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“Psiche e Polis” a cura di Alfredo Lombardozzi, Elena Molinari, Roberto Musella. Recensione di Andrea Scardovi

Recensioni
Presentazione del volume PSICHE E POLIS. Roma, 20/12/2025

Parole chiave: dolore psichico, diritto, democrazia, trasformazione, interdisciplinarietà

“Psiche e Polis. Normalità e patologia della cosa pubblica” a cura di Alfredo Lombardozzi, Elena Molinari, Roberto Musella – Raffaello Cortina Editore, 2025

Recensione di Andrea Scardovi

In questo secondo volume della collana edita da R. Cortina “I libri della SPI”, intitolato “Psiche e Polis. Normalità e patologia della cosa pubblica”, a cura di Lombardozzi, Molinari e Musella, viene affrontato un tema centrale della contemporaneità e della possibilità del pensiero psicoanalitico di offrire un contributo al pensiero sociale, nonché di arricchire e integrare le proprie prospettive nello scambio con la riflessione politica.

Riflettere sulla relazione fra “psiche” e “polis” significa accostare due aree di pensiero intimamente intrecciate ma tendenzialmente irriducibili, che rimandano al varco fra pensiero e azione, fra teoria e prassi, fra individuo e gruppo, che ha accompagnato la storia del pensiero e della nostra civiltà.È il tema della frattura millenaria fra filosofia e politica, che Arendt (1954) faceva risalire al momento in cui Atene, culla della democrazia e “polis” per eccellenza, condannò a morte Socrate, il filosofo che amava dialogare nell’agorà: nel cuore della città dove convergono le persone, le pratiche e le idee della comunità. Ancora nel 1976 Gino Zucchini auspicava che gli psicoanalisti, e i curanti intesi in senso ampio, potessero scendere dai rami delle conoscenze specialistiche per giungere finalmente nelle “piazze”, simbolo e cuore di una polis in cui è possibile incontrarsi e vivere una conoscenza che nasce dalla prossimità. Scendere nelle “piazze”, tuttavia, non è un processo lineare: significa incontrare aspetti identitari e relazionali attraversati da agiti e ripetizioni che richiedono cura per essere pensati, e al contempo segnalano la necessità di istituire spazi e contesti dove la cura possa arrivare ad essere.

Da queste prime note si può cominciare a cogliere il valore e la difficoltà dell’intento che anima questa pubblicazione, che raccoglie i contributi di autori di molte e diverse competenze, nello spirito dell’omonimo congresso della SPI tenutosi a Roma nel maggio 2024. Il libro si articola infatti in quattro parti distinte, dedicate rispettivamente: al modo in cui viene vissuto il conflitto nella società e nell’individuo; alla cura del dolore psichico nel contesto delle politiche della salute mentale; al tema dei diritti individuali pensati in una prospettiva femminile; al problema della violenza sulle donne, sempre più urgente e denso di risvolti per l’articolazione fra sociale, culturale e individuale. A questa struttura pluralistica si aggiungono un approfondimento sui dilemmi della migrazione e una rassegna storico-bibliografica degli articoli dedicati a temi sociali pubblicati negli anni dalla Rivista di Psicoanalisi, a testimonianza di un interesse operativo nei confronti di questa prospettiva di ricerca. Ognuna di queste sezioni potrebbe costituire un libro a parte, ma si potrebbe dire che questo volume raccoglie i fermenti che agitano la ‘piazza’ di una città cosmopolita di cui costituiscono il cuore pulsante o, per dirlo in termini più analitici, il corpo “attuale”, attraversato da un “inattuale” che è sempre in attesa di diventare pensabile.

Il percorso che attende il lettore di questo libro diventa allora un’esperienza delle continue risonanze fra mondo sociale e realtà intrapsichica, tra pensiero politico e pratica psicoanalitica, per arrivare al tema antico e attuale della cura, che da queste pagine emerge come elemento ‘terzo’ e specifico dell’articolazione fra psiche e polis.

