L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Recensione di Daniela Federici

L’ARMINUTA

di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017)

Recensione di Daniela Federici

Sul pianerottolo guarda un ragno che si dimena e sente un’attesa.

Con questa immagine entriamo nello sguardo della protagonista, che non ha un nome proprio, è solo l’arminuta, la ritornata, definita da un accaduto che la impronta. Ha 13 anni, e viene lasciata davanti a una porta, riconsegnata alla sua famiglia naturale.

Quello della Di Pietrantonio è un libro potente, scritto in uno stile limpido e asciutto, che racconta con acume quanto la vera frattura nello psichico sia la mancanza di senso.

Dal caos di un’incomprensibile espulsione dalla famiglia agiata che l’ha cresciuta, la ragazzina si aggrappa al ricordo di una madre improvvisamente malata, che forse ha temuto di non riuscire più a occuparsi di lei, che sicuramente tornerà a prenderla appena si sarà ristabilita. Certo le risulta poco credibile che quella sua famiglia naturale la rivolesse, “accolta come un accidente” in una casa dove si deve lottare per proteggere il proprio cibo nel piatto e difendersi dalle angherie dei fratelli in spazi privi d’intimità. Attraversiamo la tragedia di quel trovarsi scaraventata in un universo che parla un’altra lingua, il dialetto aspro d’Abruzzo, dove la miseria marca modi spicci, violenti per abitudine, per facilità a chiudere questioni in mancanza di tempi al pensiero. Le conosciamo lo choc, i dubbi della colpa (cosa potrò mai aver fatto perché non mi si voglia più?) e i morsi della vergogna, verso quella famiglia sua, grezza, che non le appartiene, e più ancora per l’indefinito delle sue origini che le disastra l’essere.

“Invidiavo gli altri per la certezza delle loro madri.”

Va ricostruendo la storia di due cugine che nei mesi del suo svezzamento si sono spartite la sua vita senza accordi precisi fra chi non riusciva ad avere figli e chi non disdegnava di essere alleggerito da una bocca in più da sfamare, senza domandarsi quanto lei avrebbe pagato quella sventatezza. Con la sua restituzione l’arminuta si ritrova orfana, figlia di una nuova separazione.

“Allora la tua mamma qual è?” le domanda la sorellina che non conosce e che le ha aperto la porta.

“Ne ho due. Una è tua madre.”

Una vera perla il personaggio di Adriana, creaturina selvatica figlia di quel mondo derelitto, intuitiva e vorace d’affetto. Con lei l’arminuta dividerà il letto nel buio popolato di fiati della stanza coi fratelli, nel “grumo di fantasmi” che l’aspetta ogni sera sul cuscino.

Fra una madre che continua a occuparsi di lei da lontano e “l’altra madre” che non riesce a considerare tale, la protagonista subisce gli assalti tormentosi della nostalgia, della memoria che si riapre “come una frustrata”, del languore diffidente di una carezza:

“ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro.”

È di nuovo Adriana, ormai impasto vivo di odio e affetto, che le apre gli occhi alla verità come si apre una ferita al sangue che affiora.

“Non hai colpa se dici la verità. È la verità che è sbagliata.”

Quanta realtà può essere tollerata?

Ci vuole l’immaginario ad attutire e rendere abitabile: “Ho costruito una favola possibile per giustificare agli altri la famiglia deserta che mi vedevano intorno. Il falso risultava più plausibile di quello che era accaduto davvero.”

 

C’è un passaggio di struggente intensità in cui conosciamo il crinale sottile della scelta fra abbandonare o prendersi cura, fra relazioni avvezze a criteri di opportunità e la possibilità di sguardi che portano dentro.

L’arminuta è un libro che parla di responsabilità. Di come il liberarsi facile degli ingombri, sposti solo un peso che toccherà portare altrimenti, o che ricadrà su altri. Racconta il sopravvivere fra capacità affettive che non si perdono solo nelle realtà sociali deprivate, ma per l’inabilità dei sentimenti che a volte fa mancare l’approdo dell’incontro: “non è riuscita a muovere quell’unico spazio che ci separava dalla consolazione”. Afasie cui forse nessuno è davvero immune.

Come fiori cui è toccato un bordo di strada, i protagonisti di questa vicenda mostrano l’importanza dei minuscoli spazi in cui coltivare gli affetti – un anello, una parmigiana, un’attesa alla fermata dell’autobus -, gli esili margini per la speranza. È una storia solo apparentemente estrema che, senza sentimentalismi, rappresenta molto bene la fatica psichica dell’integrazione, per ricomporre i frammenti della propria esistenza nelle discontinuità e per restare aperti all’altro. Ma soprattutto la necessità vitale del “senso che troviamo in questo essere gettati nel mondo.”

 

 

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