L’attentato di Yasmina Khadra. Recensione di D. Federici

Yasmina Khadra (2016)

L’attentato

Sellerio editore Palermo

 

Sono un essere umano,

nulla di ciò che è umano mi è estraneo.

Terenzio

 

Yasmina Khadra (pseudonimo di Mohamed Moulessehoul) è uno scrittore algerino fra i più significativi della cultura araba. Per molti anni ufficiale nell’esercito, i suoi primi lavori vengono osteggiati dagli ambienti intellettuali francesi, convincendolo a firmarsi con il nome della moglie. Con “L’attentato” arriva un folgorante riscontro che mette d’accordo pubblico e critica.

L’apertura del suo libro ci conduce direttamente nello choc esplosivo di un attentato, l’inferno di schegge e fiamme, i corpi squarciati e l’odore di cremazione. Lo sguardo assordato e attonito sulla scena, è quello di un uomo che lentamente scopre – da fuori – dai modi con cui viene tralasciato nella concitazione dei primi soccorsi, il morire del suo corpo.

Questa irruzione traumatica è la prolessi che darà strati temporali e simbolici alla storia, vertebrandola fino al suo epilogo.

Intanto conosciamo il protagonista, Amin, un chirurgo naturalizzato israeliano che lavora nell’ospedale di Tel Aviv, dove il boato dell’ennesimo attentato kamikaze preannuncia l’affollarsi di feriti nelle corsie.

Tornato a casa dopo ore di sala operatoria,senza riuscire a mettersi in contatto con la moglie, partita per andare a trovare dei parenti, la sua notte è un precipitare nell’incubo. Chiamato a riconoscerne il corpo fra le vittime, scopre che Sihem, l’amata, bellissima e colta compagna della sua vita, era il kamikaze.

Interrogato per giorni dai servizi segreti, aggredito dai vicini, vede disfarsi il suo paradiso di felicità: da fulgido esempio di integrazione torna a essere l’arabo nemico da guardare con sospetto. Ma è soprattutto il progetto di vita che credeva condiviso con lei il tradimento più cocente.

Di nuovo un lento percorso dal fuori al dentro, dalla volontà di capire chi l’ha indottrinata, strappandola alla vita perfetta che vivevano, fino alla ricerca di ciò che non conosceva di lei, del diverso significato che quella vita serena aveva per loro.

“L’attentato” non è un libro sul terrorismo o sul conflitto arabo-israeliano, anche se sullo sfondo del viaggio iniziatico del protagonista si aprono scorci limpidi, crudi e intensi delle lacerazioni dei popoli e dei territori. La realtà di quella inesausta battaglia è il corpo e il sangue degli eterni demoni, del “nemico” e del “fuoco amico” che ci riguarda tutti, perché il bisogno di comprendere va cercato dentro.

Nel suo libro “Con gli occhi del nemico” (Mondadori, 2007), Grossman descrive molto bene come il processo di scrittura sui personaggi permetta di rendere l’altro “prossimo”, riscattandolo dall’estraneità, rendendolo pensabile e quindi non più indifferente o ignorabile, di come vedere la storia attraverso gli occhi del nemico ci cambia la realtà, espande la nostra visuale.

È ciò che fa Khadra attraverso il suo protagonista, che odiato dagli uni e considerato abiuratore dagli altri, fa ritorno alle terre d’origine, alla ricerca di un senso a quel gesto. Come in un girone infernale, Amin incontra i suoi familiari e i militanti, le ragioni di pace e di guerra in dialoghi e scontri dallo spessore fortemente interiore.

“Pensiamo di sapere… e finiamo per non prestare più attenzione alle cose.”

La mescola sconvolgente delle molte voci che gli si animano intorno, lo mette di fronte alle sue negazioni, ricompone la “realtà” cui aveva voltato le spalle, aggrappandosi alla sua illusione di felicità con Sihem.

L’epilogo, perché spesso la chiusura è la parte più difficile di una trama che ha saputo svilupparsi con intelligenza, è un gioco di luci e ombre che permettono di cogliervi la Necessità così come la Speranza, a ciascuno secondo il proprio mondo interno, rimarchevole dote di un buon libro – e non solo – che sa far spazio all’altro, fuori o dentro che sia.

Daniela Federici

Settembre 2017