Come scrive Nicolino Rossi nella sua prefazione, è proprio quando la psicoanalisi incontra le origini profonde della vita psichica, nell’intimità della relazione analitica, che cominciamo a scorgere una possibile lettura dei fenomeni che investono la vita degli individui “riuniti in strutture sociali sempre più ampie e organizzate: la polis, appunto” (p. X). La stessa esperienza analitica porta con sé un valore politico dal momento che “non può darsi che là dove lo spazio del diritto è assicurato” (Balsamo, 2018, p. 11); al contempo, come scriveva Freud nel 1932: “Nella psicoanalisi sono contenuti sufficienti elementi rivoluzionari per garantire che chi è stato da essa educato non si porrà mai, più avanti nella vita, dalla parte della reazione e della repressione” (p. 256). Dobbiamo pensare dunque al valore irrinunciabile degli spazi di diritto, cercando di avere in mente quanto un lavoro di cura risulti necessario perché anche il diritto possa arrivare ad essere laddove è maggiore il rischio della sua scomparsa, sia per il soggetto che per la comunità. Pensiamo al legame che unisce la vita del singolo alle istituzioni e all’importanza di passare da una loro impostazione centrata sul controllo, o addirittura in senso repressivo, all’etimo della parola “instituere”, che letteralmente significa: “stabilire“, “mettere su“, “dare inizio” (Cimatti, 2023). Tutti i processi di soggettivazione, sia a livello individuale che collettivo, riguardano la possibilità che venga ad essere qualcosa che non c’è ancora e si potrebbe dire che il compito delle istituzioni, a maggior ragione quelle di cura, sia di costruire le condizioni per una trasformazione possibile, ma non già data.

È il problema della fiducia nel processo, che Elena Molinari sviluppa in questo volume accostando il pensiero bioniano a quello agostiniano-arendtiano sul tema dell’inizio. Condividere con il paziente l’esperienza di un nuovo inizio significa addentrarsi in un campo in cui è abolita la dualità mente-corpo e l’esperienza è prevalentemente sensoriale, prima che la rêverie, e la fiducia che la consente,diano senso a ciò che accade.

Tenere aperti spazi di possibilità nell’organizzazione della cura è un aspetto essenziale del lavoro di civilizzazione che Freud indicava come Kultur-arbeit, che nel contributo di Musella diventa la proposta di un Care-arbeit. Come il lavoro analitico assiste il soggetto nel tollerare i conflitti che lo agitano e nel pensare le proprie scissioni difensive, così il lavoro politico dovrebbe ispirarsi a una idea di cura che promuova la possibilità di trasformare “la pulsione in creazione, la distruttività in simbolo e l’aggressività in parola” (p. 28) – dovendo comunque affrontare, in nome di questa possibilità, difficoltà e problemi che, “sine cura”, non arriverebbero neppure a essere pensati.

Prende corpo così l’idea sviluppata da Lombardozzi di “una cultura psicoanalitica della polis” (p. 17), di una “democrazia intesa come una qualità delle relazioni sociali” (p.18). La riflessione di Lombardozzi anticipa e si intreccia con quella di D. Di Cesare, che affronta il tema del conflitto portando il discorso sul rapporto fra democrazia e an-archia.  Distinto dalla “demarchia”, come si chiamerebbe se assimilato a monarchie o oligarchie, il concetto di “democrazia” indica la possibilità di prescindere dall’idea di un “archè”, ovvero di un “fondamento sovrano” e di un potere supposto originario. Ma non è forse quando spostiamo il nostro sguardo dalla ricerca di un unico fondamento teorico che anche in campo analitico diviene possibile avvicinare un’idea di interpretazione che non riguarda disvelamenti o causalismi, e serve invece “per generare onde” (Lacan, 1976, p. 35), perché vi siano cioè contatto e comunicazione anche laddove gli agiti e le ripetizioni più drammatiche sembrano renderli impossibili?

Entriamo così nel merito dei contributi che animano questo volume delineando la possibilità di pensare servizi e istituzioni come “spazi che consentano il formarsi di contenitori in quanto funzioni di un campo trasformativo” (Lombardozzi, p.19).

