Parole chiave: psicoanalisi, realtà psichica, realtà oggettiva, verità giuridica
“Verità psichica, psicoanalisi, senso di giustizia. Trasformazioni e costruzioni della verità nel campo analitico”.
A cura di Maria Naccari Carlizzi e Renata Rizzitelli, Franco Angeli 2025
Recensione di Angelo Moroni
Nel 1930 Martin Heidegger tenne all’Università di Friburgo una storica lezione dal titolo “Sull’essenza della verità”, contributo importante per la storia della filosofia, che segna inoltre un passaggio fondamentale nel pensiero dello stesso Heidegger. “Sull’essenza della verità” è considerato un punto di passaggio cruciale della sua teoresi, in cui la verità non è più solo pensata in relazione all’essere dell’uomo (Dasein), ma come evento di disvelamento (Aletheia) che coinvolge l’Essere stesso. Siamo dopo la pubblicazione di Essere e tempo (1927). In questo testo Heidegger aveva già messo in crisi la concezione tradizionale, kantiana, della verità come corrispondenza tra giudizio e realtà. Quello della “verità”, come si vede, è un tema di vasto respiro filosofico, ma che coinvolge e ha coinvolto da tempo, anche la psicoanalisi e l’ambito specifico del suo pensiero e del suo contributo alla cultura occidentale. Proprio a questo tema, intrecciato con quello della prassi giuridica, si rivolge il volume curato da Rizzitelli e Naccari Carlizzi. Già dal titolo “Verità psichica, psicoanalisi, senso di giustizia”, orienta il lettore evocando in lui un “campo molto più vasto” (Freud, 1919), un orizzonte interdisciplinare e transdisciplinare che le curatrici da anni frequentano e coltivano con passione e rigore. Nella prefazione Maria Naccari Carlizzi e Renata Rizzitelli ci informano fin da subito che il volume è il frutto di una lunga esperienza come coordinatrici nazionali della Commissione Psicoanalisi e Giustizia della Società Psicoanalitica Italiana: “Abbiamo, in una intensa giornata di studio e di confronto con colleghi psicoanalisti ed operatori del settore Giustizia, sottoposto ad approfondimento i procedimenti attraverso cui si può pervenire alla verità in psicoanalisi e nella giustizia” (p. 7). Mirella Galeota, nella sua introduzione, citando Pirandello, sottolinea quanto il concetto di Verità sia in realtà non un “concetto” ma un processo di ricerca e di disvelamento che non è separabile dall’idea socratica di consapevolezza di sé. Fin dalle prime pagine del libro si respira cioè un’atmosfera che evoca l’aletheia heideggeriana e la sua inattingibilità in quanto impossibilità di possederla in toto, ma solo di approssimarla, lungo un difficile processo di disvelamento che non può essere solo operazionale-giuridico.
La Verità è dunque un concetto limite, che trova anche in Freud uno spazio di riflessione, seppur ridotto, come sottolinea Anna Nicolò nel suo capitolo, ricco di riferimenti filologici al fondatore della psicoanalisi. In particolare, Nicolò riprende la lezione magistrale che Freud tenne a Vienna nel 1906 agli studenti della Facoltà di Giurisprudenza, dal titolo “Diagnostica del fatto in psicoanalisi” (Freud, 1906), nella quale Freud giunge arditamente ad affermare che “il compito del terapeuta è identico a quello del giudice istruttore. E le idee spontanee delle persone non sono arbitrarie ma dipendono dalla relazione con il suo segreto e il suo complesso, anzi sono derivanti da questo complesso” (Freud, 1906). Nicolò evidenzia nel suo capitolo quanto siamo oggi lontani dal “paradigma indiziario” (Ginzburg, 1979) che caratterizzò i primi lavori di Freud. È tuttavia fondamentale che la psicoanalisi dica la sua sulla nascita psichica del senso morale, e altrettanto importante che la nostra disciplina si ponga in modo delicato in dialettica con Giustizia, soprattutto quando, da psicoanalisti, siamo chiamati a partecipare a procedimenti penali ad esempio in sede peritale.
Martin Cabré dal canto suo (Capitolo: “La verità psichica e il lavoro dell’analista in seduta”) si rifà al Freud di “Costruzioni nell’analisi” (Freud, 1937), ricordandone la complessità teoretica sul tema dell’intricato rapporto tra verità narrativa e verità storica. A tale proposito Cabré scrive: “Certamente Freud fu il primo a mettere in discussione la centralità del sapere positivo, scoprendo le motivazioni inconsce della mente umana, ma le caratteristiche attuali del mondo postmoderno, della globalizzazione, dell’uso delle nuove tecnologie e della nuova concezione della sessualità, hanno sostituito i valori della certezza e della trasparenza con quelli del caos e dell’incertezza” (p. 27). La psicoanalisi, a partire dal Freud di “Costruzioni nell’analisi” (1937) si è sempre curata di considerare un “fatto storico” non tanto in una prospettiva scientifico-storiografica e fattuale, ma in un’oscillazione continua tra storia e racconto. Vediamo il punto massimo di questa oscillazione nella teorizzazione bioniana, che riguarda anche pensieri non ancora pensati, quindi mai avvenuti. Verità narrativa e verità storica, come sottolinea anche Loch (1996), uno tra i maggiori epistemologi della psicoanalisi, sono due concezioni della verità che in psicoanalisi certo non si contrappongono, ma anzi si integrano.
