Cultura e Società

“Un’ombra sulla verità” di P. Le Guay. Recensione di G. Riefolo

23/09/22
"Un’ombra sulla verità" di P. Le Guay. Recensione di G. Riefolo

Autore: Giuseppe Riefolo

Titolo: “Un’ombra sulla verità” (“L’Homme de la Cave“)

Dati sul film: Philippe Le Guay, Francia, 2021, 114′

Genere: commedia, drammatico


“Scusi, ci conosciamo? E se non ci conosciamo che cazzo avete da guardarmi?”

(Manchester by the Sea, 2016)

Il veleno…

Ricordavo Le Guay per la felice e leggera scoperta di un suo precedente film (Le donne del sesto piano, 2011), mentre ora lo ritrovo bloccato in una cantina. Questa volta la trama è più semplice e l’esito, potremmo dire, opposto. Simon, ebreo, per acquisire una nuova casa vende uno scantinato a Jaques Fronzic. Scopre che Fronzic è un negazionista e quindi: “Annullo la vendita della cantina … ci deve restituire le chiavi!”, ma Fronzic si insedia in quello scantinato insieme a un antico trauma che solo ora è possibile conoscere. Il mondo di Simon, fino a quel momento solido e felice, ne viene sconvolto e l’esito non ne è proprio la soluzione sperata.

Il processo parte da un trauma che ti è stato consegnato e che tu abiti felicemente, ma questa volta non andrai al sesto piano dove le governanti spagnole ballano e portano sensualità che non conoscevi. Questa volta farai abitare la tua cantina da un uomo che tutti evitano e lui che parla senza curarsi di essere ascoltato: “Il negazionismo conta al massimo trenta persone in Francia, ma con internet instillano dappertutto il loro veleno”. Simon senza saperlo consegna la cantina accettando l’assegno e se accetti l’assegno “quando c’è l’accordo sul bene e sul prezzo la vendita è conclusa! Si o no?”, ribadisce Fronzic alla notaio che non sa cosa rispondere! Io, nello schermo comincio a vedere Francesca che mi racconta il sogno di questa notte alla ripresa dopo la pausa estiva: “Ero in una grande sala… forse una festa della mia famiglia, caotica, ma mi faceva piacere. Un mio zio che mi invitava a sedermi con lui in un angolo. È uno zio non particolarmente amato dalla mia famiglia, ma, per quanto bizzarro e problematico, lo trovo simpatico. Da un’altra parte, mio padre solo. Mi sento come paralizzata. Dovrei occuparmi di mio padre, ma non riesco a muovermi!”.

Il film che sto vedendo questa volta, a differenza di Francesca che mi parla del processo di ricomposizioni dissociative riproposte drammaticamente dalla ripresa dell’analisi, è più disperato e mi dice che se metti mano ad una zona traumatica ovviamente tutto sarà sconvolto, ma è una scommessa che la vita (continuamente?) ti impone: “la nostra anima … è sempre disponibile a lanciarsi nell’ignoto, se solo saremo pronti a correr rischio!” (Nevo, 2021, 204). Un analista si chiede sempre: perché ora? Fronzic ci dice che non potevi continuare a vivere in una casa dove “abiti da generazioni”, e di cui scopri che non possiedi un atto di proprietà (è tua perché ci vivi da sempre oppure perché ti appartiene?). Scopri che quella cantina è già stata abitata, ma da uno zio che doveva nascondersi per sopravvivere ai nazisti e, quando lascerà per forza la cantina, sarà solo per andare a morire ad Aushwitz. Quello che viene, ora, dalla cantina, sconvolge la tua vita: tua figlia sta diventando donna e non si accontenta più che sia tu a vederla bella nonostante l’apparecchio ai denti che il dentista non vuole toglierle. Ora si vuole scontrare con Gerome, il cugino che vorrebbe amare, ma da cui, in palestra, prenderà un pugno in faccia. Tua moglie, Hélèn, ti invita a fare attenzione alle parole che usi: se sei ebreo “sopravvissuto”, ora, ha un solo significato che il trauma impone eliminando tutti gli altri che tu vai inutilmente a ribadire attraverso il vocabolario. Nessun avvocato ti può aiutare perché tutti ti chiedono tempo e pazienza, ma il vortice aperto dal trauma non ti permette di avere tempo perché, nel vortice, il tempo è distruzione. Di fronte al trauma che assume un decorso esponenziale ti confronti solo con il registro di Fronzic, ovvero incistare quell’esperienza che pure hai sollevato. Questa volta ciò che emerge dalla cantina non è solo qualcosa di rimosso, ma esperienze che non hai potuto rimuovere perché quando sono accadute tu non avevi possibilità di contenerle ed ora quel “trauma non può essere rappresentato nella memoria in forma narrativa” (Bromberg, 2006, 83). Ho pensato che il film descrive il percorso della paranoia che nello stesso etimo dice di un dolore, non integrabile e che si colloca parallelo e ai margini della tua vita. L’unica soluzione è lo scontro fisico: “Se tu volessi risolvere il problema veramente, entreresti in quella cantina e spaccheresti la faccia a quel bastardo” gli suggerisce Hélène. Accade però che, quando ti scontri con lui, finalmente, senti il dolore e puoi presentarti ferito! Questa volta vai a trovare tuo zio nella tua brutta cantina ed è lì che gli altri verranno ad abbracciarti.

… nella cantina

Però, la fuga di Fronzic non è la soluzione perché per te quella cantina non doveva mai essere abitata da qualcuno che poi andrà a morire ad Auschwitz. L’assenza di un elemento non integrato equivale alla presenza persecutoria. Gli analisti sanno che non c’è differenza. In entrambi i casi è qualcosa che può solo esplodere e tu provi all’infinito a cancellarne le tracce. L’unica soluzione che Fronzic ti suggerisce sarebbe la resa che fa sopravvivere al fallimento (Ghent, 1990), ma il film dice che questa volta non è andata così.

“I traumi non sono ricordati come avvenimento, ma come

una forma di ‘conoscenza’ di caratteristiche negative di Sé”

(Meares, 2009, 444).

Bibliografia

Bromberg  Ph. M. (2006). Destare il sognatore, Cortina, Milano, 2009.

Ghent E. (1990). Masochism, Submission, Surrender—Masochism as a Perversion of Surrender. Contemp. Psychoanal., 26:108-136.

Meares R. (2009). La memoria episodica, il trauma e la narrazione del Sé, in Williams R. (a cura di) Trauma e relazioni. Le prospettive scientifiche e cliniche contemporanee, pp. 437-452, Cortina, Milano.

Nevo E. (2021). Le vie dell’Eden, Pozza, Vicenza.

Settembre 2022

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