Pensare le ansie e le tensioni difensive che possono intervenire sia nella cura che nella responsabilità di un’organizzazione, rimanda al tema freudiano di una “quantità” che cerca una trasformazione in “qualità”. Thanopulos orienta la sua riflessione su questo aspetto richiamando il pensiero aristotelico sulla poesia tragica, che non si limita alla descrizione dei fatti, ma narra le cose come potrebbero accadere. Anche così l’accento si sposta da una logica di sola quantità a quella di una qualità possibile, che evoca un’idea di polis non avulsa dalla poiesis. È il passaggio dalla sola logica del bisogno a quella di uno “scambio non predeterminato, libero, profondo” (p. 42), che implica il coinvolgimento con gli altri affacciandosi sul versante del desiderio. Il vescovo di Bologna Matteo Zuppi, intervenuto al congresso della SPI, ricorda e sviluppa la scelta di Bergoglio di “iniziare processi più che di possedere spazi”, privilegiando “le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti” (p. 49), sino a permettere frutti non già dati. È un modo di pensare alla tensione tra pienezza e limite, fra la volontà di ‘possedere tutto’ e gli impedimenti che il desiderio incontra naturalmente, in cui è il “tempo” che può dare senso all’organizzazione dello spazio. Da un lato, è il tempo di cui parla Freud nel ’24 nella sequenza dei principi di costanza, piacere e realtà, dov’è la qualità che l’infans trova nel suo oggetto che permette di conseguire una capacità di attesa e di speranza. Dall’altro è un’idea di “città” intesa come spazio di “gestazione”, come scrive Zuppi (p. 51), in cui i conflitti possano far parte di un insieme più ampio che esprime il compito evolutivo di integrare gli aspetti frammentari di cui consistiamo.

Si coglie in queste riflessioni il desiderio di non scindere ciò che è “inter” da ciò che è “intra”, che nell’approfondimento di Di Cesare richiama la distinzione fra ciò che è politikós rispetto a ciò che è ídios – cioè privato, individuale, abitato dagli interessi del soggetto.

In questa oscillazione riecheggia a mio avviso il pensiero socratico di un mondo che si apre a ciascuno secondo la doxa che gli è propria, secondo cioè quell’“opinione” che sottende aspetti interni e idiomatici che prefigurano gli affetti e le rappresentazioni inconsce che attraversano ogni dialogo e scambio interumano. Il riconoscimento dell’importanza del conflitto diviene allora non già la sua caricatura, propria di molte tribune televisive, ma un rilancio di quelle pratiche comunicative che cercano di avvicinare le dissociazioni che attraversano la storia del soggetto e la sua possibilità di pensarsi non solo in senso conoscitivo, ma in senso intimo.

La stessa Arendt sviluppò la possibilità di percorrere il varco fra filosofia e politica seguendo l’intuizione fondamentale di un pensiero che può nascere solo come effetto dell’incontro comunicativo e delle pratiche in cui può arrivare ad essere: “La verità – scriveva – al di fuori della comunicazione, scompare e non può essere conosciuta” (1964, p. 79). Rispondeva, idealmente, Zucchini: “Se la comunicazione sincera ha dimostrato la sua capacità disalienante, ciò sembra implicare che il suo contrario – il divieto di comunicazione e conoscenza – è l’agente specifico dell’alienazione” (1976, p. 101).

Penso sia questo il filo che lega i diversi contributi di questo libro, tesi a esplorare le aree colpite dall’alienazione sociale, culturale e psichica che ritroviamo nei drammi della violenza sulle donne e nei problemi della migrazione, volgendo lo sguardo al tema, di respiro ampio e fondativo, dei diritti considerati dal punto di vista del pensiero femminile.

In dialogo con E. Molinari, C. Zamboni ricorda un bellissimo pensiero di S. Weil: “Il falso Dio muta la sofferenza in violenza. Il vero Dio muta la violenza in sofferenza” (p. 67). Si tratta di passare dalle fascinazioni per il leader unico, dalle sottili identificazioni con l’aggressore che risuonano nelle promesse di facili soluzioni, alla possibilità di uscire dalle nicchie contrapposte che si fronteggiano secondo logiche di aut aut. Ma questo richiama “il realismo femminile di cui hanno parlato e scritto María Zambrano, Anna Maria Ortese, Iris Murdoch, Cristina Campo e così via. È la capacità di cogliere gli aspetti onirici e sognanti della realtà, l’invisibile del visibile” (p. 70), aspetti che, come sa chi ne ha avuto esperienza, costituiscono la sostanza intima del metodo e della cura analitica.

Si apre così, o forse si dischiude, la possibilità di una riflessione comune fra il pensiero analitico, il tema dei diritti e gli studi sui servizi preposti alla cura del disagio psichico.

Muovendosi fra mito, pensiero analitico e dati di ricerca, gli scritti di Grignani, Politi, D’Elia e D’Avanzo intessono una rete di riflessioni sul dolore psichico e sulla complessità delle istituzioni, che possono essere fonte di alienazione, ma anche luoghi di trasformazione in cui avvicinare le condizioni che rendono possibile la cura, con uno sguardo rivolto all’importanza della realtà infantile che sembra stia diventando sempre più coglibile non solo nelle pratiche private, ma anche nella conoscenza scientifica e nel lavoro istituzionale. Si dice che il Novecento, con lo smantellamento del lavoro minorile e l’estensione del diritto all’istruzione, sia stato il secolo dell’infanzia, a cui ha cominciato a restituire gli spazi di gioco e possibilità che la contraddistinguono.