Renata Rizzitelli, nel suo capitolo dal titolo “Quando la distruttività prende il sopravvento: rabbia, rancore, vendicatività e accesso alla verità”, riprende i temi di Cabré, e li amplia ulteriormente, a partire dalla citazione di Kant in esergo, tratta dalla sua Critica della Ragion Pura (1781), che sottolinea il rapporto tra Verità e rappresentazione. Rizzitelli evidenzia fin da subito quanto, in psicoanalisi, “verità” indichi la verità emotiva, non tanto un dato “reale”, ma, allo stesso modo, quanto tale emozionalità della verità umana determini a volte un offuscamento della capacità della coscienza di essere oggettiva. È il caso in cui sentimenti come rabbia, vendicatività, risentimento, giungono a ottenebrare la mente, incrinando la dialettica verità/realtà e l’equilibrio narcisistico del soggetto. Nella sua acuta analisi del romanzo ottocentesco Cime Tempestose, Rizzitelli ne rileva la grande attualità nel suo poetico descrivere sentimenti come la vendetta, collegandola al trauma ambientale-affettivo primario. Ecco che, come per i protagonisti di Cime Tempestose: “La distorsione e la scissione assumono molta importanza nella foga di ristabilire un ordine attraverso la ricerca di una vendetta che plachi il tormento dell’umiliazione: in questi casi il distacco dalla realtà può essere anche grave” (p. 48).
Maria Naccari Carlizzi, nel suo capitolo “Giustizia interna e verità soggettiva”, procede poi nell’operazione di avvicinamento e confronto tra “verità legale” e “verità soggettiva”, mondi apparentemente lontani ma che nel quotidiano del lavoro peritale di molti colleghi psicoanalisti, si incontrano molto spesso, spesso confliggendo, ma a volte anche trovando forme di compromesso e di alleanza generative di senso. Riprendendo il pensiero di Bion sulla “capacità negativa”, e passando poi attraverso i più recenti paradigmi della “psicoanalisi ontologica” (Ogden, 2019, 2022, 2025) e della teoria post-bioniana del campo analitico, Naccari Carlizzi afferma con decisione che in psicoanalisi possono coesistere più verità co-create e generate dalla complessità più o meno stabile/instabile di due menti al lavoro. La verità in psicoanalisi è quindi plurale, e per questo mai del tutto conoscibile. Ed è perciò altrettanto evidente la differenza tra verità legale – la “verità” ricercata nel Tribunale – e quella plurale che è oggetto di ricerca della psicoanalisi. Il lavoro dello psicoanalista che è anche perito in ambito giudiziario, è dunque complesso, a tratti contraddittorio, ma capace di favorire la creazione transizionale di un teatro rappresentazionale e narrativo idoneo a produrre maggiore alfabetizzazione, e quindi avvicinamento alle varie verità delle parti, degli attori in gioco nel “giudizio”.
Daniela Scotto di Fasano nel capitolo “Sindrome di Medea. Colpa, perdono, espiazione. Quale giustizia? Quale verità? Una riflessione psicoanalitica”, declina il suo contributo centrandolo in rapporto all’esperienza della maternità. Viene qui citata la Sindrome di Medea, che identifica quel materno che fa del suo potere generativo strumento di oppressione dei figli, intesi in questi casi, anche, come strumenti di rivalsa nei confronti del padre/compagno odiato. Tale sindrome è accentuata, oggigiorno, da un ambiente sociale che richiede sempre più prestazioni lavorative, prescrivendo ideali che allontanano una futura madre dall’investimento del figlio o dal pensiero di poterne/volerne generare uno. Tutti questi elementi portano spesso a un cortocircuito psichico che si manifesta attraverso la perversione e l’ambiguità/falsificazione, aspetti che cancellano di fatto la dimensione profondamente affettiva che dovrebbe informare qualsiasi processo di genitorialità. Toccante il caso di Ginevra, madre trentaquatrenne, portato come esempio perspicuo da Scotto di Fasano al termine del suo scritto.
Gli ultimi tre capitoli, di Cristina Saottini, Noè Lo Iacono e Loredana Palaziol, ci portano nel vivo del rapporto tra psicoanalisi e ambito giudiziario. I primi due Autori, con grande esperienza nell’ambito della Giustizia minorile (Saottini è stata Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Milano, oltre ad essere psicoanalista con lunga esperienza clinica nella cura di adolescenti), ci parlano del delicato lavoro di costruzione di legami affettivi interni interrotti con adolescenti antisociali e devianti. Palaziol si sofferma sul lavoro psicologico, altrettanto delicato, con le vittime di reati.
Come accennavo all’inizio, il testo affronta un argomento molto vasto, che non può, quindi, che lambire mostrandone vari versanti, e lasciando il lettore con un senso finale di apertura del pensiero, di insaturità. “C’è sempre qualcosa che attende di essere svelato” della Verità, sembrano suggerirci tutti gli Autori di questo testo corale. Quello di Verità infatti, in psicoanalisi, così come in ambito Giuridico, è un concetto limite. Allo stesso modo qualsiasi Legge o Codice sono testi “interpretabili”, e l’operatore ermeneutico non può che essere l’uomo, inteso come “pastore dell’Essere” (Heidegger, 1946), anche quando riveste la toga del Giudice.
In sintesi, il volume ci offre un dialogo fecondo tra psicoanalisi e giustizia, mostrando come entrambe si confrontino con una verità mai definitiva. Alla luce di Heidegger, anche in questo libro la verità appare come aletheia, cioè come processo di apertura e costruzione di un senso, in una ermeneutica che si fa continua, senza mai toccare un suo fondamento ultimo. E soprattutto mai mostrandosi come possesso. La psicoanalisi diventa così un laboratorio privilegiato per comprendere la verità come esperienza, mentre la giustizia rappresenta la formalizzazione istituzionale di questo processo.
Riferimenti bibliografici
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Ogden, T.H. (2025), Essere vivi. Esplorazioni psicoanalitiche, Milano, Raffaello Cortina.