nuovi punti di attrazione. E non è forse vero che è da quegli stessi resti che traiamo slancio e sostanza per l’avvenire? «Non serve proprio a questo la metapsicologia, a scavare nei resti perché divengano almeno rovine, quell’antico, quel sepolto e quell’arcaico fondativi dell’inconscio e fondamenti della coscienza? »[27]
Note bibliografiche:
[1] Denis P., La psicoanalisi è fatta di modelli, non di verità, p.179
[2] Kristeva J. in Fiorelli F., Sulla complessità dell’oggetto della psicoanalisi: epistemologia, metapsicologia, clinica, p. 53
[3] Pontalis J. B. (1997), Questo tempo che non passa, Borla, Roma, 1999, p. 36
[4] Rolland J.-C., Osservazione clinica, costruzione teorica, pensiero metapsicologico, tre fasi della conoscenza, p. 194
[5] Gruppo di studio “Clinica e ricerca metapsicologica”, inaugurato e coordinato da Maurizio Balsamo, Fabio Fiorelli e Amalia Giuffrida.
[6] Fiorelli F., Sulla complessità dell’oggetto della psicoanalisi: epistemologia, metapsicologia, clinica, p. 46
[7] Green A. (2002), La pensée clinique, Odile Jacob, Paris, 2002, p.50
[8] Green A. (2002), La pensée clinique, Odile Jacob, Paris, 2002, p.27
[9] Cfr. Assoun P-L. (1981), Introduzione all’epistemologia freudiana, Theoria, Roma-Napoli, 1988
[10] Cfr. Laplanche J. (1991), Elementi per una metapsicologia, Borla, Roma, 1991
[11] Giuffrida A., Pensieri in libertà attorno allo statuto epistemologico della psicoanalisi, p.86
[12] Garella A., Il pensiero clinico in psicoanalisi, p.147
[13] Green A. (1995), Propedeutica. Metapsicologia rivisitata, Borla, Roma, 2001, pp.322-332
[14] Balsamo M., Un’epistemologia della pratica. Uno sviluppo delle tesi di André Green, p.66-78
[15] Zontini G., La pulsione e la norma che non c’è, p.230
[16] Maurizio Balsamo, Scomposizioni dell’identico. Lavorare sulla coazione a ripetere, lavoro presentato ai Seminari Internazionali della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, 17 ottobre 2020
[17] De Renzis G., Prolegomeni a ogni futura metapsicologia che possa presentarsi come scienza, pp.25-42
[18] Balsamo M., Un’epistemologia della pratica. Uno sviluppo delle tesi di André Green, p.69
[19] Munari F., Il perturbante. Metafisica e metapsicologia. La concatenazione, l’opposto e l’enigma, p.91
[20] Vigneri M., Perché la metapsicologia? p.14
[21] Rolland J.-C., Osservazione clinica, costruzione teorica, pensiero metapsicologico, tre fasi della conoscenza, p. 185
[22] Freud S. (1893), Charcot, OSF, vol.2, Boringhieri, Torino, 1989, p.106
[23] Lettera n. 64, del 25 maggio 1895
[24] Cfr. Conrotto F. (2014), Ripensare l’inconscio, Franco Angeli, Milano, 2014
[25] Giuffrida A., Pensieri in libertà attorno allo statuto epistemologico della psicoanalisi, p.83
[26] Cfr. Fédida P. (1984), Tecnica psicoanalitica e metapsicologia, in R. Galiani (a cura di) Aprire la parola. Scritti 1968-2002, Borla, Roma, 2012
[27] Zontini G., Una discussione di gruppo su “Il perturbante” di Franca Munari, p.138