In parallelo si potrebbe dire che sia stato il secolo delle donne, che nel pensiero e nelle loro pratiche hanno permesso il riconoscimento di diritti fondamentali, non limitatamente al femminile. La lotta per il diritto al voto, l’entrata in magistratura e l’accesso a ruoli istituzionali diventa, nelle parole toccanti di Nicasi e nelle riflessioni analitiche di Capillo, in dialogo con giuriste e filosofe del diritto come Sciarra e Cassano, un racconto appassionante del modo in cui il pensiero femminile è risultato ed è a tutt’oggi decisivo per porre al centro della Costituzione il valore della persona e la dignità di ogni essere umano, nella sua originalità e irripetibilità. Similmente, Quagliata e La Torre introducono i contributi di Muratore, Corsa, Delfini e Cardinale che dispiegano un esempio dell’interdisciplinarietà necessaria per avvicinare il tema urgente e irriducibile della violenza sulle donne, richiamando l’opportunità di capire non solo la patologia del singolo, ma le vicissitudini del legame. Così, e infine, nell’appendice dedicata alla migrazione, Montagnier mette fra loro in dialogo autori del passato e del presente, che vanno da Bleger, Kaes e Winnicott, sino al valore euristico del pensiero di Amati Sas sul lavoro necessario per comprendere la realtà psichica del migrante e di chi è chiamato ad accoglierlo.

Diritto e psiche, femminile e maschile, genere e relazione divengono in questo volume elementi del dialogo che sta alla base dell’esistenza della polis e dei suoi dilemmi, dei suoi confini singolari e plurali. Sono temi che parlano di esistenza, del diritto a esistere da un punto di vista psichico e sociale. Sono i pensieri di una città possibile che non idealizza la necessità di sconfiggere il dolore, ma si prefigge di pensarlo, di ritrovarne il senso per la soggettivazione della persona e per la sua dignità, che costituisce un concetto a ponte fra psichico e politico. Come diceva Winnicott (1971), ricordato da De Micco, “il compito di accettazione-di-realtà non è mai completato” poiché “nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna” (p. 219).

Pensare la città significa allora avvicinare le dissociazioni che ci contraddistinguono e chiede di riflettere non solo sulla “confusione delle lingue” che sta alla base delle condotte abusanti, ma anche, potremmo dire, sulle scissioni delle lingue che ci abitano, sulle nostre difficoltà a comunicare dentro e fuori le mura (“cum-moenia” è radice di “comunicare”).

È nel pensare queste difficoltà, nelle pratiche di cura che lo consentono e nella storia del loro intreccio col diritto, che prende senso il senso della “città” che questo libro ci aiuta a pensare come uno spazio in cui disporsi ad ascoltare visibile e invisibile, realtà esterna e realtà interna, perché, come scriveva Calvino: “le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”.

Bibliografia

Arendt H. (1954) Socrate. R. Cortina ed., a cura di I. Possenti, con saggi critici di A. Cavarero e S. Forti, Milano, 2015

Arendt H. (1964) La lingua materna. La condizione umana e il pensiero plurale. A cura di A. Del Lago, Mimesis, Milano, 2005

Balsamo, M. (2018), “L’irruzione del politico”. In Psiche, 1, p. 11

Calvino I. (1972) Le città invisibili. Einaudi, Torino, p. 20

Cimatti F. (2023) Roberto Esposito: reinventare la vita. Doppiozero, 26 maggio 2023

Freud S. (1932) Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). Opere, vol. 11. Boringhieri, Torino 1979, p. 252

Lacan J. Conférences et entretiens dans des universités nord-américaines (1976), in Scilicet, 6/7, p. 35.

Winnicott, D.W. (1971), “Oggetti transizionali e fenomeni transizionali”. In Gioco e realtà. Tr. it. Armando, Roma 1974, pp. 23-60.

Zucchini G. (1976) Res Loquens. Guaraldi, Rimini, 2015, p. 169, 211, 309

“Psiche e Polis” a cura di Alfredo Lombardozzi, Elena Molinari, Roberto Musella. Recensione di Andrea Scardovi Monica Castellini

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